Mercoledì 28 gennaio

Occupazione – Diario dalla Palestina 151

Ho sentito più volte, durante la guerra a Gaza, dire che la Striscia non è più sotto occupazione dallo smantellamento delle colonie tre anni fa: questa è sia una mezza verità, che una bugìa deliberata.

È una mezza verità perché, come per i campi profughi, l’occupazione non è quello che ci si immagina in Europa se si sente parlare di “occupazione militare”, ma questo non ha nulla a che fare con il (ovviamente commendevole e necessario) piano di Sharon del 2005, con cui l’ex premier ha demolito gli insediamenti e portato via di forza i settemila abitanti.

È invece una bugia per molte ragioni, alcune delle quali proverò a raccontare: Israele si è ritirata da Gaza nel senso che ha portato via i coloni, e di conseguenza i soldati che servivano a difendere quelle colonie. Questo cambia veramente poco in termini di “occupazione”: i soldati israeliani agli incroci non ci sono da Oslo I, ovvero dal ’94-’96. L’esercito, invece, entra per le operazioni militari, come succedeva prima del ritiro dei coloni. La maggior parte delle volte sveglia la gente in piena notte (è, ovviamente, l’orario meno rischioso) e gli dice “domani presentati al commissariato X domani”. Altre volte va a finire peggio, con degli arresti. E altre volte ancora, ci scappa il morto.

Secondo il criterio dello smantellamento delle colonie Ramallah sarebbe sotto occupazione e Gaza no, ed è ridicolo sostenerlo. L’occupazione militare, invece, è l’altra faccia del non avere uno stato da parte dei palestinesi. Quindi vuoldire non avere dei confini, e non avere una frontiera: se un palestinese vuole andare in Giordania, passerà dal Ponte di Allenby che è una vera e propria frontiera israeliana, con tanto di esercito e timbri israeliani. Se un abitante di Gaza vuole uscire da Gaza, più semplicemente, non può: perché tutte le frontiere sono chiuse, e i valichi (anche quelli) sono tutti gestiti da Israele, tranne quello di Rafah che è gestito dall’Egitto – a seguito di un accordo Israele/Egitto, non Egitto/Palestina – e supervisionato da Israele.

A Gaza è Israele a decidere cosa entra e cosa esce (legalmente, poi ci sono i tunnel), a Gaza si paga con gli Shekel – ve lo immaginate il fondamentalista di hamas che compra il pane per le quattro mogli con le monete con sopra la Menorah? Ecco, succede. A Gaza (come nel resto della Palestina) non ci sono ambasciate straniere. E così via.

Io considero molte delle cose che talvolta vengono imputate all’occupazione, prima di tutto la drammatica condizione delle donne, come estensioni abusive dei nessi causali. E non sono per nulla persuaso che se Israele terminasse questa occupazione-soft che dura da 40 anni, Hamas accetterebbe la convivenza. Però dire che questi tre anni di governo Hamas a Gaza hanno dimostrato che – anche senza l’occupazione – i palestinesi vogliono distruggere Israele è falso.

Equivicinanze

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Quando l’ho visto m’è preso un colpo: ma la pubblicità del PD in cima alla pagina di Repubblica.it non sembra anche a voi – tutto quel verde, e la striscia in testa – un tizio di Hamas con la classica fascia con scritto “Allahu ahad Muhammad Rasulullah”?

Fatelo a Pisa, non a Lucca

Che i lucchesi siano strani, non è una novità, quindi ha poco di che bullarsi questa mandria di pisani, tantopiù che – non si dica che lo dico da fiorentino! – il peggior kebabaro del mondo è indubitabilmente a Pisa.

Quanto al migliore, beh, avete ancora un paio di mesi per venirmi a trovare a Betlemme, qui c’è il migliore kebabbaro del mondo, come direbbero ai Centri Dimagranti Sobrino: ho le testimonianze!

Ah, per quei pochissimi che non lo sapesseto, il riferimento è a questa assurda decisione della giunta lucchese.

EDIT: ma scusate, ho trovato qui la stessa notizia datata un anno fa: cosa c’è che non quadra?

Oltre lo specchio

David Grossman è una persona con cui è difficilissimo, quasi impossibile, essere in disaccordo. Anche se parti dal pensare di avere ragione, e lui torto, alla fine riesce sempre a convincerti del contrario.
Ha scritto un paio di giorni fa un articolo per Haaretz, poi tradotto da Repubblica (il titolo italiano è del tutto inadatto), con il quale sono d’accordo su ogni parola:

Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci [agli israeliani NdDS] pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall’esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore.

C’è un altro articolo, di Martin Bright su New Statesman, che ben fotografa quello che penso io, specialmente in questa frase:

But even if you accept, as I do, that Hamas represents a strain of totalitarian Islamist thought akin to fascism, what happened in Gaza cannot be justified. Even if you accept, as I do, that Hamas must be defeated as a military force, this was not the way to go about it. Even if you accept, as I do, that Hamas used women and children as human shields, this does not mean that the terrorist organisation[*] should take the entire blame when Israeli weapons kill innocents.

* Pure io pensavo fosse un errore, invece in Inghilterra – ho imparatoanche se censurato da alcune grammatiche si può scrivere con la “s”.

Martedì 27 gennaio /mattina

Attorno al caminetto – Diario dalla Palestina 149

Ieri sera sulla via del ritorno, intorno alle 22.30, sono passato davanti alla Mukata’a: il quartier generale della polizia/esercito palestinese, quello bombardato da Israele durante l’intifada del 2002. E, come faccio sempre, ho salutato il soldato di guardia, che mi ha ricambiato il saluto. Poi in due parole mi ha chiesto se volevo un tè, e io ho detto «beh…sì». E mi sono ritrovato intorno a un fuoco allestito in un bidone bello fondo, dentro al quale erano stati infilati vari tronchi: il fuoco non solo teneva caldo, ma serviva anche a preparare il tè.

Poi, lui tapino, uno dei tre soldati è corso sù a prendere la salvia. Maramìa, qui. Perché qui quando ti offrono il tè chiedi sempre «ma’a nana ou maramia?», con la menta o con la salvia? Anche se è scontato che d’inverno è la salvia e d’estate la menta. Però è un gioco delle parti di cui conosci già tutte le risposte, e in questo modo fa sentire un po’ a casa, ospitato e ospitante.

Hanno infilato una specie di teiera dentro al fuoco vivo. Quella si è arroventata, e il tè era pronto in un attimo. Abbiamo fatto a turni, perché di bicchieri ne avevano solo due, e abbiamo chiacchierato per una mezzoretta; e siccome non sapevano una parola d’inglese (anzi una: per dire “a Roma sono più sorridenti“, dicevano “cheese”, dopo un minuto ci arrivate anche voi) credo di aver utilizzato l’intero esiguo bacino di parole arabe che so. Ci siam capiti comunque, perché c’era la collaborazione di tutti, e se le coniugazioni verbali in arabo sono terribili, io la dicevo al presente e agitavo le mani indietro, e quelli capivano che era passato remoto.

Purtroppo non avevo la macchina fotografica, ma mi hanno invitato a passarli a trovare a lavoro una di queste altre sere, che vuoldire passare di lì e sedersi su una delle poche sedie bianche che non sono occupate dal fucile d’ordinanza, lì attorno al fuoco.

Giorno della memoria

Ricordare la Giornata della Memoria dalla Palestina è un faccenda un po’ strana, che ha mille risvolti che spesso è anche meglio non indagare. Così, ho deciso di non pensarci, e agire d’auspicio: cioè che questo diventi una cosa normale, qui come altrove. Sperando che non ci sia nessuno tanto azzardato da dire che questo giorno della memoria, neutralizzi la memoria di altre vittime.
Perciò, copio qui la stessa cosa che ho copiato esattamente un anno fa.

Credo che abbia anche molto a che fare con lo spirito del sottoscritto – di recente ho aggiornato il chi-sono del mio blog, scrivendo alla fine una frase che fa molto di quello che penso nel mondo: la brutale evidenza che neutralità e connivenza coincidono: chi non fa, falla.
Delle mille versioni che ce ne sono, questa è quella che mi torna di più:


Quando i nazisti vennero per i comunisti,
Io restai in silenzio;
Non ero comunista.

Quindi rinchiusero i socialdemocratici,
E io restai in silenzio;
Non ero un socialdemocratico.

Quindi vennero per i sindacalisti,
E io non feci sentire la mia voce;
Non ero un sindacalista.

Quindi vennero per gli ebrei,
E io non feci sentire la mia voce;
Non ero un ebreo.

Quindi vennero per me,
E non era più rimasto nessuno
che potesse far sentire la sua voce.

Martin Niemöller

Fatti maschi e parole femmine

Ora magari è la solita cosa che sapete tutti, e io son l’unico che no, ma ecco: davvero è cosa nota che il motto del Maryland, presente anche sullo stemma, è una delle cose più maschiliste che ci sono, ed è in italiano (arcaico) per di più?

Lunedì 26 gennaio

Empatìa – Diario dalla Palestina 148

Oggi pomeriggio girovagavo per il centro di Gerusalemme ovest, la parte ebraica, irritandomi a ogni manifesto di Netanyahu di cui la città è tappezzata. Indisposto dalle schiere di ebrei ortodossi che cercavano di fare proselitismo all’interno della comunità. Poi ho visto un ragazzo europeo con il kufiah al collo, quello rosso per di più (che nasce come quello del FPLP, ma ha assunto il senso di quello di chi supporta il terrorismo, in opposizione a quello nero – di Fatah – dei più pacifisti) l’ho fissato e m’è presa paura: “cosa gli succederà?”, mi sono chiesto.

Non gli è successo nulla, ovviamente: ci saranno abituati forse, e comunque la gente non l’ha neppure considerato. Mi sono domandato se quel ragazzo ignorasse tutto questo, o se magari avesse pianificato quella bravata: chissà se ci ha pensato a quale sarebbe la reazione, a parti invertite, se andasse in giro per la Palestina con uno dei vari tratti distintivi dei coloni o degli ebrei ortodossi, come le treccine e il nastro arancione qualche anno fa. Ma oramai era passato avanti, ed era troppo tardi per chiederlo a lui.

Domenica 25 gennaio /sera

Confronti – Diario dalla Palestina 147

Le cose che sto per dire sono come quelle che si dicono sui tedeschi, che sono precisi, i francesi antipatici etc. Ovviamente tutti abbiamo esperienza di quanto sia vasto il campo delle eccezioni, ma l’evidenziazione di tratti comuni è un’operazione alla comodità della quale, ogni tanto, è utile ricorrere.

Ognuno – quindi – ne trarrà quello che vuole, forse il rafforzamento dei proprio pregiudizî, tant’è: poche persone sono maleducate come gli israeliani (ebrei), e se gli arabi-israeliani sono una via di mezzo, i palestinesi rientrano molto nel cliché dell’arabo prodigo e sprovveduto.

Ora sicuramente tutti avrete un sacco di esempi di israeliani gentili e palestinesi informati, ma posso garantire una certa larghezza del campione, quindi ridurrò ai termini così: se in Israele chiedi un’indicazione, l’israeliano sa la strada ma non sta a sbattersi per indicartela. Se in Palestina chiedi un’indicazione, l’arabo non sa la strada, ma te la indica lo stesso.

In ogni caso, portatevi una mappa.