La cancel culture la pratichiamo un po’ tutti

Questo post non è una discussione sulla cancel culture. Questo post parte dal presupposto che la cancel culture sia un problema, e prova a fare le pulci alle persone – come me – che la trovano pericolosa.

Non è, quindi, una discussione su cancel culture buona o cattiva. È una discussione interna a chi crede che sia una cosa cattiva. Premessa fatta, eccomi qui a fare – come al solito – un po’ di critica a chi la pensa come me, e in essa un po’ di autocritica.

Io penso che, tutti noi, adottiamo alcuni comportamenti che hanno la stessa radice dispotica e ostile al dialogo della cancel culture. Non si tratta, certo, di praticare violenza nei confronti di chi la pensa diversamente, o industriarsi per far perdere il lavoro a qualcuno per punirlo di non essere allineato.

Ma c’è una radice della stessa aggressività semplificatoria, dello stesso rifiuto della discussione pensata, in ciò che facciamo quotidianamente. E, anche, dello stesso meccanismo intimidatorio che non punta a convincere le persone, ma – appunto – a zittirle.

Tutto comincia con la delegittimazione, il rifiuto dell’interlocutore, l’attrazione sinuosa del deplatforming, del dire “quella persona, che ha quell’idea, non deve neanche essere ascoltata”.

Entriamo noi. Quante volte, in una discussione di persona od online, ci è capitato di pensare di qualcuno: «niente, discutere con te è inutile»? E quante volte abbiamo fatto il passo successivo, di dirlo o scriverlo di fronte ad altri (e con quale obiettivo? Di svergognare la persona? Di dire al mondo che stiamo smettendo? Cosa vale un “non vale la pena”?). A me è capitato tante volte, e certamente più spesso ora di qualche anno fa.

Naturalmente non si possono fare tutte le discussioni, non si può discutere con chiunque, delle volte davvero non-vale-la-pena. Ma lo riconoscete quello stesso concetto scivoloso? Quella resa all’impossibilità della crescita propria e altrui. Quanto tempo ci vuole per riconoscere che una persona non può contribuire a farci cambiare idea, e perciò a renderci un po’ migliori? Dieci messaggi? Cinque? Uno? In realtà non si può mai sapere, anche perché chi ha un’opinione diversa dalla nostra, inevitabilmente ci sembrerà in torto, e se ha un’opinione molto diversa dalla nostra ci sembrerà molto in torto, forse stupido, matto al massimo, uno con cui non-vale-la-pena discutere.

Il concetto chiave del più bello e significativo discorso sulla libertà di parola (ascoltatelo!) è che ogni volta che silenzi qualcuno ti stai privando della possibilità di ascoltare un parere che potrebbe insegnarti qualcosa. E anche se noi non cancellatori evitiamo di silenziare, ci priviamo spesso della possibilità di ascoltare.

È ovvio che non sto suggerendo di fare sempre ognuna delle discussioni che ci capitano, in realtà non lo so bene cosa sto suggerendo. Una regola aurea, un when to engage che valga per tutte le circostanze, non ce l’ho; e ce l’avessi l’avrei violata io per primo mille volte.

Un celebre non cancellatore

Però in questi giorni ho visto diversi amici miei, di quelli che hanno il “ma figurati se mi metto a discutere con te” sempre pronto, esecrare la cancel culture, in ogni sua forma; rivendicare che il dialogo, la discussione, sono l’unico modo per progredire. Che se le idee sbagliate fanno così paura, vuol dire che – dentro – non le si pensa così poco persuasive.

Perché non dimostrare che un’opinione è debole usando opinioni più solide? Del resto, se si pensa di avere buone ragioni per sostenere la propria idea quale sarebbe il problema?

E invece lo facciamo anche noi, ogni giorno. Rinunciamo a vedere l’altra persona come un fine; decidiamo di non ascoltare in quanto arbitri. che sono però inevitabilmente parziali. Ogni volta che rifiutiamo o abbandoniamo una discussione stiamo danneggiando noi e i nostri interlocutori.

In fondo questo desiderio di zittire i nostri “avversarî”, di affermare ciò che si pensa con la forza (la forza dell’impedire l’opinione altrui anziché con la forza della propria idea) è estremamente umano. Come lo è l’odio per le spiegazioni e la complessità, il disaccordo e la fatica di capire, in generale per gli argomenti che non sono i proprî. E lo è, forse ancora di più, la stessa confusione fra sostenere un’opinione e sostenere il diritto di esprimere un’opinione. Sono tutti tratti di quella tendenza dispotica molto umana che abbiamo tutti, e dalla quale – perciò – tutti dobbiamo guardarci.

Forse vedere i nostri comportamenti riflessi e ingigantiti da un ideale smaccatamente intimidatorio ci farà ripensare anche a noi.

“Era meglio farmi i cazzi mia”

Un mio amico, leggendo una bozza di questo post, mi ha detto che il titolo giusto sarebbe “La fatica di essere buoni”. Un altro mi ha detto, per scherzo, “metti ‘era meglio farmi i cazzi mia’”. Siccome, soprattutto qui, preferisco il dark humour alla seriosità, e questo post è bello pesante già di suo, vado orgogliosamente per il secondo consiglio.

Penso di correre seriamente il rischio di fare questa fine. Lo penso da un po’, ma gradualmente questo rischio si è fatto più concreto, fino al punto di dire “non ce la faccio più”.

Il problema è che tutte le altre persone che fanno o hanno fatto Second Tree ogni giorno sono nella stessa condizione. Per questo c’è il rischio vero, presente e quasi immediato che la cosa più significativa e – lo dico – utile che abbia mai fatto in vita mia finisca.

Insomma, questo è il post in cui racconto la storia di una persona che lavora da quasi quattro anni nei campi profughi e si è quasi bruciato cervello, corpo e cuore.

Questo post è una cosa espressiva per me, oltre che un tentativo di mettere in ordine le mie idee, ma anche una richiesta d’aiuto.

Katsikas, dove tutto è cominciato

DARSI DA FARE

Io – rintronato come sono – non sono stato in grado di fare una lista delle cose che faccio, quindi James mi ha seguito per due settimane ed è venuto fuori con una tasklist di 86 ore di lavoro a settimana, fra parlare con ministeri e altre organizzazioni, raccogliere fondi o intervistare potenziali volontarî, andare al campo o scrivere un progetto. La stima è una stima e sarà imprecisa, ma non di tanto, e le altre persone che sono qui in Grecia da tanto tempo sono in situazioni simili.

Il problema è che abbiamo creato una cosa che non esiste altrove, e ci sono buone ragioni per le quali non esiste.

Alcune delle cose che Second Tree fa, nel rapportarsi alle persone che vivono nei campi profughi,sono cose che tutti dicono di fare, ma pochi altri fanno; altre sono cose che pochi altri dicono di fare, perché sono semplicemente diverse.

Il perché le prime richiedano un surplus di impegno, sacrificio e dedizione è molto facile da capire: si tratta di essere presenti, affidabili, disponibili; fare sempre quello che si promette di fare, anche in caso di emergenze. Essere i primi punti di contatto e i primi ascoltatori e solutori di problemi, anche se questi accadono alle 4 di notte, o di domenica. Ma il punto non è lavorare il weekend o dopo le 5, per quello si possono fare i turni, il punto è fare le cose per bene. Molto per bene.

Il perché le seconde, quelle che nessuno dice di fare o fa, richiedano lo stesso surplus è più difficile da dire. Si tratta di considerare le persone che vivono nei campi profughi come esseri umani con i quali si può essere in disaccordo, con cui si può interagire allo stesso livello, con cui si può scherzare e dialogare. Non bambinoni da accudire, ma persone con opinioni, talenti, ottusità, rabbie, empatie, come tutti gli altri. Non concepire l’approcciarsi a un profugo come un’operazione di disinnesco o un esercizio protezione. È molto difficile, e per questo richiede impegno sacrificio e dedizione quotidiani, e infatti non lo fa nessuno.

I risultati si vedono: quando nei campi profughi ci sono gli scioperi dei residenti contro le ONG, Second Tree è esentata. A noi ci fanno entrare. E non perché siamo bonaccioni, o stiamo sempre dalla parte dei profughi, siamo anzi i più severi di tutti quando qualcuno fa una cazzata. Ma per il rispetto nei confronti di ciò che facciamo, del come lo facciamo, e del perché lo facciamo.

Magari un’altra volta scrivo un post su questo, su questa differenza di metodo. Ci sono persone che lavorano nel settore umanitario da anni e hanno conosciuto decine di realtà diverse, e che quando sono venute a vedere quello che facciamo hanno detto «io una cosa così non l’ho mai vista» . Vorrei scrivere un articolo accademico su questo, su come il modello Second Tree andrebbe diffuso negli altri contesti, ma chi trova il tempo? (Però ci proverò!)

Solo negli ultimi 5 giorni – ed è un esempio piuttosto routinario, delle lotte quotidiane – abbiamo rischiato per tre volte di perdere lo spazio in cui facciamo le nostre attività in due dei tre campi in cui lavoriamo, è c’è stato bisogno di uno stremante sforzo diplomatico per scongiurare il pericolo (per quanto?). Ovviamente l’alternativa sarebbe di dire: beh, ma cosa importa?, sospendiamo le attività fino a quando non troveremo uno spazio, come fanno in molti, ma questo vuol dire tradire le persone alle quali diamo il primo barlume di stabilità, di ascolto, di speranza per il futuro.

Il messaggio che ha scritto Lucas dopo il meeting in cui abbiamo parlato della possibile chiusura di Second Tree

PERSONE

L’unico modo per riuscire a fare queste cose è trovare delle persone intelligenti, capaci e soprattuto disposte a stare a lungo e imparare. Ovviamente più persone ci sono, più ci si divide il lavoro. Perché le cose più importanti, quelle che bisogna proprio fare, non possono essere affidate ai 15-20 volontarî che sono con noi per tre mesi, perché quei tre mesi ci vogliono tutti solo per imparare a farle.

Quello che dico sempre è che Second Tree è un’opportunità molto, molto, molto, grande per un numero molto, molto, molto limitato di persone. Non sono molte le persone che abbiano voglia di darsi da fare per aiutare gli altri, senza un vero ritorno economico, ma per la soddisfazione che dà. Però per queste poche persone, l’opportunità di accedere alla gestione e al potere decisionale di un’organizzazione che con successo fa del bene e lo fa bene non capita tutti i giorni.

Il problema è che queste persone non le abbiamo trovate. O non ne abbiamo trovate abbastanza per assicurare un buon turnover che includa anche noi. Con alcuni, forse, avevamo capito male noi; altri hanno cambiato idea; altri ancora hanno proprio mentito. E ovviamente tutte queste delusioni hanno acuito il senso di solitudine, e il senso d’impossibilità di trovare qualcuno, che ci ha portato – oggi – a pensare che probabilmente l’unica strada è chiudere.

A fronte di un gruppo di 5/6 persone che gestisce l’organizzazione sul lungo termine, e che nel tempo si sono consumate, ci sono soltanto 3 nuove leve, persone capaci e che hanno detto di aver voglia di stare almeno un anno. E se vogliamo scongiurare il rischio che anche queste persone facciano la nostra fine, dobbiamo averne di più, non di meno, così da avere la possibilità di spartirsi maggiormente il lavoro.

I “nostri” bimbi

SOLDI

E allora perché non le assumete, direte? Perché non mettete un annuncio? È questione di soldi? Sì e no. Il problema è che il livello di qualità e impegno di cui c’è bisogno per fare le cose bene, come le facciamo noi, è del tutto fuori mercato. Dina, la programme manager di Second Tree, nel suo lavoro precedente guadagnava 5000€ al mese, se ora prende un rimborso di 600€ vuol dire che non lo fa certo per i soldi.

Quindi, certo, se avessimo dieci milioni di euro potremmo investirne 5000€ al mese nell’assumere la crème degli humanitarian workers: ma 1) non avremo mai quei soldi; 2) anche se li avessimo non sarebbe il modo migliore per spenderli. Il piccolo rimborso che prendiamo (e che tra l’altro ci siamo autostabiliti assieme), serve a sopravvivere mentre diamo una mano. Se anche decidessimo di alzarlo un poco, al costo di fare meno cose, attireremmo persone che – legittimamente – sono interessate a quello, e quindi nel momento in cui ricevessero un’offerta da una grande e ricca organizzazione internazionale (come è successo a tutti noi nel giro di 3-6 mesi qui) accetterebbero.

Il segreto di Pulcinella, che tutti sanno nel mondo umanitario, è che le organizzazioni piccole e ben organizzate sono molto, molto più efficienti, serie e rispettose degli impegni oltre che estremamente più oculate col denaro che le grandi organizzazioni internazionali, quelle che uno – almeno io lo pensavo – si aspetterebbe essere più professionali. E questo non perché ai vertici delle organizzazioni internazionali ci siano persone meschine o sciocche, ci sono generalmente persone molto brave e volenterose che devono però lavorare con ciò che hanno. E con i (tanti) soldi che ricevono dai governi, sono costretti ad assumere per la maggior parte persone che non lo fanno per passione, che magari vengono da tutt’altro settore (lavorando come autista per una grande organizzazione internazionale guadagni più del doppio dello stipendio medio da autista), e questo considerarlo un lavoro come un altro si riflette nel lavoro che fanno. Se le grandi organizzazioni internazionali sono mediocri, è perché coi loro mezzi puntare alla mediocrità è l’unico modo che hanno di sopravvivere.

Insomma, non sto dicendo che sono tutti scemi o cattivi. Anzi, all’interno delle grandi organizzazioni internazionali si trovano sempre persone che si fanno in quattro per aiutarti ad avere un’autorizzazione o ti fanno un ordine di quaderni o cartucce per la stampante, così da farti risparmiare quel vitale centinaio di euro. Probabilmente se queste persone non fossero esistite, sulla nostra strada, Second Tree sarebbe già morta (anche per questo individuare queste persone e mantenere queste relazioni è parte dell’immensa mole di lavoro). Anzi, a giudicare da ciò che sto scrivendo, gli scemi siamo noi, visto che il nostro modello – a meno di non riuscire ad avere un bacino molto più grande di potenziali volenterosi – non può sopravvivere.

E non sto rivendicando che Second Tree sia pura e non compromessa col sistema, figuriamoci: facciamo le stesse richieste di autorizzazioni al ministero (siamo una delle uniche due organizzazioni di volontarî in Grecia ad avere ufficialmente accesso ai campi, il che ha ovviamente richiesto un sacco di lavoro diplomatico) e cerchiamo fondi e collaborazioni con quelle stesse organizzazioni, anche solo per piccole cose, come avere un passaggio per andare ai campi (altro lavoro da fare).

Zakia <3

COSA RIMANE

Stiamo provando a fare una cosa che non esiste, e probabilmente ci sono delle buone ragioni per le quali non esiste. Ed è per questa ragione che, visto che facciamo le cose in modo così particolare, l’unica maniera che una persona ha di rimanere a lungo termine è di venire e poi innamorarsi di quello che facciamo, è quello che è successo a tutti quelli che sono poi rimasti.

Mettere un annuncio per attirare persone, magari alzando un po’ il rimborso, non funzionerà: perché la mole di lavoro, l’impegno richiesto, i pochi soldi, sono evidenti a tutti; mentre la parte bella, quella che fa dire a tutti noi – come nel messaggio di Lucas – che questa è la cosa più significativa che avremmo mai potuto fare in vita nostra è nascosta, la puoi vedere soltanto se sei qui e vedi ogni giorno perché Second Tree, per il tipo di persone che siamo noi, vale molto di più di ogni altro lavoro, ed è una delle ragioni per le quali – stupidamente – non ci siamo resi conto di quanto questa bellissima cosa ci stesse mangiando.

Provare a ridurre la quantità di cose che facciamo non aiuterebbe, perché il problema non sono le attività sul campo, per le quali abbiamo un numero sempre sufficiente di volontarî che vengono per 3 mesi, bensì la struttura, lo sviluppo dei programmi, la raccolta fondi, il mantenimento e la gestione delle relazioni, e queste cambiano di molto poco all’aumentare o al diminuire delle attività che si fanno.

Il mio sogno sarebbe quello di stare 4 mesi all’anno in Grecia, 4 mesi all’anno a lavorare per Second Tree e per la causa dei profughi altrove (e ci sono tante cose da fare altrove), e 4 mesi all’anno di qualcosa di meno emotivamente e fisicamente sfinente (magari proprio scrivere quell’articolo accademico). Ma lo so, è un sogno. Purtroppo, però, a stare 12 mesi all’anno in Grecia non ce la faccio più. Cose simili le pensano tutti gli altri che sono qui da tempo.

La mia paura è che saremo costretti a chiudere Second Tree e, nei prossimi 10 anni, incontrerò per caso tante persone di quel tipo lì, quelle che mi diranno “ah, cavolo se solo avessi saputo, era proprio la cosa che avrei voluto fare, ma non ci conoscevamo”.

E questo descrive la paura più grande, e cioè non essere qui per Zakia e per le migliaia di persone come lei che vivono qui e che ci conoscono e conosciamo per nome, e sarebbero perse senza quello che facciamo. Non riesco neppure a immaginare il cuore che ci toccherebbe o toccherà avere per andarglielo a dire. E tutto questo, in buona parte, perché siamo stati sciocchi a non rendercene conto prima. Anche questo, in fondo, è un pensiero egoista. La domanda che mi brucia dentro continua a essere: potrò perdonarmelo?

Se avete qualcosa o qualcuno in mente, scrivetemi: distantisaluti2@gmail.com.

Io non voglio far parte di questa umanità

Ieri un parlamentare del PD ha scritto questo post di elementare civiltà:

Le risposte a questo tweet sono state di questo tenore (ce ne sono tante, tante altre). Hai voglia a dire che non esistono buoni e cattivi. Esistono eccome, e queste sono persone cattive.

https://twitter.com/GAMEOVER_IT/status/609403415966392320

https://twitter.com/Clouseau76/status/609372285032660992

https://twitter.com/secchitwo/status/609440281059049472

https://twitter.com/paulbar33/status/609369469341814784

https://twitter.com/marianoamelio/status/609399471630327808

https://twitter.com/cimedira/status/609457353134616576

https://twitter.com/lucadamico78/status/609370152816263168

https://twitter.com/stefano88dude/status/609374340304535552

https://twitter.com/mariaDeNadie2/status/609387140250750976

https://twitter.com/paulbar33/status/609370615661887489

Leggere la cronaca nera

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per Studio

Leggere o assistere ai resoconti dei fatti di cronaca nera dà l’impressione che i media cerchino di includerci nella famiglia delle vittime. Siamo continuamente accostati a chi ha subito un crimine – attraverso le lacrime delle madri, i racconti d’infanzia e di vita quotidiana della vittima, la connessa stereotipizzazione positiva – tanto da sentirci, in prima persona, parte offesa. Questo meccanismo avviene per ragioni di mercato: la vicinanza ci rende appassionati e quindi potenziali lettori o spettatori.

Siamo perciò abituati a togliere e aggiungere informazioni quando leggiamo la cronaca nera. Aggiungiamo informazioni perché il resoconto sembra sempre diretto a una cerchia ristretta di familiari che conoscono i personaggi, le potenziali accuse e i capitoli precedenti. Un nuovo lettore arrivato deve fare un’opera di ricostruzione per capire chi è la ragazza di cui si accenna solo il nome, oppure il soprannome. «Mary, il cugino confessa» è un titolo inventato ma del tutto verosimile.

Ma sappiamo anche di dover togliere informazioni, perché l’obiettivo del filtro mediatico scandalistico (che, in Italia, non è limitato alle fonti scandalistiche), non è l’informazione ma la creazione del caso, la formazione di lettori che si nutrano delle puntate successive. È il gesto di “sollevare il lenzuolo bianco” che copre i morti in pubblico: il racconto di particolari scabrosi o perversi che sono informativamente irrilevanti. Spesso questi dettagli alludono morbosamente a una pista d’indagine o un sospetto del tutto fasullo o archiviato e l’operazione supera l’oziosità per sconfinare nella menzogna.

Naturalmente il (((presunto))) colpevole è invece completamente privato della proiezione empatica garantita ai familiari delle vittime, cioè tutti noi. Prima di tutto nella negazione dell’immedesimazione più spontanea: quella della persona ingiustamente accusata («domani potrebbe capitare a voi», ripeté diverse volte Enzo Tortora); ma anche nel venir meno del diritto alla privacy attraverso la pubblicazione di fatti personali non pertinenti alle indagini che in pochi vorrebbero resi pubblici per sé.

Siamo così tutti dei Gambirasio, Kercher, Poggi, Onofri, Scazzi, e perciò in diritto di essere indignati. L’inclusione nella grande famiglia delle vittime ha anche l’effetto di legittimare nel pubblico quei pensieri istintivi, vendicativi e barbarici che siamo abituati a concedere soltanto a una persona in preda al dolore («sta soffrendo, non è in grado di ragionare»). Tuttavia, se i media hanno la colpa di non educarci, noi abbiamo la colpa di non essere educati, ed è difficile stabilire quale sia la causa e quale l’effetto: la condanna dei media non può assolvere l’opinione pubblica. Come spesso accade, la migliore formulazione del concetto è di Winston Churchill: «l’umore e l’atteggiamento del pubblico su come trattare il crimine e i criminali è uno dei più infallibili test della civiltà di un Paese».

Le bombe di Boston, il ragazzo saudita, e un po’ di buon senso

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C’è questa storia del ragazzo saudita che si trova “nel posto sbagliato, al momento sbagliato”, e cioè alla maratona di Boston, nei secondi successivi alle esplosioni delle due bombe. Scappa, come fanno tutti. È ferito. È anche più sveglio degli altri: ha capito che le bombe sono state due, mentre le persone lì attorno pensano sia stata una sola. Questo fa insospettire qualcuno. Così la polizia, dopo averlo portato in ospedale, lo interroga. Intanto, un’altra squadra perquisisce la casa in cui vive con alcuni coinquilini, e fa delle domande anche a loro. Tutto questo solo perché è saudita. Scandalo. Gli americani sono razzisti. Il colore della pelle, eccetera.

Dovevano interrogare mia nonna. No, dico sul serio. Mia nonna vive a Boston. Non era alla maratona (per fortuna), ma fosse stata lì avrebbe dovuto suscitare gli stessi sospetti nella polizia rispetto al ragazzo, no? Perché del resto c’è la stessa possibilità che un’anziana signora di novantanni piazzi delle bombe a un evento pubblico rispetto a un ragazzo saudita? Se, a questa domanda, rispondete «sì», allora viviamo in due mondi diversi, e a me piacerebbe vivere nel vostro. Se, però, rispondete «no», com’è ovvio rispondere, allora è naturale conseguenza che la polizia si concentri sulle piste più sensate.

Il tutto, ovviamente, senza ledere alcun diritto della persone sospettate, ma è una posizione ottusa e ideologica sostenere che qualunque crimine ha le stesse possibilità di essere commesso da chiunque. Perché io, Giovanni, sono ben più sospettabile di mia nonna. E se la polizia interroga mia nonna, anziché interrogare me, non perde soltanto del tempo ma mette a repentaglio la vita delle persone che dovrebbe proteggere. E infatti non si comportano così, per fortuna.

La battuta del 2012

“Gay marriage legalized on the same day as marijuana makes perfect biblical sense. Leviticus 20:13: ‘A man who lays with another man should be stoned.’  Our interpretation has just been wrong for all these years”.

Grazie a Pietrino

(ho cercato la fonte, e non è molto chiara: la prima occorrenza di una battuta simile sembra essere questa)

Reazioni dei toscani all’accorpamento delle province

per Il Post

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In Toscana, più che in ogni altro posto, il campanile è il campanile è il campanile. Segue una tassonomia delle reazioni dei miei corregionarî, che da ore non stanno commentando altro che il ddl che accorpa Firenze-Pistoia-Prato, Siena-Grosseto, Massa Carrara-Lucca-Pisa-Livorno.

Pisani: disperati e lamentosi, non poteva capitare niente di peggio: piuttosto che stare assieme a Livorno si vende la mamma, anzi perfino la Torre.
Livornesi: simmetrici e opposti ai pisani – ahahah, cari pisani, vi uniscono a noi (siete, e siete sempre stati, una provincia minore!).
Carrarini: disgustati dall’essere messi assieme a quei plebei dei livornesi e dei pisani.
Massesi: come i carrarini, ma meno elitarî, e almeno la gente smetterà di pensare che “Massa-Carrara” sia una città.
Lucchesi: tanto, dicono gli altri, i lucchesi si faranno gli affari loro come al solito. Loro sono sconvolti dal rischio di perdere la loro “lucchesità”, del resto qualcuno li ha mai considerati veramente toscani?

Fiorentini: Ora volete dirci che è mai esistita una qualunque provincia in Toscana a parte Firenze?
Pratesi: Dopo aver consegnato mezza città ai cinesi pur di staccarsi da Firenze, si ritrovano sotto i fiorentini, passati neanche vent’anni. Sconforto in città.
Pistoiesi: scampato il pericolo Lucca, tutto va bene. Perfino Firenze. Anzi, rifacciamo il Granducato!

Grossetani: unici tapini a essere stati sotto Siena per secoli, minacciano vendette marittime: «dobbiamo stare sotto Siena solo perché ha più storia di Grosseto? Allora i senesi sulle nostre spiagge non ce li vogliamo più». (ma non ce li volevano già prima)
Senesi: mi rifiuto di scrivere qualunque cosa riguardi i senesi.

Aretini: degli aretini non so nulla, e non ne voglio sapere – la vox populi dice che sono, ovviamente, rimasti da soli perché non li ha voluti nessuno.

(sono bene accetti contributi e integrazioni (tranne che dai pisani))


[ah, la soluzione al post precedente era Audaces fortuna adiuvat: non l’ha beccata nessuno]

Lasciatele morire di fame

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L’Otto Marzo è oramai diventata una festa riconosciuta e celebrata da ogni tipo di pubblico, assumendo gli inevitabili contenuti kitsch che noi qui, privilegiati, possiamo permetterci di malsopportare: ditelo a me che ho vissuto per più di dieci anni in un posto chiamato Colli D’Oro per la diffusione degli alberi di mimosa.

Effettivamente regalare dei fiori per la festa della donna è un po’ come regalare manette alla festa della libertà, ma mentre facciamo queste considerazioni, e mentre al contrario magari critichiamo un certo femminismo di oggi per essersi accartocciato su sé stesso, non dimentichiamoci che quella femminista – di tutte le donne e di tutti gli uomini che hanno combattuto per vivere in un mondo più equo e migliore per tutti – è stata la madre di tutte le battaglie.

Non dimentichiamoci che, neanche cento anni fa, nel luogo dove i primi movimenti femministi sono nati e combattevano, i giornali titolavano così (e pensateci, ancora più terribile di “let them starve”, c’è “views of public men”):

"Lasciatele morire di fame", Evening Standard 09/06/1914, fotografata al Museum of London

E non dimentichiamoci, soprattutto, che questa battaglia – per la libertà, per la dignità, e anche un po’ contro Hollywood – è stata vinta da una limitatissima minoranza di persone. Che al di fuori dell’Occidente ci sono milioni, miliardi, di donne che devono ancora vincerla:

Quando Hollywood riuscirà finalmente a (liberarsi dagli stereotipi e) produrre dei bei film d’amore, forse potremo riuscire a liberare fino in fondo le donne in giro per il mondo, e creare il tipo di mondo dove la pace è una possibilità concreta. Nel frattempo, abbiamo qualche romanzo economico e i micro-prestiti diretti alle donne. Nel frattempo, amate le vostre figlie con tutto il cuore e non date mai per scontata la nostra libertà. È stata vinta attraverso una lunga e dura battaglia – non è mai stata scontata, e non lo è tutt’ora. E ricordate: noi donne libere siamo la minoranza.  Maria Rodale

Spiegatemi la TAV

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Dunque: io della TAV non so nulla. Per dire meglio: conosco superficialmente le posizioni dei favorevoli e dei contrarî, ma non so quanto esse siano radicate in dati e ragionamenti logici. Vorrei invece saperne di più e meglio.

Mi sono reso conto che, ultimamente, mi ero formato un’opinione sostanzialmente su di un pregiudizio: e cioè che alcune (forse molte) delle persone che sostengono il fronte notav hanno atteggiamenti vergognosi, fra lo stronzo il leghista e il criminale. Questo, naturalmente, è male: non bisogna valutare le persone che portano un’idea, ma l’idea e basta. Del resto capita di essere d’accordo su iniziative (alcune cose che fa Action, ad esempio) di persone per altri versi poco condivisibili. Inoltre, probabilmente, se valutassi gli argomenti dei peggiori fra i pro-tav troverei stupidaggini anche lì.

Quindi, ecco, questo post serve a chiedere a chi un’idea ce l’ha di contribuire: con commenti, o anche rimandi a letture interessanti e documentate. Naturalmente sono benvenute sia opinioni favorevoli che opinioni contrarie. Il requisito è, per favore, che l’opinione sia ben argomentata, e logicamente consistente.

Penso sia una discussione che potrebbe interessare anche ad altre persone.

Johnny Cash, e la più grande storia d’amore del ventesimo secolo

4 su 5

Oggi Johnny Cash compie ottant’anni.
Per 29 anni è stato vivo, per 42 è stato innamorato, e per 9 è stato morto. Che lui è stato uno dei migliori cantanti del ‘900 probabilmente lo sapete. Che quella con June Carter è la più bella storia d’amore degli ultimi 100 anni, forse no.
La raccontò Sarah Vowell una settimana dopo la morte di lui. Era un po’ che mi ripromettevo di farlo, e oggi è il giorno buono. L’ho tradotta qui sotto. Se iniziate a leggere non smettete più, dall’inferno al paradiso.

Il matrimonio di Johnny Cash e June Carter Cash è la più grande storia d’amore del ventesimo secolo.

La prima volta che Johnny vide June, lui era in gita scolastica a Nashville per l’ultimo anno del liceo, mentre lei era già sul palco del Grand Ole Opry che cantava assieme ai suoi celebri parenti musicisti, la famiglia Carter, ridendo e scherzando con Ernest Tubb.

Anni dopo, nel 1961, l’Opry fu dove s’incontrarono. Erano nel backstage e Johnny andò da June e le disse: «tu ed io ci sposeremo, un giorno». Lei rise, e rispose che non vedeva l’ora. C’è da scommettere che quando Cash tornò a casa quella notte, non menzionò questo particolare a Vivian, sua moglie.

Non molto tempo dopo June si aggregò al road show di Johnny cosicché si ritrovarono a viaggiare per gli Stati Uniti in tour. La moglie di lui rimaneva quasi sempre a casa, così come faceva il marito di lei. Ma June Carter era una lady – una signora rispettabile, una valida professionista, e una benintenzionata cristiana. E nessuna rispettabile professionista e benintenzionata cristiana s’innamora volutamente del marito di un’altra donna, specialmente se lui è un impasticcato fanatico com’era al tempo Johnny Cash.

Anni dopo June avrebbe descritto l’innamorarsi di Johnny con queste parole: «mi sentivo come se fossi caduta in un pozzo infuocato, e stavo letteralmente bruciando viva». Così June, che era stata una musicista e cantante fin da quando era alta quanto un ukulele, chiamò Merle Kilgore – il suo partner cantautoriale – e buttarono giù una canzone sui suoi sentimenti segreti per Cash.

Era una canzone strappata via da Dante. La dettero da cantare alla non-particolarmente-dantesca sorella di June, Anita, che la registrò come  “Love’s Ring of Fire”.

Johnny Cash sentì la registrazione di Anita Carter e la notte successiva fece un sogno: sognò la stessa canzone suonata con dei corni mariachi. Qualcuno dice che fu l’influenza degli allora molto in voga Tijuana Brass. Altri dicono che furono i barbiturici che aveva preso per smaltire le anfetamine. Quale che sia, Johnny Cash s’infilò in uno studio con un paio di trombettisti e trasformò quel suo sogno in realtà.

La peculiarità dell’arrangiamento di questa canzone è superata solo dall’assurdità dei suoi credits. Abbiamo un uomo sposato che canta una canzone, scritta a proposito di lui, da una donna anch’ella già impegnata ma innamorata di quell’uomo; nonché, a fare i sospirati “oooh” in controcanto, la suddetta donna, June Carter, assieme a sua sorella e sua madre, Mother Maybelle Carter, la più rispettabile signora della storia della musica country, se non dell’America in genere. Ascoltate come suonano gioiosi.

In questa canzone, paragonare l’amore al fuoco non è soltanto quel trito cliché della musica pop come in “you give me fever” o “hunka, hunka burning love” o “it’s getting hot in here”. Questo è il fuoco che c’è accanto allo zolfo biblico, come nella religione d’altri tempi, immaginato dalla figlia di persone che credevano nelle fiamme eterne dell’inferno.

June Carter stava desiderando l’uomo di un’altra donna, il che voleva dire violare – rompere – uno dei dieci comandamenti. Amare Johnny Cash era un peccato, e per lei il contrappasso per il peccato era la morte – una morte nella quale il peccatore avrebbe passato l’eternità a non far altro che bruciare.

Il momento in cui June Carter riconosce a sé stessa di amare Johnny Cash, è molto simile – nel tipico modo di una canzone d’amore country – al quello in cui Huckleberry Finn decide di aiutare lo schiavo nero Jim a scappare, anche se gli hanno insegnato che farlo è sbagliato. «E va bene» dice Huck, «andrò all’inferno».

Questa è la versione di Ring of Fire cantata da June. Notate, niente trombe. Soltanto un violino vecchio stile, ed è lei stessa ad arpeggiare l’autoharp, probabilmente prendendo in giro amorevolmente il marito nello specificare, fra le note di copertina, che in realtà “Questo è il modo in cui io l’avevo sentita dall’inizio”.

C’è un’immensità di apprensione in quella piccola parola, “oh”. Come in oh, cosa ho fatto. Oh, la sua povera moglie. Oh, Signore, perdonami. Oh, per l’amor del Cielo, è meglio che gli butti tutte quelle pillole nel gabinetto ancora una volta. Oh, io sono una regina del Grand Ole Opry, e questo folle tossicomane sta per farsi bandire dal mio amato Opry per aver distrutto le luci del palco con il treppiede del microfono. E oh, continuerò ad amarlo ugualmente.

“Ring of Fire” divenne la hit numero uno di Johnny Cash nel 1963. Poi, finalmente, lui divorziò. E June divorziò. E lui smise con le droghe. E nel 1968 si sposarono.

Quando dico che quella fra Johnny Cash e June Carter Cash è la più grande storia d’amore del ventesimo secolo, non penso alla corte infervorata: anche se, certo, le migliori storie d’amore necessitano di alcuni ostacoli superati, e i Cash ne incontrarono diversi. No, penso in realtà al loro matrimonio – 35 anni in cui vissero, effettivamente, felici e contenti.

Le foto di loro due assieme, negli anni, sono così piacevoli da guardare che uno ci rimane quasi male. Johnny che fa piegare in due dalle risate June, o lei che fa piegare in due dalle risate lui; oppure la mia preferita, la foto ch’è nell’album Love, in cui lei si è appena addormentata sulla spalla di lui. Il mento di lui è poggiato sulla testa di lei, ed è possibile che lui le stia odorando i capelli. Nelle note di copertina accanto a quella foto Johnny Cash racconta di essere seduto lì pensando alla poesia di Robert Browning sulla morte della moglie Elizabeth Barrett Browning, quando June Carter Cash entra domandando cosa gli piacerebbe per pranzo.

E sembra esserci davvero tutto, in quell’immagine – loro due nella stessa stanza, che ponderano panini e poesie. Con grandiosità, lui le ha sempre riconosciuto il merito di avergli salvato la vita. Ma aggiungendo, quasi a vantarsi: «e poi le piacciono gli stessi film che piacciono a me».

Nell’album solista di June, Press On, dopo la sua “Ring of Fire”, la canzone immediatamente successiva è un duetto con Johnny. È una ballata gospel narrata da una vecchia coppia sposata che si tormenta del fatto che l’uno morirà prima dell’altro. Preoccupati di essere lasciati indietro. «Se sarò davvero io la prima ad andar via» canta June «e, chissà come, mi sento che sarà così».

Come lei aveva previsto nella canzone, June morì per prima. Soltanto quattro mesi dopo Johnny fu sepolto accanto a lei. Come lui disse una volta: «questa cosa, fra noi due, va avanti dal 1961, e – semplicemente – non voglio fare nessun viaggio se lei non può venire con me».

Se sarò davvero io la prima ad andar via,
e, chissà come, mi sento che sarà così,
quando sarà il tuo turno non sentirti perso
perché sarò io la prima persona che vedrai.

Così, senza aprire gli occhi, aspetterò su quella spiaggia
finché non arriverai tu, e allora vedremo il paradiso.