Per forza è pulita, non l’ho mai usata!

Qualche giorno fa mi aveva appassionato la discussione seguita a questo post, nei successivi commenti. Ci sono due motivi per cui seguo con propensione un blog: o perché mi insegna davvero qualcosa, o perché il tenutario è un amico. Con buona approssimazione posso dire che i blog dei due discutenti siano gli unici che rientrano in entrambe le categorie, che leggerei anche se non fossero amici, e la cui (diversa) amicizia mi pregia. Quindi capirete perché del surplus di interesse.

Di mestiere Francesco pensa e scrive, mentre Marco insegna a pensare, e questa differenza si vede. Se seguite la discussione avrete l’impressione che abbia ragione Francesco, ma poi leggerete la risposta di Marco e cambierete idea, convincendovi degli argomenti di quest’ultimo; e così sarà per la successiva risposta di Francesco, e quella poi di Marco. O almeno così è stato per me, nonostante fossero temi su cui ognuno di noi – e io – ha pensato mille volte, anche creandosi in testa le varie fattispecie. Ed è una cosa abbastanza rara, devo dire, perché solitamente quando si segue una discussione si tende ad accogliere l’opinione che è più vicina alla nostra di partenza («dài, che gliele stai dando!») e screditare quella di chi ci è più lontano («ma guarda ora cosa si è inventato questo: ci deve essere un modo per uscirne»). L’idea che mi sono fatto alla fine è che l’argomento di Francesco sia al tempo stesso più facile e più stabile, quello di Marco meno approssimato. Penso anche che Francesco abbia più ragioni di quante non ne abbia scritte. Questo per la cronaca.

Quello che però avevo a cuore, e mi preme davvero perché è uno dei fondamenti di tutto quello che penso, è non lasciare impunito un concetto che un retropensiero di Marco ha insinuato: ovvero che ci sia una differenza sostanziale fra fare del male, e lasciare che questo sia fatto. Che uccidere una persona con le proprie mani è peggio che lasciare che due persone siano uccise, quando si abbiano gli strumenti per impedirlo.

Così Marco, se non confondo, tiene a salvaguardare l’altrui e la propria coscienza dal commettere ciò ch’egli considera un omicidio (mi perdoni Marco, l’approssimazione), come se questo fosse il problema. Come se per chi la pensa come lui il dolore non siano le migliaia di aborti che si commetono quotidianamente, ma l’importanza del non causarlo – o esserne partecipi – in prima persona. L’obiezione secondo la quale se-tutti-facessero-come-faccio-io mi sembra non reggere alla prova pratica di un mondo spesso così inclemente da offrire alternative peggiori, e non migliori. Perché, circostanza della quale si rammarica la testata di Francesco, purtroppo tutto il mondo non fa quello che faremmo noi. Possiamo fare l’esempio dell’aborto clandestino perché siamo in argomento, ma potrebbe valere molto bene l’esempio posto qui da un mio commentatore, in tutt’altro ambito.

Sono abbastanza convinto che Marco non la pensi apertamente così, che posto di fronte alla concretezza del decidere se causare un aborto o assistere a due, opterebbe per la prima soluzione, e in parte corregge anche il tiro quando parla della pillola abortiva e di come per lui sarebbe più importante sollevare un dibattito (anche se questo portasse all’apertura totale alla pillola in questone?) piuttosto che le conseguenze nelle quali incapperebbe come farmacista fuorilegge; ma secondo me è una cosa su cui dovremmo riflettere bene, questa stramba idea per cui non sporcarsi le mani sia una cosa lodevole.

Qualche anno fa pensavo che non avrei fatto entrare una donna velata in casa mia perché – dicevo – a casa mia donne e uomini hanno lo stesso valore. Ferma restando la legittimità di tale principio fra le 4 mura che io posseggo, mi son ritrovato a pensare che quello fosse soltanto un vezzo narcisistico per autocompiacermi di quanto fossi giusto e quanto avessi a cuore la parità dei sessi: qualche anno dopo, senza avere in nulla cambiato idea rispetto a quell’orrendo simbolo di sottomissione – e senza scontare a lei nessuno dei miei rimbrotti – ho lavorato per mesi in Palestina a fianco di una donna velata.

Insomma, secondo me sopravvalutiamo l’importanza della nostra coscienza, della pulizia di essa, e di quanto questa incida veramente sulle sorti del mondo. Considerare la propria coscienza come il campo della Vera Battaglia fra le idee giuste e quelle sbagliate è bambinesco e arrogante: l’importanza di quelle battaglie si fa là fuori, nel mondo. Dove in una delle tante risse terrose fra limacciosi principî a cui la vita ci costringe, e che la vita ci regala, alla nostra coscienza può capitare anche di macchiarsi.

Domenica 1 febbraio

Ovest, ma neanche tanto – Diario dalla Palestina 155

Se vi trovate a Gerusalemme come fate a riconoscere quando vi trovate nel cuore della parte ebraica? Beh, facile, perché ci sono negozi come questo:

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E scuole come queste, con bambini davvero orribili (poveri) – senza capelli e con lunghe trecce ai lati:

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Che appena si accorgono che li stai fotografando… scappano:

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Sabato 31 gennaio

I bambini – Diario dalla Palestina 154

Dunque due racconti che ieri non vi ho fatto a proposito di Popcorn e cinema:

1 – Mentre stavamo guardando il Robin Hood Tina si alza, viene da me e mi chiede «posso andare al bagno?»; io mi stupisco – non devono mai chiedere se possono andare in bagno, se hanno bisogno ci vanno – e trasparendo nella mia incomprensione, dico «sì, certo, perché no?». E lei: «nono, questo vuoldire che devi fermare il film!».

2 – Durante la proiezione Ghaida si è girata verso di me e mi ha fatto la linguaccia, allora io le ho risposto con la linguaccia, e lei mi ha ririsposto con la linguaccia, così poi io le ho riririsposto con la linguaccia, e poi lei mi ha ririririsposto con la linguaccia, e alla fine io – che sono una persona seria – le ho fatto l’occhiolino come per dire «dài, ti voglio bene, ma se andiamo avanti così non finiamo più: ora guardiamo il film», e mi sono messo a vedere il film.
Ora direte voi: e che c’è di strano? Tu sei grande e grosso, e quella è una bambina. È normale che tu sia più “saggio”.

Ecco, il fatto è che ve l’ho raccontata al contrario: cioè sono io che ho cominciato a farle la linguaccia e lei che, saggia, a un certo punto mi ha fatto l’occhiolino come per dire «ok, ora torniamo a Robin Hood».

Oggi c’è il sole

Oggi si vota in Iraq: comunque la si pensi sulla quella guerra che ha portato tanti morti e queste elezioni (io continuo a pensarla più o meno così) è un bel giorno per l’Iraq e per il mondo. Per tutti coloro che rifiutano di pensare che gli arabi sono inferiori e i mussulmani “non sono pronti per la democrazia”, oggi c’è il sole.

Venerdì 30 gennaio

Pop corn e McGyver – Diario dalla Palestina 153

Tutto comincia qualche giorno fa, quando abbiamo preparato la stanza a mo’ di cinema per vedere il film: sedie in prima fila, sedie in seconda fila, sedie in terza. Difatti, proprio come al cinema, appena diamo il via libera i bambini si catapultano, di corsa, per prendere i posti migliori. A quel punto, una delle mie scemate, prima di far partire il “quadro”, scrivo a caratteri cubitali sullo schermo “avete pagato il biglietto?”.

Seguono lamentele: «noi non paghiamo il biglietto perché non ci sono i pop-corn!» «senza i popcorn non è un vero cinema!». Uno a zero per i bimbi, dunque.

Era dura, perché al centro di Amal non c’è una cucina o un fornello. Ma non potevo non raccogliere la provocazione, così ci siamo consultati con Ahlam su cosa si potesse fare: «eeeh, se avessi ancora la bici potrei andarli a fare a casa, e tornare di corsa – ma a piedi arriverebbero più che freddi», dicevo io; «maddai, sono buoni anche freddi», diceva lei; «mannò, freddi non sono come al cinema», dicevo io; «Beh, ma comunque non lo sanno, il cinema l’hanno visto in televisione», diceva lei.

Perché dovete sapere che a Betlemme un cinema non c’è, ce n’era uno, ma è andato a fuoco e nessuno l’ha più ricostruito: ora la zona dove c’era il cinema si chiama “cinemà”, con l’accento sulla ‘a’ finale ma un cinemà non c’è.

«Possiamo chiedere a Nabil, se ci presta la cucina», ma ad Ahlam scocciava molto chiedere a Nabil. Così – c’era un mercoledì libero di mezzo – mi sono trasformato in McGyver, e al grido “se si vuole davvero fare, si può fare” ho preso da casa pentole, grani, mestoli, olî, scolatoî. Poi, inquadrato il mio obiettivo (una stufa elettrica), ho impugnato un cacciavite di fortuna (un coltello) e zac, via il coperchio. Poi un barattolino di vetro da mettere sotto alla stufa in modo che, adagiata per terra, sia orizzontale:

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Poi si riavvita il coperchio in modo che sia molto più vicino alla fonte di calore, ma certi che il ferro non tocchi l’altro ferro, ed ecco qui Tina in posa, mentre si dà alla cucina – purtroppo Ahmed, il fotografo, non è bravo alla macchina fotografica, quanto Tina è brava con i popcorn:

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Ed eccomi che servo il primo giro – Tina sembra divertita, ma mica tanto convinta di quei pop corn:

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Alla fine tutti se ne convinceranno, a mani piene:

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Tuttavia, è ovvio, i popcorn non li hanno distratti dalla proiezione di Robin Hood:

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Lo spirito di Roma

Quando dico che in Palestina mi manca lo spirito di Roma, ovviamente mi chiedono cosa sia questo spirito, non so mai bene come spiegarlo, allora racconto il solito episodio: scatta il verde al semaforo, ma la prima macchina in fila vede alla guida una ragazza intenta a truccarsi; caso vuole che il mezzo dietro di lei sia un camion, con tanto di camionista d’ordinanza. Il quale non fa nessuna delle due reazioni che uno s’aspetterebbe, quello educato che aspetta pazientemente, e quell’altro – più comune – che si attacca al clacson, incazzoso. No, lui si sporge col gomito dal finestrino e – rivolgendosi alla pilotessa della macchina davanti – in tono bonario fa: «a regazzi’, piuvverde deccosì nun ce diventa».

Ecco da oggi, grazie ad Alessandro Gilioli, di episodî ne ho un altro:

Oggi, sull’autobus 714, durante un alterco tra passeggeri imbottigliati, a un certo punto uno dei litiganti se n’è uscito con la più classica delle frasi, quella che credevamo ormai confinata alle commedie degli anni ’60: «Lei non sa chi sono io!» – ripetuta oltre tutto almeno tre volte.

Ad alterco consumato, il litigante in questione – un cinquantenne onusto di sdegno – se la prendeva anche con il conducente del suddetto 714, gridandogli: «Basta, me ne vado, mi faccia uscire di qui!».

Al che il dipendente dell’Atac – incuriosito dagli eventi – ha frenato e si è voltato pacato verso i passeggeri: «Io je apro, dottò, però adesso ce dice chi cazzo è lei».

Giovedì 29 gennaio

Dopo il nazista ciclista, il nazista dentista – Diario dalla Palestina 152

Ho sempre saputo che i dentisti non stessero simpatici in giro, e – con quel trapano – avevo anche sentito ‘sta metafora… ma non pensavo seriamente:

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Qui un’altra entrata, ma senza caratteri latini:

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Della differenza fra stelle e strisce, e stivali

p.s. Ma davvero il traduttore della Rai ha detto “perseguire una piena misura di felicità”? Cioè, capisco che il lavoro di traduttore simultaneo è un compito ingrato, e che sul momento venga più automatica una traduzione letterale. Ma cavolo, la Dichiarazione d’Indipendenza l’avrai studiata un milione di volte.