Evviva il googlismo e la libertà

Google cinaGoogle aveva in passato negoziato con il governo cinese la censura di alcuni contenuti (i classici temi “sensibili” per una dittatura) in cambio della possibilità di lavorare nel Paese più popoloso del mondo. Questa scelta era stata criticata ferocemente da molti utenti di Google, che avevano pure avanzato l’ipotesi di cambiare motore di ricerca.

La notizia di poco fa è che Google ha annunciato un’inversione di tendenza. E che, a quanto si legge, le censure saranno rimosse anche a rischio di dover chiudere google.cn.

Ovviamente fra cinque minuti ci sarà chi dirà che – sicuramente – c’è qualcosa sotto, e che Google l’ha fatto per occulte ragioni economiche: foss’anche così, questa non sarebbe che una buona notizia nella buona notizia – se a una delle più grandi aziende al mondo conviene non assecondare le richieste liberticide della più grande dittatura del mondo, c’è qualche ragione per essere ottimisti nel futuro.

Lunedì degli aneddoti – XXV – La fuga

Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.

La fuga

La leggenda di Samarcanda, poi cantata da Vecchioni, rimodulava l’eterno tema dell’ineluttabilità del destino: non si può eludere ciò che il fato ci ha assegnato, e se si prova a scappare si finisce per non far altro che andargli incontro. In quella storia c’era un soldato che intravvedeva la morte, e cercava in tutti i modi di fuggirle, per poi ritrovarsela davanti a centinaia di chilometri di cavalcate, con in bocca la frase: «ti aspettavo».
Ce n’è una versione più moderna e, forse ancora di più del destino, è una nemesi. Quasi un insegnamento a liberarsi dalle proprie paure, perché altrimenti se ne finisce ingoiati.

La storia è quella di una coppia di pacifisti canadesi. Per quanto il Canada, agli inizî degli Anni 80 – dove la loro storia è ambientata – non sembrasse il luogo più esposto al rischio di uno scontro bellico, i due erano terrorizzati dal possibile scoppio di una guerra. Da un giorno all’altro sarebbe potuta scoppiare la terza guerra mondiale, pensavano ossessionati, e questa avrebbe coinvolto anche il Canada. Così, nonostante – si può immaginare – tutti gli spiegassero che l’eventualità di vedere dei carri armati alle porte di Toronto fosse davvero remota, presero la decisione di partire. Per dove? Chissà, il posto più lontano dalla civiltà, dai centri chiave di un possibile conflitto, un luogo dove anche soltanto la notizia di una guerra non sarebbe giunta loro. Presero un atlante e lo studiarono a fondo; fino a quando non riuscirono a isolare un minuto arcipelago dell’emisfero australe, quasi disabitato e popolato di sole pecore. Era quello che cercavano: portarono con loro i figli, i proprî averi, e si trasferirono lì.
Il 2 aprile del 1982 scoppiò la guerra delle Falkland.

da qui

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Un bambino felice

Lo so che per moltissimi di voi questo evento non ha alcun significato, e faticate anche a dargliene uno. Ma oggi è successa una cosa che ha dato un senso alla mia vita, quantomeno alla mia vita su Facebook:

abdujaparov

Rosarno

“Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.
Don Milani

Alfredo Marasti

Alfredo è un ragazzo che scrive canzoni, scrive la musica, e scrive i testi. Un tempo si chiamavano “cantautori”. Non c’è solo quello. C’è che è davvero molto bravo.

Ora: io lo so, voi frequentate un sacco di blog ben selezionati che segnalano musicisti – e sarete oberati dai varî «ascolta questo» e «ascolta quello». Il presente blog lo fa così raramente che, per una volta, potete fidarvi: ascoltate le canzoni che metto qui sotto.
Io, pigro, le avevo a disposizione sul PC da un sacco di tempo, e ho iniziato ad ascoltarle solo qualche giorno fa: non fate lo stesso errore!

AlfredoAlfredo Marasti non ha ancora vent’anni (è del ’90), ed è toscano. Ha una memoria di ferro per le cose inutili e una capacità straodinaria di mettere insieme parole semplici fra loro, così come di associarle alla musica. Delle volte mette nei suoi pezzi dei piccoli gioielli di pensiero laterale che fanno ridere o annuire soddisfatti anche al trentesimo ascolto, quando è svanito completamente l’effetto sorpresa e rimane solo l’arguzia.

Cosa penso? Che se nei prossimi anni non sentirete parlare di lui – se non avrà successo – vuoldire che il mercato italiano delle canzoni funziona davvero nel modo sbagliato. E siccome ho la quasi certezza che sia così, metto un po’ di sue canzoni qui così qualcuno in più può ascoltarlo. Se poi diventa famoso, beh, l’avevo detto io!

Cosa gli manca? Mi concedo un gioco che faccio sempre: trovare un difetto semplice e uno complesso alle cose che mi piacciono. E dunque: il difetto conciso è che nell’incrocio fra De Gregori, Branduardi e De André manchi un po’ di personalità – del resto è un fatto assai preventivabile in un artista così giovane. È probabile che, crescendo, Alfredo crescerà anche uno stile più proprio.

L’altro, più articolato, riguarda gli attori delle sue canzoni: i personaggi che crea non sono molto “possibili”; e pure affidandosi allo slancio narrativo, trascuratane l’inumanità, sono spesso incoerenti al loro interno e contraddittorî rispetto alle premesse conferitegli, per quanto strampalate.
Ma anche qui: chi scrive canzoni non vive in questo mondo, non ha necessità di persone vive e incontrabili. Sulla sua strada si imbatte in individui dagli sguaiati pregi e dagli sguaiati difetti, e li racconta. E nell’ombra di questi personaggi-limite ben raccontati, in qualcuno dei loro drammi, ci ritroviamo tutti.

E quindi, ecco: cinque delle migliori canzoni in un ordine non particolare (pensate che non ci ho neppure messo quella con cui ha vinto il Premio De André, La luna e il ladro, secondo me appena un gradino sotto):

Aggiornamento del 22/07/2018.

Questo post è ormai invecchiato, e tanto, come anche Alfredo, che è più maturo e consapevole. E, in questa sua consapevolezza, mi ha chiesto di rimuovere da questo post i link a quelle canzoni: erano schizzi giovanili, e con una qualità dell’audio non eccelsa. Mi sembra giusto. Sappiate insomma che quelli qui sotto che commentavano quanto erano piaciute loro le canzoni non erano ubriachi (o magari sì, ma non per questo).

E pensano che il problema di Berlusconi siano le parolacce

Comunque il fatto che tutti i commenti scandalizzati sulla torta di compleanno di Berlusconi vertano sul trascurabile dito medio riprodotto, e non sul cameratesco accostamento – per “il compleanno più bello” – a una biondona tettuta col sorriso da televendita abbrancata con la mano del pappone, la dice lunga sul tasso di perbenismo e l’inossidabile maschilismo di tutto il nostro Paese, anche di quella che dovrebbe esserne la “parte buona”.

Berlusconi dito medio

Lunedì degli aneddoti – XXIV – Saluti

Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.

Saluti

Che il saluto italiano per eccellenza venga dal Veneto, e voglia dire “schiavo”, nella forma di cortesia “tuo schiavo”, lo sanno un po’ tutti. È una parola che ha avuto un tale successo da colonizzare un sacco di altre lingue, anche se tutti faticano a capire come in italiano si dica “ciao” sia quando l’interlocutore arriva che quando questi va via, così tradendone un po’ l’etimologia verosimilmente originatasi per un incontro e non per un commiato.

E l’invenzione di Edison? No, non la lampadina (che è pure disputata) ma una cosa perfino più comune: hello. Per quello bisogna tornare a un’altra invenzione disputata, quella del telefono: provando per la prima volta il nuovo congegno, Thomas Edison espresse la propria sorpresa con l’equivalente di “accidenti” nell’inglese di allora, ovvero «hullo». Quella quasi-interiezione di Edison, mal trascritta, soppiantò presto l’originario «ahoy», che era più facile da perdere nei disturbi delle linee.

Da lì l’espressione “Hello”, per rispondere al telefono, si è fatta strada a tutti i capi del mondo, ed è trasversale: dall’arabo all’ebraico, dal solitamente sciovinista francese al russo. Fra i pochi che non rispondono al telefono con “hallo”, ci sono gli italiani. Nel Belpaese si dice “pronto”, una parola che non ha nulla a che vedere con un saluto e di cui mi è più volte capitato che gli stranieri mi chiedessero conto.
Anche per questo, ovviamente, c’è una ragione: le prime telefonate venivano effettuate tutte attraverso degli operatori, ed era a questi terzi che si diceva dove indirizzare la telefonata. Lo stesso operatore, poi, metteva in contatto il chiamante con il ricevente; ma non prima di essersi accertato che il ricevente fosse desideroso e in grado di ricevere la chiamata. E così la chiamata vera e propria cominciava quando chi riceveva la chiamata diceva – appunto – di essere “pronto”.

Grazie a Matteo

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Il diritto di offendersi

Gli atei sono insorti nelle strade di tutto il mondo oggi, come reazione a delle vignette danesi che mostravano nessuno con una bomba sopra la testa
Gli atei sono insorti nelle strade di tutto il mondo oggi, come reazione a delle vignette danesi che mostravano nessuno con una bomba sopra la testa

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La domenica mattina dormo

Ho conosciuto Emidio qualche anno fa, e la prima volta che montai nella sua macchina mi raccontò che ancora non sapeva dove e quando si sarebbe sposato, ma sapeva soltanto una cosa: che i suoi genitori non sarebbero stati presenti.

Emidio è stato “educato” come Testimone di Geova, poi – come vedrete – si è disassociato.  C’è voluta tanta forza e presenza di spirito, il supporto di Vera – che sposerà il 22 maggio – e numerose peripezie che il nostro disassociato ha cominciato a raccontare.

Io, la storia la so un po’, eppure non vedo l’ora di leggere tutto il resto: figuriamoci voi, direi, che non ne sapete nulla. Quindi aggiungete ai feed questo indirizzo, o andate su questa pagina almeno un paio di volte a settimana per controllare se c’è un nuovo capitolo dei suoi racconti.

Mutuando il nome del blog dove ha cominciato a raccontarne: Geova non vuole che si sposi, nemmeno la sua mamma, ma noi sì.
Evviva.

P.s. Il titolo di questo post è quello che gli avevo consigliato per il primo post