Mercoledì 14 gennaio

Speriamo questa guerra finisca, anche per questo – Diario dalla Palestina 134

È da ieri sera, quando è successo, che mi sto domandando se sia peggiore il fatto che due miei amici palestinesi – per altri versi molto per bene – esultassero al video mostrato da Al Jazeera della morte di un soldato israeliano, se invece sia peggiore il loro “certo” quando gliene ho chiesto conto, o se infine sia peggiore il pensiero di coloro che li giustificherebbero perché è-ovvio-che-eccetera trattandoli come una colonia batterica.

Tutte e tre le cose mi suscitano una costernazione di un genere molto affine a quella che sento, quando vedo le morti dei bambini di Gaza, sebbene queste ultime – purtroppo – non siano solo nella mia testa.

Quando i bambini hanno capito tutto

Le norme che regolano gli spostamenti in Israele e nei Territori Occupati sono estremamente complesse, c’è sempre una diversa fattispecie, un’eccezione non contemplata. Per fortuna delle volte questi pericolanti compromessi servono a districarsi fra le mille ragioni di sicurezza vere o presunte. Come nel caso di Karimi, un ragazzo che studia al lycée française di Gerusalemme. Far studiare i propri figli alla scuola francese è un modo per dar loro una via di fuga, e magari ottenere il visto per la Francia. Lui però vive a Betlemme, e ha il “documento verde”, quindi non può mettere piede in Israele. Così si è stabilito che quella scuola, in realtà un convento affittato all’ambasciata francese, viene considerato territorio francese. E persino il pulmino che lo va a prendere, gli fa passare il check-point e lo porta a scuola è ufficiosamente riconosciuto come suolo transalpino. In teoria Karimi, nei 10 chilometri che separano Betlemme da Gerusalemme, non potrebbe scendere per fare pipì: ma questo è lo stratagemma ingegnato per permettere a tutti di fare il proprio dovere, anche ai soldati al check-point.

Come in tutte le scuole francesi sparse per il mondo, non si insegna solo il francese, ma anche l’arabo e (facoltativo) l’ebraico, quali lingue locali. E certe volte sembrano essere i bambini ad aver capito tutto delle contraddizioni di questo conflitto: una maestra di francese mi ha raccontato di un bambino, figlio di due arabi-israeliani, che non sopporta l’insegnante d’arabo. Per quanto quella sia la lingua madre di entrambi i genitori, e l’unica lingua parlata in casa. L’altro giorno è andato dall’insegnante in questione e gli ha detto: «Ho deciso che non devo più fare arabo». Allora il maestro gli ha chiesto: «E perché..?» E lui, inventando di sana pianta: «Perché mio padre è ebreo, e mia madre francese».

[Unità, ieri]

Martedì 13 gennaio

‘zo vuoi? – Diario dalla Palestina 133

Qui in Palestina, per le ragioni più volte spiegate, non sono proprio abituati alle bici in strada quindi tutta la segnaletica – che chi è abituato ad andare in bici conosce – non viene compresa. Neanche la più intuitiva. E poi succede che qui non ci siano veri e propri mezzi pubblici, ma macchinoni lunghi lunghi adibiti a taxi collettivi, e almeno il 30% dei mezzi che girano sono taxi o Service, che sarebbero questi altri. Così capita che quando io indico a quello dietro a me che sto per girare a sinistra, se sull’altra corsia passa un taxi o un service (cosa abbastanza comune), il conducente non capisce che gli sto indicando una mia svolta, ma pensa, dal gesto con l’indice puntato, che io stia cercando di fermare il taxi.

Mi è capitato più volte che quelli, vedendomi in bici, mi facessero una faccia come dire “ma che vuole questo? Montare con la bici sul taxi?”.

Suonare l’arpa

(roba che avevo preparato, riscritto – che magari in qualche forma avete già letto – poi non è servita, quindi la metto qui)

A Roma, fra i quartieri male, si dice «suonare l’arpa» per intendere rubare: basta provare con la mano a mimare il gesto del suonare le corde dell’arpa, per capirne il perché.

Un vero suonatore d’arpa, invece, non l’avevo mai visto: è capitato a Gerusalemme. Attirato da una musica simile a un carillon intento a suonare l’inflazionato Canone in re maggiore di Pachelbel, sono sbucato su Ben Yehuda che è un po’ il centro della parte ovest della città, quella ebraica, ma anche quella più occidentalizzata. Da più vicino il carillon si è rivelato essere uno di quegli strumenti da dei dell’Olimpo con tanto di suonatrice in carne e ossa.

A giudicare dall’abbigliamento e da altri particolari direi che vivesse di quella musica, e dell’elemosina che gliene derivava. Quasi tutti quelli che passavano lasciavano qualcosa, colpiti dalla regalità dell’arpa e di chi la suonava: c’erano vari gruppi di ragazzi seduti ad ascoltare, come non mi ricordavo d’avere mai visto per un musicista di strada.

Poi sono passato davanti a un suonatore di violino che rientrava molto di più nel cliché del Juif Errant – c’era quel famoso indovinello Yiddish: perché i violinisti sono tutti ebrei? Beh, prova tu a scappare con un pianoforte sulle spalle!

Così gli sono passato davanti, e a lui che non aveva colpito la mia fantasia, non ho lasciato soldi. Poi, però, mi sono sentito in colpa di questa disparità di trattamento.

Mi sto ancora domandando se gli altri spettatori improvvisati abbiano avuto la mia stessa percezione: visto che avevano lasciato qualche moneta a lei dovevano lasciarla anche a lui, o – al contrario – avendo lasciato qualcosa a lei avevano consumato la propria buona azione così da non sentire il bisogno di lasciare qualche spicciolo anche a lui?

Insomma, mi sono chiesto: la suonatrice d’arpa, rispetto al violinista, avrà «suonato l’arpa»?

Lunedì 12 gennaio

Dài, che la vita è bella – Diario dalla Palestina 132

Grazie al bel regalo dei miei nonni, abbiamo potuto iniziare a vedere dei film insieme ai bambini. In giro per la rete si trovano i sottotitoli in arabo, così non c’è neanche bisogno di passare dall’inglese. I bambini si sono appassionati a Benigni, cosa che mi ha sorpreso un poco, ma sicuramente fatto felice (già immagino il vostro strale: io lo considero l’unica persona veramente innamorata al mondo, pensate un po’). Abbiamo visto la Tigre e la neve, e la Vita e bella. Il primo è stato molto divertente, e i bimbi volevano farmi da interpreti nelle parti in cui si parlava in arabo, è stato delizioso (se vi ricordate il film è ambientato durante la guerra in Iraq). La Vita è bella, invece, è tutta un’altra cosa. Da non esperto di cinema quale sono, quindi solo apprezzandone il godimento, lo considero il più bel film che c’è. Merita un capitolo a sé stante il fatto che il film affrontasse il tema dell’Olocausto, con bambini che non ne sapevano nulla, e che sono educati a odiare gli ebrei fin da bambini. Avevo qualche remora al proposito, ma ho trovato in Ahlam un’insperata molla propulsiva: abbiamo visto la prima parte assieme, e poi la seconda parte l’ha valutata lei prima di farla vedere ai bambini, e il suo responso è stato – dobbiamo farlo vedere ai bambini. Però che Hitler ammazzasse anche gli omosessuali non l’ha voluto dire, lei stessa ha scoperto dell’esistenza dell’omosessualità alle porte dei trent’anni.

L’iniziativa, comunque non è piaciuta soltanto ai bambini, anche Mahdi – il fratello di Ahlam, che la viene a prendere ogni sera perché lei non può camminare da sola per strada – è venuto un po’ in anticipo per partecipare alla visione:

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E poi c’è stata la volta successiva, in cui dovevamo vedere la seconda parte della Vita è Bella, ma Lana, Ghaida, Rowan, Mohammed, Roa, Marah, Tina e Nasri l’avevano già vista, mentre Jaber no. Quindi abbiamo messo Jaber da solo a vedere la prima parte, continuando le nostre attività nell’altra stanza. Ma non c’è stato verso: Lana, Ghaida, Rowan e Mohammed volevano a tutti i costi rivedere anche la prima parte:

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Così non abbiamo potuto far altro… che arrenderci alle cause di forza maggiore:

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E questa? Beh, hanno voluto rivedere la scena finale, e uno di loro – non ricordo neanche più chi – ha preso la macchina fotografica, e gli ha fatto una foto. Eccola qui:

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Domenica 11 gennaio

Una piccola confessione – Diario dalla Palestina 131

La mia casa, attualmente, è una bella casa. Grande, troppo grande. Abbastanza vicina al Centro di Amal, e abbastanza lontana dal centro di Betlemme (sapete che anche in arabo si usa la parola markez per entrambi i significati di “centro” in italiano?). Qualche perdita d’acqua rintuzzata, ma nulla di che. La cosa peggiore è che la casa è in effetti molto fredda, perché qui in Palestina il riscaldamento non l’ho mai visto. Si va con le stufe elettriche, ma quelle consumano un sacco e – come dice una voce saggia – “non ti riscaldano se non ti ci siedi sopra”. In ogni caso a casa ci sto poco, e quindi poco male.

La casa è così grande, e tutta per me, perché il proprietario la vorrebbe affittare a due persone (in effetti ci sono due stanze da letto), ma è da quando sono qui che non trova un altro affittuario, quindi me la godo tutta io pagando metà affitto, cioè perfino un po’ meno di quello che pagavo nella casa precedente che era un buco. In questa casa posso ospitare chi mi viene a trovare senza alcun problema – se non per il freddo – ma il mio programma era, dalla seconda metà di gennaio, di andare a vivere in un campo profughi.

Un’esperienza che volevo provare e che – ovviamente – avrebbe comportato qualche scomodità in più, specie per l’ambiente attorno: ecco, oggi mi ha chiamato la persona con la quale mi ero messo d’accordo e mi ha chiesto se – per favore – potevo rinunciare perché c’erano delle persone che avevano veramente bisogno di quella casa (mi ha parlato di Gaza, in qualche modo, ma credo fosse un pretesto). Che ovviamente se avessi insistito, l’avrei presa io, ma che a queste persone serviva veramente.

Ecco, devo dire che – alla fine, in fondo – un po’ sono stato contento di rinunciare. Le ho detto di farmelo presente qualora trovasse un’altra casa, e di tenerci comunque in contatto, ma …insomma – nonostante un ragionamento serio che si era concluso con un “è un’esperienza davvero interessante: per un periodo ne vale la pena” – ho tradito una buona parte di me a essere attaccata alla pigrizia delle mie comodità.

La donna è mobile

(roba che avevo preparato, riscritto – che magari in qualche forma avete già letto – poi non è servita, quindi la metto qui)

Fare volontariato in Palestina attira troppi encomi; così – per sfatare questa nomea di essere tanto buono – racconto sempre di quando vado in bici.

Tutti mi guardano strano perché qui la bicicletta è usata soltanto da bambini e ragazzetti. Ahlam, l’educatrice palestinese che lavora con me, mi ha raccontato che a 13 anni il padre le ha tolto la bici dicendole che non era più il momento di giocare, e che ora doveva essere una donna. In cambio ha avuto un velo con cui coprire collo e capelli. Altri amici betlemiti mi hanno spiegato un altro problema: «se vai in bici significa che non hai soldi per permetterti di meglio, e qui la tua immagine sociale è decisa da ciò che mostri».

Per me, invece, la bicicletta è un mezzo molto comodo – e, appunto, economico – per andare da un capo all’altro della città: Betlemme è piccola; tanto piccola che oramai tutti mi conoscono come quello-della-bici, e chi ha preso confidenza mi chiede «ma perché vai ancora in bicletta?».

Invece di bambini in bici se ne incontrano tanti, in pieno centro o nel bel mezzo del mercato: non so il perché, ma si divertono a terrorizzare i turisti puntandoli e scartando all’ultimo, cosicché i poveri malcapitati si prendano un colpo. Perciò ho perfidamente deciso di prendere contromisure.

Essendo abituato a girare in bici anche in Italia, ho una certa maneggevolezza con il mezzo: così quando fanno per puntarmi contro, io acquisto una faccia ferma e risoluta, quasi da killer, e urlo in italiano qualcosa di insensato: «la donna è mobile!», «qual piume al vento!», «sopra la panca!», facendo finta di essere io il primo a mirarli. Va a finire che sono sempre loro a sterzare, e quando mi giro e li saluto in arabo vedo che si sono presi un bel colpo, ma – forse per lo scampato pericolo – non sono mica arrabbiati: anzi, un paio di volte m’hanno persino chiesto di rifarlo!

Un ristorante, il Muro e una buona idea

Una strada collegava Gerusalemme, la Città Santa per eccellenza, Betlemme, dove è nato il cristianesimo, e Hebron, dove è nato il padre di tutte e tre le religioni, Abramo. Tutto in poco più di trenta chilometri. La strada c’è ancora, ma in mezzo c’è un muro; che presto diverranno tre muri, perché il percorso passa attraverso Efrat e Gush Etzion, due delle famose colonie illegali che il muro andrà a inglobare: è questo, infatti, uno dei punti in cui la barriera israeliana sconfina oltre la linea verde del ’48.

La parte di muro già costruita è quella che divide Gerusalemme da Betlemme: la barriera è a ridosso di Betlemme, poco lontano da dove abito io, e per andare di là bisogna seguire l’arzigogolato percorso fino al check-point che è situato un pochino più a nord proprio su quella che, almeno onomasticamente, rimane la Jerusalem-Hebron road. Pochi passi più giù c’è un ristorante con un nome molto esotico per i Territori Occupati: Bahamas.

Lo gestisce Jospeh Hasboun un cordiale e ingegnoso palestinese, di madre americana: pare che il nome del ristorante sia un omaggio lei, che quando il cielo era sereno dalla Florida vedeva quelle isole. Hasboun apre il ristorante nel ’97, ma le cose precipitano quando, tre anni più tardi, quella diventa una zona di confine e quindi di guerra. Per tre volte una pallottola entra nel ristorante, e il ristoratore è costretto a chiudere.

Qualche anno dopo Joseph ci riprova e riapre il ristorante. Ma gliene capita un’altra: proprio lì di fronte gli costruiscono il muro, una cosa potenzialmente distruttiva per gli affari, anche perché un sacco di clienti erano israeliani. Lui, pragmaticamente, dice: «Bisogna tirare fuori il meglio da quello che si ha davanti, e io davanti avevo questo muro, così mi son chiesto: ‘come farlo fruttare?’»

Perché è vero che molti dei vecchi clienti erano spariti, ma ora cominciava a venire proprio lì un sacco di gente interessata, turisti o curiosi, per vedere com’è veramente questo muro di cui tanto si parla, e da Gerusalemme quello è il posto più comodo.
Così Joseph ha un’idea geniale: dipinge il menù del suo ristorante proprio sopra al muro, cosicché gli avventori possano consultarlo direttamente dalla sua veranda.
«Sapevo che i soldati non mi avrebbero disturbato, non stavo mica lanciando razzi», ma il dipinto lo fa nel giorno di Kippur, quello di riposo per gli ebrei, perché «non si sa mai».
L’idea funziona talmente bene e colpisce lo sguardo di tanti curiosi che il ristoratore trova il modo, e il denaro, di aprire anche un secondo locale, sempre lì accanto, dal nome ancora più esplicativo: the Wall Lounge, il Bar del Muro, con tanto di regolare menù raffigurato dirimpetto.

«È assurdo» dice «ma per me quei piloni di cemento sono stati una cosa positiva!». Meno positiva, ovviamente, la situazione di questi tempi: «certo, ora che c’è la guerra non viene più nessuno», ma su Gaza non aggiunge altro perché «la politica fa tutta schifo». Anche di speranze per la pace ne ha poche: «il problema è la religione, in Medio Oriente tutti sono religiosi in un cattivo modo, da una parte e dall’altra». Poi specifica: «anche io credo in Dio, ma credo anche che siamo tutti fratelli: se la religione distrugge l’area, allora non abbiamo bisogno della religione». E dire che la chiamano Terra Santa.

(Unità, ieri – versione integrale, poi all’ultimo ho dovuto stagliuzzarla)

Qui trovate la vecchia foto e la storia come la sapevo prima di andare a parlare col ristoratore, quella che segue è la nuova foto con il menù del bar:

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Sabato 10 gennaio

I miei giorni – Diario dalla Palestina 130

È un po’ che non aggiorno sulle mie attività qui.

In questi giorni ho veramente pochissimo tempo, e alcune delle attività che avevo pianificato di fare sono state rimandate. L’attività principale, quella a cui non tolgo mai tempo, è l’incontro con i bambini di Amal. Per questione di correttezza, perché senza di loro questa bellissima avventura non sarebbe cominciata (e mi rimborsano buona parte delle mie spese qui), ma soprattutto perché vedo che il contributo che posso dare, assieme ad Ahlam, ai nostri bambini fa veramente fruttare qualcosa, mentre le altre iniziative hanno qualcosa di estemporaneo che delle volte me le fanno sembrare molto più che una goccia nel mare.

È qui che vedo quanto conta l’educazione, ma non quella statale – qui molti si laureano – ma quella durante l’infanzia, qui pochissimi bambini si trovano dei pastelli in mano, dei giochi che stimolino la fantasia, e – mi aspettavo d’essere più cinico anche io – basta confrontare i bambini di Amal con quelli che vedo fuori, per vedere l’abisso che li separa. Ovviamente questo non porta soltanto un sentimento di autocompiacimento, purtroppo inevitabile nel volontariato, ma anche una solida costernazione per non essere in grado di aiutare tanti altri.

Sto rincorrendo il mio tempo, e ieri è stato il primo giorno in cui sono riuscito a rientrare a casa prima delle 11 di sera, così tutte le attività che avevo programmato di fare sono state rimandate: sia quelle di un giorno – da dicembre non ho ancora mai fatto un salto a Ramallah, Hebron o in altre città della Palestina – sia quelle più strutturate, come l’insegnamento dell’italiano, che feci quest’estate per tre mesi, o il monitoraggio ai check point per il quale avevo un accordo di massima per dare una mano a un’associazione scandinava che lo fa.

Intanto, Ahlam e Mahdi (il fratello che la viene a prendere) mi hanno chiesto di insegnar loro l’italiano. Il cartellone c’è già, così ogni tanto dopo gli incontri con i bambini ci tratteniamo un’oretta a incartarci sui vari gl, sc, gn. Se riusciamo a strutturare un po’ questa abitudine, e li porto a un livello un pochino più avanzato, posso cominciare a ricoinvolgere i miei vecchi studenti che ogni tanto mi fanno telefonate minatorie chiedendomi: «quando ricominciamo?».

Sposarsi in tempo di guerra

Da quando è cominciato l’attacco israeliano a Gaza, qui a Betlemme ci sono dimostrazioni di protesta ogni giorno: ieri una fiacciolata si è conclusa proprio alla Chiesa della Natività. Doveva essere la “manifestazione dei pacifisti” ma gli slogan erano «dal Marocco al Qatar dobbiamo cacciare tutti gli ebrei!» o «Dove sono i paesi arabi? Vogliamo un esercito di soldati, non di pecore!».

Per strada, invece, si vedono gruppi di ragazzini che agitano dei bastoni, non li ho mai visti colpire nessuno, se non qualche gatto randagio. È un modo per mostrare la propria rabbia, e dimostrare a sé stessi e al prossimo che si è pronti-per-la-battaglia.

Sulla ringhiera davanti al palazzo dell’UNRWA, cioè l’ONU, di Betlemme sono stati attaccati dei cartelli con scritto “fermate l’olocausto a Gaza” o un più efficace “Anche i nostri bambini devono vivere in pace e sicurezza”.

Tutti gli eventi sono stati disdetti, l’albero di Natale è stato spento, e ogni festeggiamento cancellato per lutto. Molti matrimonî sono stati annullati, e chi non l’ha fatto corre il rischio di ritorsioni degli estremisti, o almeno così mi ha messo in guardia Amin, un mio amico betlemita: «festeggiare oggi è haram», proibito, peccato – la stessa parola che si usa per il maiale, l’alchool o la blasfemia.

D’altronde i matrimoni sono l’unico festeggiamento, in Palestina, l’unica vero ritrovo al quale partecipino persone di entrambi i sessi; ma anche lì, nel matrimonio tradizionale mussulmano, donne e uomini sono divisi da una parete, perché non ci deve essere alcun contatto fisico: le relazioni prematrimoniali sono ancora un tabù solidissimo. Difatti poi è passata una bellissima ragazza e Amin – con quel fare cameratesco di chi fa apprezzamenti volgari sulle donne – ha esclamato: «haram!». Ma ho l’impressione che non si riferisse a Gaza.

(Unità, ieri – Versione originale, prima che un  “correggi tutti” ne deturpasse il finale)