Passa lo straniero – Diario dalla Palestina 164
L’avevo già accennato una volta in un caso specifico, ma la cosa che più mi piace, e mi dà un po’ di speranza dalla parte palestinese è l’atteggiamento delle persone quando sono in fila al check-point, fatta di un disincanto pragmatico ma ilare. Non ci sono cose stupide, sfide ai soldati, che porterebbero semplicemente a una repressione peggiore. Quello che qualche esagitato sostenitore della causa palestinese considererebbe atteggiamento servile, è semplicemente un confronto dei beneficî e dei danni. Non ho mai visto una provocazione deliberata, anche quando il mio cervello porterebbe a comprenderla – immedesimandomi – come quando il soldato di turno, fa di tutto per esercitare il proprio potere (e la propria funzione, anche utile) in modo intrusivo e arrogante.
Insomma, nessuno si gira verso i soldati e gli dice una parolaccia, ma tra la gente in fila c’è molto più spesso un atteggiamento ironico, che non uno dimesso. Se ovunque si vada, per qualunque cosa, la colpa viene data all’occupazione (non ci sono diritti per le donne? È colpa dell’occupazione. Ci sono gli estremisti religiosi? È solo colpa dell’occupazione. Non c’è lavoro? Senza l’occupazione ci sarebbe molta più… occupazione), il check-point è quasi un isola felice, dove si ride e si scherza.
Come negli aeroporti più controllati, facendo la fila ci si tolgono le scarpe, la cintura, e tutti gli oggetti metallici: stamani si faceva ironia sul fatto che «i soldati ci vogliono nudi»… però non troppo, perché altrimenti (vi risparmio l’ironia comparativa fra mezzi bellici di Hamas, e apparati sessuali). Risata generale.
Se sei occidentale, invece, non ti devi togliere nulla. Metti il bagaglio nel Metal Detector, e passi. Suona, e fai vedere il passaporto. Alle prime tutti pensano “ma non è giusto”. Perché devo avere questo privilegio? Ma poi sono le persone in fila dietro a te a farti capire che è ridicolo togliersi le scarpe, e la cintura per ristabilire una parità presunta, infliggendo a sé stessi lo stesso metro. La prima volta ti viene di farlo, già dalla seconda capisci che a quelli in fila dietro a te – molto pragmaticamente – interessa di più non perdere dell’altro tempo, quello che faresti perdere loro facendo anche tu la trafila, e con il tuo minuto martirio autoimposto, e ti dicono: «vai, vai».
Un’occasione in più, una lezione in più, per non sopravvalutare il valore del candore della propria coscienza: tanto meno importante del fatto che chi sta dietro di te arrivi in orario a lavoro.



