Eredi – Diario dalla Palestina 167
Il conflitto arabo-israeliano si associa spesso alla guerra fra due religioni, l’Islam e l’Ebraismo. Questo aspetto trascura un fatto: lo scontro aperto fra arabi-cristiani e arabi-mussulmani, un conflitto tutto palestinese. Specie nelle zone come Betlemme, dove i cristiani erano maggioranza e l’altissimo tasso demografico dei mussulmani ha ribaltato il dato, si percepisce nei cristiani una vera e propria sindrome da accerchiamento: nella città della Mangiatoia, ad esempio, erano l’80%, ora sono il 35%.
E sebbene quella minoranza mantenga il controllo economico, tutte le istituzioni pubbliche (tranne il sindaco che per decreto di Arafat è cristiano) sono mussulmane con ciò che ne consegue a livello sociale: perché molta della vita qui ruota intorno alle conoscenze – l’altro giorno mi sono rivolto a un amico palestinese per comprare il pane, questi è andato da un suo amico, il quale a sua volta è amico del fornaio: così, a onor del vero, ho avuto il miglior pane di Betlemme (“casa del pane” in aramaico ed ebraico, effettivamente).
Allo stesso modo se la polizia, quasi tutta mussulmana, ti ferma è probabile che tu – cristiano – abbia una sanzione più pesante di quella di un mussulmano, se non altro perché quest’ultimo conosce la famiglia di quell’altro che conosce etc.
Se un cristiano va in comune ad avviare una pratica, molto probabilmente dovrà aspettare settimane perché sarà scavalcato da tutte le pratiche di chi è mussulmano come gli impiegati. Di contro se sei mussulmano potrai accedere alle scuole private – qui sono le migliori – con qualche renitenza, perché sono tutte gestite dalla Chiesa. Come è ovvio che a Betlemme l’economia giri intorno al Cristianesimo: non solo per il turismo (come aprire un negozio di souvenir senza essere o fingerti cristiano?), ma anche perché la gran parte dei mussulmani sono persone delle campagne circostanti arrivate negli ultimi cinquant’anni a Betlemme, e il centro storico è quindi tutto in mano ai cristiani.
Così i cristiani, tranne poche eccezioni, vanno nei negozi cristiani. I mussulmani vanno nei negozi mussulmani, e via dicendo. E fra i cristiani, che un tempo erano quasi un quarto di tutti i palestinesi, l’ossessione del diventare sempre più minoranza porta a esprimere concetti che in Europa chiunque censurerebbe come islamofobici: c’è chi non esita a dire che non farebbe mai entrare un mussulmano in casa, una ragazza cristiana durante la guerra a Gaza mi disse, parlando delle morti dei bambini nella Striscia: «a loro non importa se gli muore uno dei dodici figli, tanto se succede ne fanno subito un altro».
Anche i simulacri palestinesi non sono immuni: la versione, tutta nuova per me, cristiano-betlemita della Nakba “la sciagura” – ovvero la creazione dello stato d’Israele e l’inizio della questione profughi – è che di sciagura si sia trattato in quanto l’ondata di profughi, quasi tutti mussulmani, proveniente dall’attuale Israele ha islamizzato Betlemme.
Il problema è che qui, credere in un dio, è anche e soprattutto un’identità, prima ancora che una religione: non c’è ragazza cristiana che non abbia una croce al collo, cosiccome le mussulmane senza velo sono pochissime. Non c’è macchina posseduta da un cristiano che non abbia un santino o una raffigurazione di Gesù. Le case degli arabi-cristiani assomigliano di più a delle chiese: ogni balcone ha un santino o una statua della Madonna in mostra, ci sono croci sui citofoni, archi a forma di croce sotto ai quali si deve passare per entrare in casa, e non c’è casa o negozio cristiano che non abbia un quadro di Gesù.
E la propria religione non viene scelta, ma ereditata: sulla carta d’identità c’è una voce che recita “religione”, così se si è cristiani si può entrare in Piazza di domenica, se si è mussulmani di venerdì. Se si è cristiani si può sposare una donna, se si è mussulmani se ne possono sposare quattro. I figli dei cristiani vengono chiamati Aissa, Meriem, Agnes ovvero Gesù, Maria, Agnese, come quelli dei mussulmani vengono chiamati Mohammed, Ahmed o Mohab, cosicché è sufficiente il nome per riconoscere l’appartenenza religiosa.
Purtrppo non c’è modo di uscirne perché proprio i matrimonî sono un fattore fondamentale in questa separazione: non esistono matrimonî misti: una donna mussulmana che volesse sposare un cristiano sarebbe un’onta gravissima per la propria famiglia. Da ottocento anni gli sposalizî sono soltanto all’interno della propria comunità religiosa. Un cristiano che lavora all’Azione Cattolica mi ha spiegato molto chiaramente il concetto: «sai perché ci siamo ancora?» mi ha chiesto, «perché continuiamo a conservare il nostro sangue: noi siamo gli eredi dei crociati».