Abruzzo nove

A uno l’ho già detta, e potrebbe lamentarsi. Ma il problema è che il campo è gestito dalla CGIL e ci si connette con una connessione della FIOM, quando ti connetti c’è proprio scritto FIOM, e ora son due giorni che sciopera.

Ho un sacco di cose da dire, avrei.
Ora sto rubando una connessione a una fabbrica mezza distrutta: mi domando come sia possibile che internet ci sia ancora, l’elettricità ci sia ancora, però, tant’è.

Abruzzo otto

Cartelli
Ce ne sono molti di questi cartelli in giro, attenzione a questo, non fate questo: ne ho scelto uno perché è il più ambiguo.
E se hai il casco? Ovviamente tutti entrano in questi magazzini senza casco.

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Ma i cartelli più significativi sono quelli che provano a dare forza agli utenti del campo, ce n’è uno particolarmente forte (anche se manca un “stato”):

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Sotto non si legge, è Benedetto Croce non Danilo Di Luca.

Abruzzo sette

Rilassamento

Più di una settimana non ti ci fanno stare, dice che la pressione psicologica sia troppa, e che si debba staccare ogni poco. Su questo c’è un’attenzione maniacale: ci sono gli psicologi e le sedute di rilassamento per i volontari, io – proprio per non avere pregiudizi – una volta l’ho provato,e ho destato molto scandalo quando – a specifica domanda «a qualcuno di voi non ha funzionato?», ho risposto: a me.

In realtà lo scandalo è stato quando ho detto: «mah, io mi sono annoiato: mi rilasso di più con una partita alla playstation».

Così io ho deciso di tornare a Roma proprio dopo una settimana, Domenica: e mi sono andato a vedere il Giro d’Italia che passava a Roma. Cambio di vestiti, e ritorno lì già oggi pomeriggio.

Abruzzo sei

L’anniversario

A un certo punto, la sera, tutti quelli che lavoravano in cucina sono spariti, di corsa, lasciando tutte le persone in fila alla mensa. Di corsa sono andati in una tenda accanto, che fungeva da magazzino alimentare, dove era stato piazzato un tavolo per due persone. Il lume di candela non c’era, forse n’avranno usate troppe nei primi giorni del terremoto, di candele, e ora vogliono approfittare dell’elettricità, quando c’è.

Siamo tutti scappati, a uno a uno, a fare gli auguri di buon anniversario a questa coppia che faceva l’anniversario dei 10 anni di matrimonio: un pasto in solitaria, uno spumante a sorpresa, e tanti auguri.

Abruzzo cinque

La scossa

tanotte c’è stata una nuova scossa, 3.5, che ha fatto svegliare un po’ tutti nel campo. Io sono uno dei pochi che non l’ha sentita.

Abruzzo quattro

C’è un gruppo di bambine, qui al campo, a cui ho raccontato di essere un folleto. Quando mi vedono corrono ad abbracciarmi e mi chiedono di volare. Dài, vola. Dài, vola. Io ogni volta m’invento che sono stanco, che i miei amici folletti non possono, che mi vogliono in cucina dove devo volare qua e là, etc.

I bambini si divertono un sacco nelle tendopoli, intanto stanno insieme a un sacco di altri bambini, e poi ci sono tantissime attività organizzate dalle più disparate associazioni: ieri c’era addirittura un torneo di calcetto per bambini organizzati dalla FIGC. Non c’è neanche bisogno di ritrovarsi al campetto o al parco giochi: è tutto qui.

Ci sono psicologi che li hanno sotto osservazione dalle prime scosse, con diversi manuali da seguire, ma – almeno qui – tutto appare come un gioco. Secondo me non avranno ricordi negativi del terremoto, tranne – forse – la fuga.

Oggi ero a servire in mensa, e due di quelle bambine sono venute da me, mi hanno preso per mano, e mi hanno chiesto “quei biscotti bianchi rotondi molto buoni”. C’ho messo un po’ a capire cosa intendessero, poi ho capito: ci sono due celiache nel campo, alle quali – invece del pane – portiamo delle gallette di riso. Allora l’ho portate alle bambine e loro si sono messe a mangiarle, entusiaste, impugnandole con due mani.

Abruzzo 3

Sciacalli

In ogni tragedia che si rispetti ci sono anche gli sciacalli:

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Abruzzo due

Non state sotto i tetti

È la frase che si sente dire più spesso: «attento, attento, non stare sotto i tetti».
I campi sono tutti prossimi ai paesi, spesso dentro. Quindi dovunque si giri, o se si prende una birra la sera, si passa accanto alle case, così quelli che sono qui da qualche tempo e si sono già sentiti rivolgere la stessa frase.

Questo tipo di premure sono quelle che mi colpiscono, in ogni circostanza. Fra l’altro “è più facile che ti cada in testa una mattonella piuttosto che…” è una frase che avevo usato spesso quando, in Palestina, mi parlavano del rischio del terrorismo. Mi verrebbe da dire il contrario, ma so che qui il rischio è più concreto.

In effetti, in ogni casa, anche in quelle apparentemente intatte, a terra si trovano calcinacci o una polvere rossa data dallo sfregamento delle tegole, credo:

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E poi ci sono le tegole per davvero:

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Abruzzo uno

Le strade per l’Aquila sono incredibilmente piene di automezzi, macchine, furgoni: nei pressi dei paesi ci sono file inverosimili, e poliziotti a guidare il traffico a ogni incrocio. A fianco dei normali cartelli colorati, verdi per le autostrade, blu per le statali, marroni per i siti turistici, eccetera, sono comparsi dei segnali rossi: sono quelli della Protezione Civile:

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Via via che ci si avvicina a L’Aquila si fanno sempre più fitti e più precisi:

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Più che diroccate – che comunque ci sono – si vedono un sacco di crepe, nelle case, forse sono anche l’effetto visivo più evidente, del terremoto. E poi ci sono tende ovunque, non solo nei campi ufficiali, ma in giro per tutti i paesi, molti anche nei giardini delle stesse case danneggiate. Non è facile abbandonare le proprie cose.

Nel campo ci sono anche persone a cui hanno dato l’agibilità della casa, ma però non si fidano a rientrare, per paura di nuove scosse violente. Chissà quando, un giorno lo dovranno decidere, rientreranno nelle proprie case.

Questo è uno scorcio di come si presenta il campo, la mattina, quando tutto è ancora dormiente:

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A un chilometro da qui, in linea d’aria, si terrà il G8.

Viva Israele

Oggi Ahmadinejad è andato all’ONU e ha definito Israele come paese “razzista”.

La gran parte dei delegati si è immediatamente alzata, e ha lasciato l’aula fra applausi scroscianti. Altri sono entrati in sala vestiti da pagliacci. È stata una scena quasi commovente, e qualunque umiliazione che quel cane maschilista e omofobo subisca, fa sentire meglio, come quella – ormai celebre – della generale risata degli studenti della Columbia University quando affermò che «in Iran non esistono omosessuali».

Basterebbe pensare alla condizione delle donne in Iran, sarebbe sufficiente uno qualsiasi dei racconti di come vive la sua vita da fondamentalista religioso, per far schierare qualunque persona per bene, di riflesso – anche senza pensarci – dalla parte opposta.
Ed è ancora più facile schierarsi dalla parte opposta quando la parte opposta è Israele, vittima indomita degli urlacci atomici e delle promesse di distruzione da parte di quel signore lì.

Però non dimentichiamoci una cosa: Israele è un paese razzista. Probabilmente – certamente – è meno razzista di tanti altri stati del mondo che ricevono un centesimo – anzi non ne ricevono – delle critiche rivolte a Israele; ma questo non toglie che molte cose, alcuni provvedimenti, alcune leggi, alcune abitudini, vigenti in Israele siano definibili, e non possano sfuggire a nessuna delle tante accezioni con cui usiamo la parola “razzista”.
Perché un ebreo russo ha il diritto di andare a vivere in Israele e un induista no? Questo è o non è un fondamento razziale? Perché nei quartieri arabi non vengono rifatte le strade, non si può ricevere la posta, non arriva il certificato elettorale, e in quelli ebrei sì? Per una ragione specifica, che fonda queste e tante altre piccole discriminazioni che potrei elencare: perché gli uni sono arabi, gli altri ebrei.
Perché, come ebbi a dire con una definizione che raccolse una qualche fortuna, Israele – com’è ora – non è lo Stato degli ebrei, ma lo Stato per gli ebrei.

Ci sono tante ragioni che possono spiegare questi fatti, ma si può spiegare tutto, questo non lo giustifica: la decennale ossessione israeliana, ovvero l’ebraizzazione d’Israele è o non è fondativamente, endemicamente, un concetto razzista? Oltre che un concetto infame.
Di solito sento rispondere: «eh, ma un ebreo in Palestina vivrebbe molto peggio di come vivono gli arabi-israeliani». Bene, e dunque? Il fatto che un ipotetico Stato palestinese sarebbe altrettanto, o più, razzista, sconta di qualcosa l’ingiustizia israeliana? Questo è tifo, non è pensare.

Capisco bene che Ahmadinejad, sia in malafede e strumentalizzi la potenza evocativa di quell’espressione. Capisco anche, come ho già detto, quanto infastidisca lo squilibrio argomentativo, l’incoerenza sincronica (che è il principio di non contraddizione, non il non cambiare idea) di tanti censori d’Israele e dell’Occidente.

Capisco ancora di più l’obiezione – che immagino – di tanti benintenzionati: “non conviene” dirlo.
Però io vorrei che la smettessimo, e magari cominciassimo a combattere le immense menzogne in malafede, non con delle piccole menzogne in buona fede (che poi dov’è che il mezzo diventa fine?), ma con la genuina, semplice – perfino noiosa – nonimplicante verità.