Domenica 10 agosto

Non fatece largo – Diario dalla Palestina 33

Nablus non mi ha entusiasmato, ci hanno fatto fare il solito giro da turisti che turisti non sono, la peggior strada del campo profughi, varie tombe dei martiri, etc.

Effettivamente l’ambiente è molto diverso da Betlemme, ma non ho mai avuto la percezione che qualcuno ci volesse far male o rapire, certo solo in quanto stranieri (e il paradosso è che lì non ci va nessuno che non sia dalla parte dei Palestinesi), quand’anche accompagnati, c’era chi ci mandava a quel paese – sarà che «fuck you» è l’unica cosa che sanno dire in inglese? – qualche bambino che ci tirava la verdura, etc.

Devo dire che mi sono trovato a disagio, un po’. Umberto e Angela (un’altra), insieme a Gabriele e Andrea, sono altri quattro volontari che sono venuti per due settimane. Al di là delle loro idee politiche, diverse dalle mie, il loro approccio alla città e alle cose che ci dicevano era completamente descrittivo, acritico. Questo ci ha portato ad ascoltare cose false, cose illogiche, e cose abominevoli.

Non era solamente un problema di partigineria, quella evidente, nel trascurare completamente le cose meno utili al proprio pensare – come il tappezzamento di manifesti di martiri, nessuna indignazione espressa per questo, ma tanta per cose oggettivamente molto più irrilevanti – ma quanto un problema di approccio, come dicevo in precedenza: l’ossessivo refrain del non giudicare e il giustificazionismo speculativo (se ha detto questo concetto allora l’avrà detto in questo senso).

Si è parlato della strada che i martiri hanno costruito per la Palestina, del controllo di Israele sui media, di peggio dell’Apartheid. Di bombardamenti indiscriminati su case, solo per terrorizzare (la mia domanda: ma quindi funziona? non abbiamo sempre detto, giustamente, che le azioni violente fomentano il terrorismo? è rimasta inevasa). Altro.

Il paradosso è che forse è stata proprio l’apertura a teorie non proprio ortodosse dei nostri compagni di ventura, a far sentire così a proprio agio il ragazzo che ci portava da esprimere tutti i suoi pensieri, anche quelli che solitamente non-si-dicono-agli-europei.

Per quello che abbiamo visto è un altro mondo: avremo visto sei donne per strada, in qualche ora, e nessuna da sola. Per quello che abbiamo visto, comunque: abbiamo vissuto poco la città, la gente.

L’unico momento in cui siamo stati a contatto con le persone è stato il check-point, quello da dove tutti i cittadini di Nablus devono passare per uscire dai dintorni della propria città. Un’attesa lunga, ma non feroce: questo per merito dei palestinesi lì in coda che, risucchiati in quella mandria lunga più di venti minuti, non erano né sfrontati né rassegnati, non volevano sfidare i soldati ma cercando di non far arrendere la propria voglia di vivere. Quel momento, forse in quella condivisione (ci volevano far passare avanti, a noi i soldati non avrebbero fatto problemi), mi è sembrato probabilmente l’unico in cui ho avuto la sensazione di aver vissuto Nablus; quei dialoghi sardonici, quegli scambi di battute con la gente in fila durante quel periodo di attesa imposta mi hanno tanto ricordato quel tipo di canzonatoria indolenza, tipicamente romana, che a me così piace. Che qui, dove violenza risponde a sopruso che risponde a violenza, ci vorrebbe sempre tanto.

E nei miei sogni di bambino me li sono immaginati tutti, proprio tutti, che iniziavano a cantare in coro «ma che ce frega, ma che ce ‘mporta…»

Venerdì 8 agosto

Buono – Diario dalla Palestina 32

Per varie vicissitudini smarrimenti e ritardi all’aeroporto è venuto a dormire a casa mia Gianluca, anzi Gianluca Enzo Buono più-giovane-presidente-del-consiglio-comunale-d’Italia, come si è presentato, eletto in quota UDC. La circostanza più assurda non è che sia venuto a dormire da me senza neanche che lo conoscessi, e attraverso un contatto comune che ho visto tre volte; no, la circostanza più assurda è che – almeno pare – una persona normale. Ha posizioni civili sulle coppie di fatto, discute in maniera intelligente e preparata, si rende conto di tutte le ridicolaggini scritte nella bibbia, e non direbbe mai che è “un libro pieno d’amore”, con i suoi milioni di morti. Ed è venuto qui a darsi da fare. Mi fate ‘sto favore? Invece di candidare Cuffaro (evabbè anche io un po’ di populismo, no?), dategli la presidenza del partito. Si diceva largo ai giovani? Chissà che anche i giovani di Rifondazione siano meglio di Ferrero.

Tutto questo per dire che son riuscito a parlar male di D’Alema anche in Palestina.

Domani vado a Nablus. Si dice che sia la capitale del fondamentalismo islamico in Palestina (dove Hebron è quella del fondamentalismo ebraico), saremo accompagnati da gente che conosce bene il posto.

Sicuramente ci sarà da raccontare, difficilmente in serata.

Giovedì 7 agosto

Umorismo palestinese /2 – Diario dalla Palestina 31

Altri tre racconti di umorismo palestinese, stavolta in salsa agrodolce.

Uno degli amici qui mi stava raccontando del cibo palestinese che – devo ammettere – è meno peggio di quanto pensassi, anzi c’è sto Za’atar che è una polverina che mi piace un sacco. E mi stava raccontando della pizza, appunto, con lo Za’atar: alla mia faccia un po’ stranita, come per garantirmene la bontà mi ha raccontato che durante la seconda intifada lui e suo zio si mangiavano quattro pizze giganti. Gli ho chiesto allora, perché proprio durante l’intifada, e mi ha risposto: «you know, throwing stones is tiring» – Sai, lanciare sassi è stancante…

***

Oggi ho incontrato anche un cristiano di Betlemme che ce l’ha a morte con i francescani. Non so cosa gli abbiano fatto, mi ha raccontato qualcosa, e qualche storia triste, di corruzione, della moglie malata di sclerosi, e dell’ostilità che incontra ogni volta che prova a chiedere un visto per andarla a curare all’estero: sono gli stessi palestinesi cristiani a cercare di ostracizzare le partenze degli altri cristiani, visto che vivono una sindrome da accerchiamento – un tempo erano il 20% nell’intera Palestina, ora sono il 2,5%. In questa storia disperata, ha trovato la voglia di scherzarci su: dice di voler essere il primo kamikaze cristiano, ma di non voler andare a farsi esplodere in Israele, ma negli stessi Territori occupati, a Betlemme, nel convento dei francescani…

***

Io soffro il caldo di notte, solitamente, e qui non è caldissimo, anzi è abbastanza freschino con tutte le finestre aperte la notte: non fosse per la chiamata del Muezzin alle 4 di notte si dormirebbe relativamente bene. Di giorno però è un caldo balordo, ci vorrebbe un bel venticello, «ci vorrebbe un uragano» diceva uno dei palestinesi che ho conosciuto «Così poi ci buttiamo in mezzo e magari ci ritroviamo al di là del muro, e possiamo fare una girata». «Per fare una girata o carichi di bombe? sarebbe una trovata per evitare i check-point», dico io. Lui: «No, ma non serve andarci, in quel caso, basta tirar le bombe in mezzo all’uragano e ci vanno da sole di là» Io domando: «E se invece di andare in Israele atterrano a Ramallah o Jenin?». E lui: «Beh, in quel caso sono martiri…».

Mercoledì 6 agosto

Andando alla deriva –  Diario dalla Palestina 30

Una raccolta di foto dei giochi fatti in questo periodo:

  • Non sapevano giocare a murino, gliel’ho insegnato. Però non c’è nulla da fare col pallone fra i piedi gli italiani so’ sempre i mejo. Qui spiego le regole:

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  • Il gioco dei marinai:

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  • Mosca cieca:

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  • Quando si gioca a mosca cieca, io sono sempre l’addetto al bendaggio; dicono sia bravissimo, né troppo largo, né troppo stretto – dovrei farlo da grande:

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  • Sempre mosca cieca, sembra la fuga di Mariana da Serena, ma se vi ricordate la dinamica del gioco, è l’opposto:

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  • Come avrete visto nella altre foto sono arrivati altri due volontari – Angela e Davide – che staranno con noi per due settimane, con loro avrò modo di fare anche un po’ di turismo – qui ognuno di noi con un bigliettino con il proprio nome (io Paco) per fare sì che Davide li memorizzasse prima, poi c’è stato il momento del test, e Davide (qui di spalle) li ha azzeccati tutti:

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  • Qui faccio l’anfitrione per un gruppo venuto a visitare la nostra associazione:

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  • Questa invece la foto di gruppo, la mia posizione è data dal tuffo plastico che mi ha portato ad entrare nella foto. Del cui atterraggio vedete il divertimento e il terrore sul volto di Tina, Ghaida e Reem:

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  • Qui sembra che faccia rap, invece è la spiegazione di un gioco inventato sul momento e che Angela mi ha spiegato esistere e chiamarsi palla a 7 (ehi, no, non fate i furbini, no è schiacciasette, quella è altra cosa):

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  • Confidate, anche se ora la palla è ai nostri acerrimi nemici, la stiamo per riconquistare:

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  • Alla fine m’hanno detto che non ci si può giocare, la mia squadra vince sempre …sono troppo alto:

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Poi ci sono i due giochi che sono piaciuti di più, ma quelli hanno bisogno di un capitolo a parte, e tutto per loro, perché necessitano di sofisticate spiegazioni: la corsa a ostacoli…e soprattutto la caccia al tesoro 2.0.

Martedì 5 agosto / sera

Pampini – Diario dalla Palestina 29

È incredibile come qui i bambini siano lasciati in libertà, una battuta sarcastica sarebbe: «tanto ne hanno così tanti che uno più uno meno…» (6 figli sono la norma, 10 non sono straordinari). Però la verità è che funziona, o così pare. Quando ci sono le uscite, per i mercati affollati, nessuno si preoccupa, se il gruppo di bambini si disperde, nessuno sta a contare che ci siano tutti. Fanno cose pericolosissime, si arrampicano su staccionate belle alte, prendono in mano fili spinati, cose per cui le mamme italiane morrebbero di crepacuore. E non si fanno mai male

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Potrebbe avere a che fare con questa inclinazione alle cose pericolose il fatto che l’unica parola araba che mi è entrata nella testa – e da almeno 5 giorni – è “no”, la. Alle altre parole ci devo pensare, o comunque devo scegliere di usarle. La, invece lo dico automaticamente, è la prima cosa che mi viene, anche se sto parlando in italiano o inglese, più volte mi è capitato che mi scappasse un «la». Sarà che lavoro con i bambini particolarmente scapestrati (vivaci, direbbe un’insegnante con gli occhiali, e un po’ trombona), sarà che con tutte le cose che ti offrono – ovunque tu vada – è assolutamente necessario dire di no, perché alla prima esitazione sei ricoperto di cibo, regali, profferte, sarà quel che sarà, ma quando è la è la.

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Tesi, antitesi e sintesi. I bambini hanno detto che Giovanni è troppo difficile, e mi hanno chiesto se ho un soprannome, invitandomi a nozze perché farmi chiamare Paco mi piace, e piace anche a loro, sembra. Così mi chiamano Paco, anzi Baco, perché la p e la b in arabo si confondono: non sono stato a spiegar loro che baco, in italiano, è un’altra cosa.

Martedì 5 agosto / mattina

Eterogenesi dei fini – Diario dalla Palestina 28

Ho visto un barbone palestinese – non ne avevo visti di barboni palestinesi, avevo visto dei barboni israeliani, ma nessuno in Palestina. Era una serata particolarmente ventosa ieri, e Betlemme è abbastanza alta. Questo senzatetto ha raccolto i suoi cartoni, ha scavalcato stancamente la recinzione tutt’altro che sorvegliata, ha sdraiato le sue “coperte” contro quei piloni alti e grigi proprio dove c’era un graffito che diceva “Jesus will tear down this wall”, e si è messo a dormire. Acquattato sul muro, così, al riparo dal vento.

Lunedì 4 agosto

Dalla parte del più forte – Diario dalla Palestina 27

Ieri ero in un covo, c’era tutta questa gente molto multiculturale, molto europea, tremendamente occidentale, che faceva a gara a chi era più rispettoso delle culture altrui, dei soprusi altrui. Dopo molto tribolare una greca ha detto con una voce da perfetto film di Verdone che lei rispettava questa cultura, e se le donne non potevano fumare per strada lei mica avrebbe giudicato negativamente, avrebbe rispettato questa cultura;

Dopo molti pareri di questo tipo una voce per molto tempo repressa – la mia – ha squarciato il silenzio: «saranno molto contente che tu rispetti la loro cultura, le donne che subiscono questo sopruso, ti saranno certamente molto grate per il tuo mellifluo* rispetto» ho detto «ma vi rendete conto di quanto siete irrispettosi con il vostro supposto rispettare, che vuoldire rispettare solamente la legge del più forte, e voltare le spalle ai più deboli – le donne, gli omosessuali, le minoranze. Vi rendete conto di quanto siete razzisti a porvi su di un piano morale diverso, permettendo a chi è in un’altra cultura cose che non permettereste mai, mai, a voi stessi, ai vostri amici, ai vostri connazionali? Quanto lo siete a ragionare in termini di responsabilità collettive, a considerare vostra la cultura dei diritti alle donne, della libertà della scelta, e invece cultura degli altri – inevitabilmente inferiori, da trattare quali bestie da lasciar sfogare – quella dei soprusi, del maschilismo, dell’omofobìa?».

Walla, giuro: ci sono stati 15 secondi in cui nessuno ha detto nulla, quindici secondi di silenzio assoluto; poi una ragazza ha timidamente accennato, quasi sussurando «io non sono d’accordo». Nient’altro, e tutti gli altri zitti.

*no, in realtà mellifluo non l’ho detto – poi mica lo so com’è in inglese – ma era solo per fare piacere a Filippo.

Sabato 2 agosto / sera

Solo qui (cit) – Diario dalla Palestina 26

Uno di quei bei post incoerenti che tanto garbano alla diciottenne sorella.

Ho visto il mio primo poligamo dichiarato in vita mia. Dici, ne senti parlare, spesso si argomenta, ma effettivamente – ci ho pensato – non ne avevo mai visto uno, di uomini sposati con più di una donna. E invece capita anche questo, in Palestina.

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Cingolati: ecco un’altra cosa che non avevo mai visto, sulla strada vicino al centro si vedono i segni dei carri armati israeliani, perché quella è la strada che usa(va)no nelle incursioni, sono segni belli tosti: ai buchi delle pallottole, che effettivamente dovrebbero suscitare più angoscia, ci si è più abituati, i segni dei cingoli – invece – fanno un certo effetto.

Volevo far la foto, ma non vengono bene.

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Un’altra cosa che mi ha stupito, ricordo di essermi stupito – quasi scioccato – quando ho saputo che fino a qualche tempo fa sulla carta d’identità israeliana c’era scritto “ebreo” per gli ebrei. Certo, non è che non lo sanno se sei mussulmano, arabo, basterebbe anche il nome, ma il fatto di avercelo scritto sulla carta d’identità ha un connotato simbolico molto forte. Menomale che non c’è più.

Invece in Palestina c’è. L’ho scoperto oggi. Si diceva che, appunto, la religione è un fatto identitario e – appunto – per nulla personale, per nulla religioso? Ecco, non solo se nasci cristiano sei cristiano, non solo è un fatto d’identità, ma ce l’hai scritto sulla carta d’identità, cristiano o mussulmano. Effettivamente di conversioni non ne ho mai sentito parlare. «Hai mai provato a dire che sei ateo?» mi ha chiesto un amico franco-indiano-palestinese «non ti crederebbero, sei italiano, quindi sei cristiano. E basta.»

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Infine due foto, un po’ particolari – anche queste solo in Palestina.

Un bambino palestinese con il cappello dell’esercito israeliano:

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E un passo carrabile un po’ particolare:

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Sabato 2 agosto / mattina

Come nuvole – Diario dalla Palestina 25

Ieri abbiamo letto la favola della cicala e la formica, poi abbiamo chiesto cosa pensassero della formica, cosa pensassero della cicala, e cosa pensassero del narratore, di de la Fontaine: lui per chi parteggiava? Tutti hanno evidenziato che effettivamente il narratore era dalla parte della formica, ma c’erano molti dubbi su cosa pensare del resto.

Poi ho letto loro, traducendolo dall’italiano all’inglese, e poi in arabo attraverso Ahlam, la lettera di Gianni Rodari Alla formica che fa:
Chiedo scusa alla favola antica
se non sto dalla parte della formica
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala

Poi, allora, abbiamo chiesto loro di raccontare una storia breve, cosa sarebbe successo nell’inverno secondo Rodari, prima di leggere la vera versione: abbiamo spiegato loro che il titolo era “rivoluzione”. È sintomatico dell’ambiente in cui si trovano a vivere, che alcuni non sapessero cosa significa rivoluzione, che lo considerassero un sinonimo di guerra.

Sono venute fuori delle versioni carine, Mariana ha detto che la cicala se l’era cavata nell’inverno grazie all’elemosine raccolte in una scatola durante l’estate, e che anzi aveva offerto riparo alla povera formica che aveva finito le provviste, e che ciò era servito a quest’ultimo da lezione. Sawsan, ancor meglio, ha raccontato che la formica e la cicala avevano redatto e firmato un contratto per cui la cicala avrebbe allietato le giornate della formica, la quale in cambio avrebbe spartito con lei le provviste. Ahlam ha commentato che quest’ultima era una conclusione molto mediorientale.

Questa invece la Rivoluzione di Rodari:
Ho visto una formica
in un giorno freddo e triste
donare alla cicala
metà delle sue provviste.

Tutto cambia: le nuvole,
le favole, le persone…..
La formica si fa generosa…..
E’ una rivoluzione.

Tutto cambia, speriamo.

Venerdì 1 agosto

Potere alla parola – Diario dalla Palestina 24

Oramai ho imparato quelle poche parole dell’arabo parlato (se parli arabo classico ti guardano male) che servono per avere prezzi da locali, e non da turisti.

Sì, dell’arabo parlato, o meglio dell’arabo “di strada” nella vecchia Palestina mandataria pre spartizione franco-britannica, insomma l’arabo che si parla anche in Libano, Siria e Giordania: in Egitto no, quello è un altro continente. Questo che è sempre stato un argomento dei sionisti per sostenere che non ci fosse mai stato un popolo “palestinese” e una nazione chiamata Palestina. Che il nome “Palestina” sia stato inventato dai romani in spregio agli ebrei, etc. Ovviamente la verità è nel mezzo, ma è curioso che in conversazioni informali questo dato sia sempre raccontato (quando dico che voglio imparare il palestinese, mi dicono sempre «non esiste un palestinese, è l’arabo di strada!»), ma poi negato quando la discussione si faccia politica.

Hai imparato l’arabo dunque, anzi l’arabo di strada? No, in due settimane e con quel tanto di pigrizia, figuriamoci: ho imparato quelle poche parole utili. Una cosa che mi piace molto, ed è un po’ strana per un europeo è che qui, ovunque tu vada, non soltanto saluti (cosa scontata in Francia almeno nei negozi, ma non in Italia) ma chiunque ti chiede come stai: entri in una farmacia per comprare un ciuccio? il farmacista ti chiederà «come stai?». Ovviamente immagino che le risposte siano abbastanza standardizzate, e difficilmente si dirà al farmacista che va male perché la tua fidanzata guarda troppo nuur – la telenovela – e non si dedica a voi (ma non ci giurerei), però il concetto non mi dispiace.

Questo fatto ha poi un effetto collaterale abbastanza divertente, ovvero che basta imparare come si dice e come si risponde a «come stai?», per essere creduto uno che parlicchia l’arabo. Anche se sai soltanto quelle due parole.

Conversazione tipo:
Io – Marhaba (ciao) ((anvedi, te saluto n’arabbo))
Negoziante – Masa el kheir (buona sera) ((certo che a me me pari proprio’n turista))
Negoziante – Kif halak (come stai?) ((vedemo se ce lo sai parlà davero l’arabbo))
Io – Quays/variantegaggiahamdulillah (bene/nacifrabene) ((tiè, hai visto come j’ammollo n’arabbo?))
Negoziante – – (-) ((‘mazza sto qua l’arabbo ce lo sa))
Negoziante – Hal taarfi lloha al arabìa? (ah, parli arabo) ((ah vabbè sei di’i nostri?))
Io – Shuai Shuai (un pochetto) ((in realtà so solo ste du’ parole ma tu nun ce lo sai))
Io – Khadish ada (quanto costa questo) ((mo me devi fa er prezzo de li ‘bboni)
Negoziante – talata shekel (3 shekel) ((vabbè, se sei dei nostri mica te posso fregà))

Dice, e com’è questo prezzo de li ‘bboni, ecco, ho scoperto che qui non esiste assolutamente economia di mercato, i prezzi sono assolutamente fissati, che sia un supermercato o un chioschetto di periferia qualsiasi alimento o oggetto costa lo stesso, quelli che vengono da israele costano un po’ di più, ma ovunque li si compri il prezzo è il medesimo, senza alcuna concorrenza.
Anche per i turisti il prezzo è lo stesso, ed è la cifra che arrotondata si avvicina di più al 250%, se una cosa costa 3, 4 o 5 shekel, ai turisti costerà 10 shekel.

Shekel, sì: scontato per chi c’è stato, non per gli altri – lo sapete che in Palestina, perfino a Gaza, si usa la moneta israeliana con tanto di magen david su essa?