Beati gli elettori che fanno autocritica

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È successo che Grillo ha rivolto a Vendola un “At salut, buson” come insulto. Cioè, “saluti, ricchione”, a mo’ d’insulto. Non come uno può dire frocio all’amico frocio o negro all’amico negro, proprio a presa in giro di quelli che reputano queste caratteristiche offensive. No, come mossa di campagna elettorale. La gente che era lì ha riso – gente di livello, insomma – e la cosa è venuta fuori. C’è stata una piccola polemica, e Capriccioli ha raccolto in una specie di stupidario – come ne aveva fatti per tanti altri – le peggiori uscite di Grillo. Le risposte, dai grillini, sono state di questo tenore:

Questo è il profilo facebook di quella merda di Capriccioli:

http://www.facebook.com/alessandro.capriccioli/posts/225210040826538

SOMMERGIAMO DI COMMENTI QUESTO PENNIVENDOLO VENDUTO DI MERDA SERVO DEL PD!!!!!!!!!!!!!!!!

Nessuna risposta nel merito, naturalmente, ma dietrologie delle più sciocche (l’Espresso->De Benedetti->PD->Capriccioli è un venduto al PD), aizzate dal loro capobastone.

Se vi siete imbattuti da qualche parte nella questione – altri blog, Facebook – avrete notato come immancabilmente quando arrivano i grillini il livello di qualunque discussione crolla, e soprattutto c’è una difesa assoluta e dogmatica di qualunque cosa faccia Grillo, contro qualunque evidenza.

A seguito di questo, nonunacosaseria ha scritto una considerazione effettivamente molto vera:

Un militante piddino – con tutti i suoi limiti e le sue arretratezze culturali – se il segretario del suo partito spara una cazzata non si arrampica sugli specchi per giustificare la gaffe, ma gli fa un culo così.

Se ci pensate, è vero. Forse, però, questo non riguarda solo il Movimento 5 Stelle di Grillo – che è l’apice –, ma è un discorso che si potrebbe allargare a molti altri partiti. Pensate alle discussione che vi sarà capitato di fare con gente di qualunque partito: gli elettori del PD sono fra gli unici che riconoscono gli errori dei proprî leader. È un po’ il concetto che c’è all’inizio di questa vignetta. Ci si arrabbiano, ci si scornano, e se qualcuno critica Bersani – o al tempo Veltroni, o chiunque altro – la risposta è quasi sempre «hai ragione, ma bisogna considerare anche quest’altro fatto», e quasi mai una difesa a oltranza di posizioni insostenibili (pensate al vostro amico che vota il PD, e cosa diceva di Paola Binetti: non erano mai “eh, è stata interpretata male” “no, ma era una battuta” o cose del genere).

E così mi sono domandato: non è che tutti i discorsi sul tafazzismo del PD che si fa male da solo sono semplicemente l’altra faccia della medaglia di un rapporto maturo e autocritico verso sé stessi?

«Noi non siamo così»

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That’s not who we are. È quello che ha detto la Casa Bianca, il portavoce di Obama, a proposito della pubblicazione delle foto di Bin Laden. Noi non siamo così. Noi non facciamo queste cose.

La mia prima impressione, quando ci ho pensato la prima volta, è stata: «io le pubblicherei, così si zittiscono quelle teste dure dei complottisti». Per fortuna, e non a caso, il presidente degli Stati Uniti è lui, e ha preso la decisione ovviamente più ragionevole. Quel “noi non siamo così”, abbiamo delle responsabilità ben più importanti che smentire degli sciocchi. La vita delle persone in giro per il mondo è molto più importante che tentare – senza possibile successo – di appagare delle persone malate della peggiore malattia: la malafede.

Nessuno dei complottisti si convincerà, in nessun caso. Non c’è solo il fatto che inevitabilmente le dichiarerebbero false. In fondo la loro teoria qual è? Che Bin Laden sia ancora vivo? Macché, altrimenti sarebbero tenuti a portare le prove del perché non si manifesti. Che Bin Laden fosse già stato ucciso? E allora qualunque foto sarebbe tacciata di risalire al tempo dell’uccisione. Se pensi – senza prove – che Bin Laden sia stato ucciso chissà quanto tempo fa (che poi, perché non renderlo pubblico quando c’era qualcosa in palio?) potrai dire che qualunque foto è stata scattata a quel tempo.

Mi auguro, almeno, che fra tutti coloro che fino a ieri erano incredibilmente guardinghi  nel non irritare le “masse mussulmane” – tipo il Corano bruciato dal reverendo scemo – per paura delle reazioni (o, peggio, per rispetto) non ce ne sia uno che ora critica Obama per l’avvedutezza di questa decisione.

Cosa dice l’Articolo 11 della Costituzione

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Francesco fa un post in cui spiega perché le obiezioni sull’illegalità – sull’incostituzionalità – della guerra in Libia non stanno in piedi, in particolare l’obiezione alla partecipazione dell’Italia nel conflitto. Leggendolo mi è venuto un dubbio sull’interpretazione dell’ultima parte dell’Articolo 11 (quella sulle limitazioni della sovranità), così sono andato a studiarmelo un pochino.

Vediamolo tutto:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

La guerra, quindi, si rifuta – ripudia – in due casi:

1) come “strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, dove semmai in Libia le libertà si punta ad accrescerle;
2) come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, e quello che stava succedendo in Libia non era certamente una controversia internazionale.

In sostanza, ciò che si ripudia è l’utilizzo della guerra per la conquista di altre terre (come era scritto in una prima redazione dell’articolo).

In Libia è stato tutto il contrario: si è intervenuti con una risoluzione delle Nazioni Unite che specificava chiaramente la tutela dei civili libici quale unico cardine attorno al quale muoversi (e difatti è stata criticata per questo).

Nella seconda parte dell’Articolo 11, invece, si chiarisce quando la guerra è consentita. È importante notare che “consente” è un verbo sia transitivo che intransitivo, qui usato nella sua forma intransitiva (un po’ più arcaica, con un significato del tutto simile al più comune “acconsente”): e difatti si dice che l’Italia “(ac)consente ALLE limitazioni” non “consente LE limitazioni”, come sarebbe se s’intendesse “consente/approva” anziché “consente/acconsente/permette”. Perché è importante? Per capire la frase successiva.

L’Italia acconsente “alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Le limitazioni in questione si riferiscono alla sovranità italiana, non a quella degli altri Paesi – come non avrebbe senso nella Costituzione italiana. L’unico vincolo imposto, difatti, è quello delle “condizioni di parità con gli altri Stati”, il cui soggetto è chiaramente l’Italia, la quale accetta le limitazioni della propria sovranità, a patto che non sia in una condizione subalterna (un esempio recentissimo della messa in pratica di questo principio è la bocciatura da parte dell’Unione Europea del reato di clandestinità: perché la Corte di Giustizia europea può bocciare una legge italiana? Perché l’Italia, in condizione di parità con gli altri Stati, ha acconsentito a questa limitazione della propria sovranità).

Quindi quand’è che in materia di guerra e pace l’Italia acconsente alla limitazione della propria sovranità? Proprio, come è specificato nella frase successiva, nel “promuove[re] e favori[re] le organizzazioni internazionali rivolte a[llo] scopo” di garantire “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Il riferimento alle neonate Nazioni Unite, o all’appena defunta Società delle Nazioni, è chiaro.

Tradotto in rustica romana lingua, dunque, l’articolo 11 è perciò favorevole due volte alla partecipazione italiana in Libia: la prima, quando dice che ripudia le guerre mirate a conquistare e violare le libertà, e la seconda quando dice che accetta di limitare la propria sovranità in questioni di guerra e pace, quando a domandarlo sono gli organismi come le Nazioni Unite: che è esattamente quello che è successo in Libia.

La Libia e i pacifisti leghisti

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Il giorno che Emergency si renderà conto di dire le stesse i-den-ti-che cose della Lega Nord su qualunque cosa succeda oltre Chiasso, io sarò così incredibilmente sollevato per tutte le persone per bene che ci lavorano dentro e che – spero – subiscono, in nome di un bene più grande, l’orrore di queste spaventosità verbali.

Ora l’indovinello – sapreste dire chi ha scritto queste cose, la Lega o Emergency?

Contro la nuova guerra degli Alleati, che sta causando centinaia di vittime fra la popolazione civile. Una guerra decisa unilateralmente da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti per mettere le mani sulle importanti risorse petrolifere dell’amico-nemico Gheddafi. Le conseguenze di questa nuova guerra imperialista sono e saranno sempre più devastanti.

Sbagliato. È stata Forza Nuova.

Deberlusconizer

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Una cretinata divertente, da usare una volta. Deberlusconizer. Introduci un sito, ed espunge – in un bel giallo fosforescente – tutte le volte che viene citato Berlusconi o addentellati. È un modo scemo per contarle. Io ne ho solo una negli ultimi venti post (anche se questo post alzerà il numero!).

Per fare un giochino, ho confrontato le homepage di un po’ di quotidiani:

Il Post 1 occorrenza (il vero giornale deberlusconizzato)
Il Sole 24 ore 3 occorrenze
Il Manifesto 4 occorrenze
La Stampa 5 occorrenze
Corriere della Sera
6 occorrenze
Il Foglio 8 occorrenze
Il Giornale
9 occorrenze
L’Unità 12 occorrenze
La Repubblica
13 occorrenze
Il Fatto quotidiano 34 occorrenze

Cinque stupidaggini sulla Libia

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Ci sono buoni e cattivi argomenti per essere a favore di questo intervento, e ci sono buoni e cattivi argomenti per essere contro a questo intervento. Io penso che i buoni argomenti a favore siano enormemente di più dei buoni argomenti contro, ma penso anche che discutere di queste cose sia un gran bene: proprio perché cerco di scegliere con cura le mie idee, sono contento che queste siano messe in discussione ed – eventualmente – migliorate.

Per fare questo, però, c’è bisogno di accordarsi su un comune denominatore di convivenza: ovvero escludere le stupidaggini. Intendo gli argomenti sciocchi, quelli che non hanno nulla a che vedere con la discussione. Il chiasso. E, qui, mi sembra che ci sia un enorme squilibrio fra il chiasso a favore e il chiasso contro. Chiunque dicesse “è giusto intervenire per prendere il petrolio ai libici” o “dobbiamo ammazzare più libici possibile” verrebbe immediatamente – e, dico io, giustamente – escluso dalla discussione fino a quando non porti argomenti migliori.

La stessa cosa non succede, invece, quando vengono tirati fuori argomenti equivalentemente stupidi o egoisti da chi è contrario a questo intervento. Si inseguono le traiettorie schizzate e i binarî morti di argomenti che nulla hanno a che vedere con la tutela della vita dei libici che – ricordiamolo sempre – è l’unico metro attraverso il quale bisogna valutare la bontà di quest’azione. Per dire: se, il Cielo non voglia, questo intervento dovesse comportare una strage di civili inermi enormemente maggiore di quella che aveva e avrebbe fatto Gheddafi, coloro che sostengono l’intervento avrebbero torto – io, ad esempio, dovrei ricredermi.

Mi sembra, invece, che quelli che portano avanti questi argomenti – slogan che replicano sé stessi – non potrebbero cambiare idea, qualunque cosa accada. E, quindi, se non si stabilisce questo principio minimo di condivisione delle idee, è inutile discutere. Io suggerisco di farla sempre quella domanda: c’è qualcosa che ti potrebbe far cambiare idea? No? Allora questa non è una discussione. Però penso anche che ci siano tante persone, probabilmente la maggioranza, che hanno sottoscritto idee buttate nella mischia da altri sulla scorta dell’emotività o della confusione; ma che, ragionandoci un attimo su, non stanno in piedi.

Perciò, gli unici dubbî sui quali ha senso riflettere sono quelli che pensano alle conseguenze lì in Libia, naturalmente anche sul lungo termine, alcuni sono qui. Questi, invece, sono gli argomenti che sento più spesso, e su cui NON vale la pena discutere:

1)  Lo fanno per interesse/per il petrolio

Prima di tutto, bisogna mettersi d’accordo con sé stessi: fino a tre giorni fa i potenti del mondo dimostravano la loro malafede ignorando la Libia, ora dimostrano la stessa malafede decidendo di intervenire. Questa è, piuttosto, una profezia che si autoavvera. Come ha scritto Giovanna: “Perché l’Occidente non interviene in Libia? Perché ha troppi interessi economici, ovvio! Perché l’Occidente interviene in Libia? Perché ha troppi interessi economici, ovvio!”.

La cosa più ragionevole da pensare, invece, è che per Cameron, Sarkozy e Obama questa sia una bella gatta da pelare, e che fino a che hanno potuto hanno cercato – questo sì, cinicamente – di non imbarcarcisi. Poi, costretti dagli eventi hanno deciso di intervenire: vogliamo dire che non l’hanno fatto di propria coscienza, ma per assecondare l’elettorato che vedeva le immagini dei massacri? Diciamo che, in genere, mi fiderei più della coscienza di Obama che di quella di Putin (o Medvedev), ma fate voi, non mi importa: qui non si valuta il nostro giudizio su Obama o Putin, qui si valuta il nostro giudizio su questo intervento.

Difatti, molto più sinteticamente, la risposta a: «lo fanno per il petrolio» dovrebbe essere: “embè?”. Dovrebbe essere: “a me interessa sapere delle sorti della gente in Libia”. Chiunque abbia più in odio gli interessi di Obama o Sarkozy rispetto a quanto tenga alle sorti di centinaia di migliaia di persone in Libia, e da questo deduca che i supposti interessi dell’Occidente risolvano la questione, può portare il proprio cinismo livoroso da un’altra parte. Chi riuscirebbe a passare su migliaia di cadaveri per fare un danno ai proprî nemici non merita la nostra attenzione.

2) Fino a ieri eravamo alleati di Gheddafi
Se l’ovvia risposta all’obiezione precedente è: «embè? (quello che mi importa è la vita dei libici)», la risposta a questa è: «appunto! (quello che mi importa è la vita dei libici)». Era profondamente sbagliato fare gli amiconi con Gheddafi, era sbagliato in via di principio – perché si legittimava un dittatore sanguinario – e in pratica – perché quegli accordi erano pagati sulla pelle dei libici annegati nel Mediterraneo.

Però fare due volte lo stesso errore è peggio che farlo una volta sola. Da quando in qua perseverare nel male è meglio che smettere? E poi non possiamo mica fare lo slalom opposto: se prima Berlusconi aveva torto, e ce l’aveva, perché difendeva un assassino tiranno, non si può mica fare tutto il giro e dire che no, in fondo, non era poi così male. Ricordiamocelo: qui non è in ballo la nostra opinione su Berlusconi che, immagino, non cambierà di molto, è in ballo la vita di quelle persone. Discutiamo solo di quello.

C’è un povero ragazzo (i libici) che viene picchiato a sangue da un teppista (Gheddafi, con la connivenza di Berlusconi), e noi cerchiamo di farlo smettere. Quando poi, finalmente, quel teppista (Berlusconi) smette di picchiarlo, noi che facciamo? Gli diciamo: «eh, no, prima lo stavi picchiando, mica puoi essere incoerente»?

3) L’attacco è stato avventato. Si poteva trovare una via di mezzo prima della guerra
Perché una no-fly zone implementata con mezzi militari? Non si potevano trovare delle vie di mezzo o ulteriori sanzioni? Di queste obiezioni sarebbe la più ragionevole, perché almeno punta a qualcosa di smentibile e che non si auto-avvera. Il problema è che è già smentita dai fatti, e continuare a ripeterla contro tutte le evidenze suggerisce – nella migliore delle ipotesi – un’ostinazione cinicamente pacifista, quella che considera la pace come un fine e non come un mezzo per garantire la vita delle altre persone e passerebbe sopra a un genocidio commesso dal proprio vicino di casa per non intaccare la propria immacolata coscienza.

Come ha scritto Francesco, “esistono moltissime vie di mezzo tra ignorare lo sterminio di un popolo e dichiarare guerra alla Libia, e la comunità internazionale le ha provate tutte: gli ha intimato di smettere con crescente decisione, ha espresso dichiarazioni di condanna con tutte le sue istituzioni internazionali, ha riconosciuto ufficialmente i ribelli, ha approvato un primo pacchetto di sanzioni economiche e politiche, ha congelato i suoi beni, gli ha nuovamente intimato un cessate il fuoco, ha dato il sostegno che ha potuto dare ai ribelli. Niente di tutto questo è servito”. Si è battuta la strada dell’esilio, della presidenza dorata, quella della concertazione, quella delle sanzioni: non ha funzionato.

La verità è che fino all’altro ieri eravamo tutti qui a chiederci cosa aspettassero. Un nuovo massacro? La ragione per la quale la comunità internazionale è intervenuta così tardi è stato proprio aver provato tutte queste vie di mezzo. Tentativi ragionevoli che, a questo punto, possiamo definire fallimentari. C’è il legittimo dubbio che bisognasse intervenire prima. La decisione del consiglio di sicurezza è arrivata poche ore dopo che Gheddafi – probabilmente giocando sul terremoto in Giappone che aveva catalizzato l’attenzione internazionale – era arrivato alle porte di Bengasi, la roccaforte dei ribelli, e aveva annunciato una vendetta consumata “fino all’ultima goccia di sangue” a chiunque non si arrendesse. Era criminale aspettare ancora.

4) Stiamo violando la sovranità di uno Stato
La sovranità di uno Stato è il principio inviolabile che la tradizione conservatrice – i cosiddetti “realisti”, quelli delle dittature in Sud America, che ora sono tutti contro a quest’intervento perché (ironia della sorte) “non ci conviene” – ha sancito e riproposto dalla pace di Westfalia. Qualunque persona progressista – dai marxisti, ai liberali a tutte le vie di mezzo –, nei secoli passati, l’ha sempre considerato un vecchio arnese per permettere ai potenti del mondo di violare i diritti degli altri in santa pace. Einaudi, settant’anni fa, scriveva “[Il] principio dello Stato “sovrano”. Questo è oggi nemico numero uno della civiltà, il fomentatore pericoloso dei nazionalismi e delle conquiste. Il concetto dello Stato sovrano, dello Stato che, entro i suoi limiti territoriali, può fare leggi, senza badare a quel che accade fuor di quei limiti, è oggi anacronistico ed è falso”. È un concetto odioso, che il mondo ha cercato di limitare sempre di più. Il più grande attacco all’inviolabilità di questo principio è arrivato dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: basterebbe questo per risolvere l’argomento.

Lo stesso articolo 11, tante volte tirato in ballo da chi è contrario a questo intervento, dice una cosa importante: che l’Italia ripudia la guerra come strumento d’offesa alle libertà altrui o metodo per risolvere controversie internazionali (e, semmai, in questo caso l’offesa la stava facendo Gheddafi), ma aggiunge una cosa importante che nessuno cita e Sciltian ricorda: “consente (…) le  limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” (corsivo mio, naturalmente riferito all’Italia: ma implica lo stesso per tutti). La comunità internazionale stessa, attraverso le Nazioni Unite, riconosce la sovranità come un principio limitato dalla “responsabilità di proteggere” i proprî civili, e il fatto stesso che sia stato l’ONU ad approvare l’azione spazza via qualunque obiezione. A onore del vero, coloro che erano contro la guerra in Iraq “perché non c’era l’ONU” devono dimostrare la propria onestà intellettuale dicendosi favorevole a questo intervento.

Infine, la gente di Bengasi ha già manifestato (e oggi ha ribadito) come il rispetto dell’autodeterminazione dei popoli sia dalla parte delle persone – che esultavano in piazza per  il passaggio della risoluzione – e contro il despota. Come spesso succede, rispettare la sovranità (cioè la sua inviolabilità) di un luogo significa rispettare chi comanda, spesso attraverso sangue e terrore, in quel luogo.

5) Anche altrove ci sono violazioni dei diritti umani
Questo è l’argomento che l’Independent ha definito Perché-Dovrei-Mettere-In-Ordine-La-Mia-Cameretta-Quando-Il-Mondo-È-Così-Incasinato. È giusto o non è giusto mettere in ordine la cameretta? Si fa bene o si fa male? Certo, in Arabia Saudita, in Bahrein, in Qatar, in tante parti del mondo ci sono violazioni dei diritti umani: sostenere che, siccome si sbaglia in un posto, bisogna sbagliare in tutti i posti è ridicolo. Anzi, sostenere questo porta come logica conseguenza il sostegno a molti più interventi come questi qui, almeno dove ciò è fattibile. Insomma, chi è a favore di questo intervento ha ragioni di obiettare “perché non anche lì?”, ma chi è contro dovrebbe – semmai – celebrare il fatto che non ce ne siano di altri interventi simili.

Spesso questo argomento viene sostenuto su due tipi di speculazioni. Entrambe piuttosto cerebrali e indimostrabili: una è quella del complotto dei media che raccontano violazioni che non ci sono. La seconda è che gli Stati intervengano in Libia per il petrolio (vedi punto 1)  e non negli altri posti perché non ce n’è. La prima rimodula in diverse maniere questo concetto: Gheddafi non sta uccidendo la popolazione (nonostante sia lui stesso ad averlo promesso), i mezzi di comunicazione sono conniventi con le superpotenze e plasmano l’opinione pubblica attraverso un determinato linguaggio (in realtà, non so se ci avete fatto caso: in Tunisia e in Egitto chi protestava era definito da tutti “il popolo egiziano/tunisino”, in Libia tutti parlano di “ribelli”, accettando sostanzialmente la retorica di Gheddafi). Anche questa obiezione è semplice da risolvere:  se c’è un complotto non sei certo tu l’unico talmente intelligente da andare oltre alla cortina di fumo che hanno diffuso per tapparci gli occhi. Quindi parliamo di quello che sappiamo.

La seconda è che la bontà delle opinioni di chi è genuinamente favorevole all’intervento sia inficiata dalla malafede di chi le attua. Io non so a quali segretissime fonti abbiano accesso queste persone per leggere le menti di quei capi di Stato, tuttavia c’è un dato abbastanza ovvio: se Cameron, Obama e Sarkozy non agiscono su considerazioni umanitarie, non lo fanno certamente coloro che sono sempre stati riluttanti all’intervento: Hu Jintao, Putin/Medvedev, ma anche i Partiti dell’Egoismo come la Lega Nord o i Tea Party. Se la mia opinione a favore dell’intervento è “sporcata” dal fatto di condividerla con Obama, quella di chi è contrario ha una compagnia ben più odiosa: quella di Borghezio, di Putin, di Hu Jintao, e di tutti i dittatori del mondo a cui piace la camera disordinata così com’è. Sarà meglio rassettarla?

Evviva!

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È quello che hanno gridato migliaia e migliaia di persone in festa nell’est della Libia  sventolando bandiere francesi, britanniche, egiziane. Bisogna ascoltare il boato alla notizia.

Festeggiano, si abbracciano, sparano in aria, perché i varî potenti del mondo – i cattivi – Cameron, Sarkozy, Obama, hanno dimostrato di tenere a loro molto di più di tanta gente che in questi giorni si è riempita la bocca di menefreghisti slogan anti-interventisti: sono fatti loro.

No, non sono fatti loro, se Gheddafi aveva minacciato oggi di fare una carneficina a Benghazi. Sono fatti nostri. Ci immischiamo perché esistiamo.

Guardatela la diretta, sono le due di notte e continuano a riversarsi nelle piazze per manifestare la propria gioia: “they’re ecstatic”, commenta Al Jazeera. Che lo sappiano, quegl’altri lì, che la gente non è con loro.

Evviva il mondo, invece!