L’intervento che avrei fatto ieri, se ci avessi pensato oggi

Ieri c’è stata l’assemblea al Lingotto di Torino dei cosiddetti Piombini, che potrei definire “quelli che credono al PD, senza che il PD creda in loro”.

Essendo stato fuori dalla politica italiana, ieri sono andato ad ascoltare. Oggi mi son fatto un’idea: questo è quello che avrei detto ieri, se ci avessi pensato oggi.

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Mi dichiaro colpevole. A queste elezioni non ho votato per il PD. Lo dico in modo dimesso, e per nulla orgoglioso. Non mi stanno simpatici coloro che sono venuti qui, a parlare, per rivendicare d’aver votato per qualcun altro: so che la sensazione di pace che ho sentito, per la prima volta, quando ho dato la mia preferenza a Emma Bonino è un narcisismo della coscienza in cui non è sano indugiare troppo spesso.
Vorrei una piccola attenuante, che anche il Partito Democratico, quello che è – certamente, almeno in spirito – il mio partito, è mio corresponsabile. Anche il PD è colpevole.

È colpevole di non avermi permesso di votare delle persone la cui competenza e impegno – oltre che l’onestà, che quasi sempre è connaturata alla competenza e all’impegno – corrispondesse alla vittoria delle idee che era stata per se l’invenzione del Partito Democratico. Per una volta, avevamo vinto davvero.
Nella mia circoscrizione centro non c’erano tre persone come Ivan Scalfarotto o Debora Serracchiani, non ce n’era neanche una.

Io non sono d’accordo con Debora Serracchiani quando dice che non c’è bisogno del messia, della persona che risolva tutti i mali. Magari ci fosse! E se non c’è, meglio quella che ci si avvicina di più, a essere il messia, o quella che ci sta più lontano.
Non lo dico, neanche, con il rammarico di chi dice che – oramai – la politica la fanno le persone, lo dico col sollievo di chi lo dice.

Proprio perché – come abbiamo detto – il PD deve essere un partito che rappresenti un ampio spettro di elettori e di idee, se lo vogliamo davvero a vocazione maggioritaria, io voglio poter scegliere le persone, sì, gli individui di cui mi fido e che concepisco più vicini alle mie, di idee. Non posso “fidarmi” delle scelte del partito, della media o della sintesi delle posizioni del partito: il PD deve consegnarmi un insieme di candidature garantendomi che sono persone per bene, e brave (e magari fosse stato almeno questo!) – poi voglio scegliere io. Non posso che il mio ruolo sia quello di votare la persona che rappresenti la media esatta fra le posizioni di Paola Binetti e quelle di Ivan Scalfarotto, non posso pensare che quello sia il mio partito. E non lo penso.

Franceschini e Bersani sono venuti qui, e non hanno risposto alle due domande più semplici – che poi è una – alle due domande alle quali non sanno dare una risposta, e che ai miei occhi li esclude: «perché ha sempre detto che non si sarebbe candidato al congresso, quando TUTTI dicevano il contrario, e ora si candida? Perché è stato bugiardo?» al primo. «Perché lei si è impegnato a candidarsi alla guida del Partito democratico, e poi – due settimane dopo – quando Veltroni si è dimesso, non ha formalizzato la candidatura temendo la batosta alle europee? Perché è stato bugiardo?».

Per questo avrei preferito che Debora, con un po’ d’ironia, avesse detto: «non ci sono i messia? eccomi qui! Sono pronta».

Schianti

Oggi sono stato sul luogo dello schianto del Grande Torino, sulla collina di Superga, e su quello di Serse Coppi, appena sotto.

I bravi di Dio

Delle volte succedono anche delle cose sensate, in Israele: hanno arrestato 28 ebrei ortodossi che avevano fatto casini, e picchiato poliziotti, perché (sic) stavano aprendo un parcheggio di Shabbat.

Ma io mi chiedo: se Dio tenesse davvero a ‘ste regole assurde, non sarebbe più facile tirare una bella fulminata a chi non le rispetta, anziché arruolare sgherri che facciano per lui il lavoro sporco? In teoria è onnipotente, se gli paresse così importante non mangiare il maiale o non andare in macchina di sabato, dovrebbe essere parecchio facile per lui, impedirlo.

Dilaga

Per la prima volta, a Torino, ho ricevuto un volantino di Scientology.

Il battutista

Due persone, con davanti due computer.

Lei dice: «è morto il padre di Verdone».
Io rispondo: «Era Michael Jackson?»

Ma ancora protestano?

Mentre ci si sta un po’ scordando dell’Iran – le iniziative di oggi, a Teheran, sono la settima notizia su Repubblica – c’è chi non se ne dimentica: Lorenzo Cairoli, anche oggi giornata di palloncini in cielo, sta facendo l’ennesima diretta quotidiana, facendo quello in cui è più bravo, ovvero raccogliere tutte le informazioni possibili, dagli anfratti più lontani.

Se siete ancora in apprensione, buttate un occhio da lui, ogni giorno.

Abruzzo ventritré /fine

Non ho più scritto l’ultimo post dall’Abruzzo, e mi trovo a scriverlo ora, quando sono già da un bel po’ a Roma. Anzi, a dire il vero, mentre scrivo non sono già più a Roma, ma ci tornerò la prossima settimana.

La conclusione di questa meno che mensile esperienza abruzzese è arrivata perché, fondamentalmente, non c’era più bisogno di me. Era pianificato l’arrivo di un sacco di altri volontarî nelle due settimane a venire, e allora ho preferito farmi da parte. Oramai ero diventato amico, sarei potuto restare, ma per cosa?

Sì, le cose stanno così, per quello che ho visto: c’è tanta, tanta gente che vuole darsi da fare. È un gran bene. Le persone si dànno i turni per servire. E la tantissima manodopera genera un servizio ottimo, bagni puliti due volte al giorno, un mensa qualificata, etc. Si tratta anche del tipo di organizzazione, a quello che ho sentito c’è una vera gerarchia del benessere, fra i campi, a seconda della gestione: quelli che funzionano meglio sono quelli della Croce Rossa, poi ci sono quelli dei sindacati (come quello dove stavo io), poi quelli dell’associazionismo cattolico, poi la Protezione Civile (più o meno) direttamente, e infine quelli gestiti dall’Esercito. Dice che chi ha la sfortuna di capitare nelle tendopoli che sono sotto il controllo dei militari ha i servizî peggiori, ed è da lì che arrivano alcuni racconti drammatici.

Ovviamente si tratta, in tutti i casi, di informazioni di seconda mano, perché sono pochissimi i campi in cui c’è un accesso libero – e in tutti i casi per cause di forza maggiore come la comune entrata con un centro commerciale. Io ne ho visti tre, ma ho sentito questi racconti da più persone che hanno lavorato nei vari campi.
Non era efficiente soltanto la macchina dei volontarî, ma anche l’organizzazione: la CGIL è una vera macchina da guerra, e il giorno dopo del terremoto, aveva già spostato sul campo pacchi e pacchi di aiuti. Nei magazzini ci sono decine e decine di scatoloni di medicinali, forse un migliaio di spazzolini, abbigliamento in abbondanza. Quello che ho visto io, mi ha lasciato molto favorevolmente colpito.

È chiaro che la preoccupazione degli aquilani è la ricostruzione, e su ciò sono tutti sfiduciati dalle ripetute promesse – non c’è da biasimarli – ed è sempre scomodo vivere in una tenda, con un bagno comune, e necessariamente a contatto con altre persone. Certo era il minimo indispensabile, ma delle volte anche il minimo indispensabile manca: per dirne una, nell’estate che arriva non se ne sarebbe potuto assolutamente fare a meno, ma c’è un condizionatore in ogni tenda.

Ci sono strutture, e un’idea sempre nuova. Andiamo a prendere la sabbia, ché facciamo un campo da bocce. Due giorni dopo tutti i vecchini erano lì a giocare. Le signore, invece, si dedicheranno all’orto: «che ci si fa con questo pezzo di terra?» «dài, un piccolo orto per le signore anziane».

E poi c’è il capitolo bambini, loro sono davvero contenti: per fortuna, sembra, non si rendano conto di nulla, e il fatto di essere – necessariamente – a contatto con tanti altri bambini, è solo che un bene. È quello che avranno chiesto alle loro madri, tante altre volte. Sono i primi a prendere i nuovi volontarî per mano, e mostrar loro il campo. Se dovessi dire chi è che ne trarrà il meglio, direi i bambini.
Certo, quando la terra trema, sono i primi ad aver paura.