Ultime parole
Andiamo avanti?
Niente di ciò che posso dire può cambiare il passato.
Ho perso la voce.
Vorrei dire “ciao”.
Il mio cuore continua a fare ba bump ba bump ba bump.
Il microfono è acceso?
Non ho nulla da dire. Mi dispiace solamente per quello che ho fatto.
Sono nervoso ed è difficile mettere insieme i miei pensieri. Talvolta non sai che dire.
Uomo, c’è un sacco di gente là.
Sono venuto qui per morire, non per fare discorsi.
Dove la madre del signor Marino? Ha ricevuto la mia lettera?
Voglio chiedere se c’è posto nel vostro cuore per perdonarmi. Non dovete per forza.
Potete dire a quella donna che sta lì – la posso vedere? Non mi sta guardando – voglio che tu capisca una cosa, non serbare ostilità nei miei confronti. Voglio che tu capisca. Per favore, perdonami.
Non pensoche il mondo sarà migliore o più sicuro senza di me.
Mi dispiace.
Voglio dire a mia mamma che le voglio bene.
Le ho provocato così tanto dolore, e la mia famiglia, eccetera. Soffro per il fatto che loro soffriranno.
La sto prendendo da uomo.
Smettete d’indugiare e accendete il fuoco. Sto andando a casa.
Possono giustiziarmi ma non possono punirmi, perché non possono giustiziare un uomo innocente.
Non potevo scontare l’ergastolo.
Ho detto che avrei raccontato una barzelletta. La morte mi renderà libero. Questa è la più grossa barzelletta.
Alla mia dolce Claudia, ti amo.
Cathy, lo sai che mai avrei volevo ferirti.
Ti amo, Irene.
Fate sapere a mio figlio che gli voglio bene.
Dite a tutti che mi sono rimpinzato di pollo e costolette di maiale.
Apprezzo l’ospitalità che mi avete dato e anche il rispetto, l’ultimo pasto era davvero buono.
Il motivo per cui ci hanno messo così tanto è perché non trovavano una vena. Lo sapete quanto odio gli aghi… Dite ai ragazzi nel Braccio della Morte che non mi sono messo il pannolino.
Signore, alzo in alto il tuo nome.
Da Allah veniamo e ad Allah ritorneremo.
Per tutti gli incarcerati, teneta alta la testa.
Il braccio della morte è pieno di cuori isolati e menti soppresse.
Gli errori si fanno, ma con Dio tutto è possibile.
Sono responsabile per la loro perdita della madre, del padre e della nonna. Non volevo che loro fossero coinvolti. Mi dispiace per quello che ho fatto.
Non posso cancellare ciò che ho fatto.
Signore Gesù perdona i miei peccati. Perdonami per i peccati che riesco a ricordarmi.
Per tutto la vita sono stato rinchiuso.
Datemi i miei diritti. Datemi i miei diritti. Datemi i miei diritti. Datemi indietro la mia vita.
Sono stanco.
Me lo merito.
Una vita per una vita.
È la mia ora. È la mia ora.
Sono pronto, Warden.
Ciascuna di queste è l’ultima frase di un condannato a morte in Texas, poi giustiziato. Brividi.
Disfatta
Contro il burka e perciò contro Daniela Santanchè
Ovviamente Daniela Santanché in quanto essere umano è un pretesto.
Oggi Daniela Santanché è andata a fare una piazzata davanti a una moschea, sembra, cercando di togliere di forza il velo alle donne che passavano. È possibile che quando la destra si appropria delle battaglie della sinistra, lo faccia con i modi della destra.
In tutto questo ci sono dentro decine di paradossi: mi domando con quale titolarità una persona che – in campagna elettorale – a qualunque domanda (le case, il welfare, l’occupazione) rispondeva con grida «prima gli ITALIANI!» possa dire di voler difendere quelle donne dalle vessazioni dei loro mariti o fratelli. Prima gli italiani un cazzo, prima le persone che vengono discriminate, che vivano in Mali o in Italia, che siano marocchine o italiane.
Effettivamente io contesto spesso l’ignavia connivente della sinistra su questi temi, il fatto che i progressisti si siano dimenticati del progresso; ma c’è tutta un’area politica che fa dell’equivoco opposto una linea. Se i fascisti vecchio stampo (Movimento sociale, fiamma tricolore, fronte nazionale) sia per antisemitismo che per antiamericanismo, oltre che per una fascinazione per l’ordinamento tradizionale del nazionalismo islamico, conservano il loro menefreghismo (non a caso) per le donne e gli omosessuali nell’Islam, una parte di destra “moderata”, talvolta addirittura la Lega (il partito dell’Egoismo Disgustoso) combatte il multiculturalismo con la stessa arma spuntata.
Perché l’identitarismo con cui Santanché combatte il multiculturalismo, è il riflesso dello stesso concetto. L’altra faccia della medaglia dell’assunto che ogni cultura ha valore a casa propria, e così noi abbiamo più diritti nel nostro Paese. Lo sciocco argomento con cui Santanchè dice «a casa nostra decidiamo noi» è, implicitamente, l’uguale inveterata domanda multiculturalista «chi sei tu per dire come deve vivere una persona in Arabia Saudita?».
Si tratta, in realtà, del medesimo macroscopico e razzista errore del pensare che i diritti umani, quelli delle donne, e quelli degli omosessuali, siano “concetti occidentali”, anziché patrimonio di tutti, e che – per ragioni che possiamo indagare, ma non certo genetiche – alcuni ci siano arrivati prima di altri.
In fondo quello che interessa a queste persone è avere i burka fuori dallo sguardo, che queste cose si facciano, ma si facciano lontane dal proprio Suolo sacro. Non è un caso che, spesso, si senta dire «se vogliono fare di queste cose alle loro donne, rimandiamoli a casa loro»: già su quel “loro” ci sarebbe da scrivere un’invettiva chilometrica, ma – al di là di quello – la domanda è: e quando sono “a casa loro” che fanno? Tratteranno le donne meglio di quello che avrebbero fatto in Occidente? Casomai il contrario.
Così, Santanchè combatte un comunitarismo terribile e perncicioso con un altro comunitarismo altrettanto – in essenza – conservatore; difende una cultura che ha fatto le proprie conquiste proprio a scapito delle persone che – nel tempo che fu – la pensavano come lei, quelle che difendono la propria cultura in quanto status quo. L’accartocciamento sui proprî-valori per cui i mussulmani che mettono gli omosessuali fuori legge sono barbari, ma – figuriamoci – se gli stessi devono avere il diritto di sposarsi!
Se Santanché può andare in giro in minigonna e supertruccata – e, se a lei piace, fa benissimo a farlo – è perché ci sono state persone che hanno sfidato quelli che – proprio come lei ora – vedevano nella cristallizzazione della propria società in quel momento temporale, il loro fine e il migliore dei mondi possibili.
La Storia, intanto e per fortuna, va avanti.
“Anche noi possiamo citare la Bibbia eh” (contro di voi)
Cartello a una manifestazione pro-gay:

Source: 1
Styony
Vent’anni fa esatti il mio primo giorno di scuola. Poi si andò – con mio zio – a comprami il diario. Il giorno prima Baggio aveva segnato a Napoli un gol favoloso.
*
Quello della radio
Ecco qui. Lo so, non mi correva dietro nessuno. Ma un 20% di colpa va anche a loro che mi hanno detto che non c’era tempo, e poi invece il tempo c’era!
Vediamo se funziona questo nuovo accrocchio: dovete premere il triangolino, quello di play.
Non c’è pace 18 settembre
Radio killed the video star
Oggi alle 13.30 (o una decina di minuti dopo), su Radio Radicale farò un breve notiziario delle cose di cui mi interesso, e che credo andrebbero affrontate nel mondo: i diritti delle donne e degli omosessuali (anche) in Africa e in Asia, l’infibulazione, la democrazia nel mondo islamico e la giustizia internazionale. Sono anche le cose di cui, meritevolmente, si occupa questa associazione.
Per chi abbia l’immotivata smania di ascoltarmi, sono veramente un principiantello della radio, ci sarà anche la registrazione.
Amen
La figlia di Antonio Socci, forse il giornalista più lucidamente folle in Italia, è in coma per “un inspiegabile arresto cardiaco“. Socci ha chiesto al mondo, su internet e su varî giornali, di pregare per sua figlia, augurandosi un’inspiegabile guarigione, sopraggiunta inspiegabilità della quale attribuirebbe certamente il merito al suo Signore.
Non si capisce perché non attribuisca al Signore – «Quello stronzo!» – la maligna inspiegabilità dell’arresto cardiaco, né si capisce perché Socci pensi che questo Signore dovrebbe curarsi, e ascoltare, delle preghiere fatte per sua figlia e non le preghiere delle manciate di milioni di persone che lo pregano per non morire di fame, inascoltati, ogni giorno, in ogni parte dell’Africa.
O forse si capisce, per quel tratto così genuino d’egoismo di un padre che non vuole separarsi da una figlia che tanto ama, e che supplicherebbe la distruzione di tutte le cattedrali del mondo per viverle accanto un giorno di più. Questa pietà, tanto umana e traboccante di calore, è quella che mi fa augurare a quel padre, e a Caterina, di rimanere – per tanto tempo ancora – sostanza fisica di questo bel Mondo a cui siamo tutti affezionati.
Un ateo non le avrebbe tagliato la gola
Ancora una volta, qui in Italia, un uomo mussulmano ha ucciso la propria figlia per questioni “d’onore”. Ancora una volta si rincorrono articoli come questo che, in maniera spericolata, arguiscono che quell’omicidio sia soltanto un-brutale-atto-infame, e che la religione creduta e professata da questo padre non abbia in alcun modo condizionato il suo agire.
Eppure in ogni parte del mondo centinaia e centinaia di delitti di questo genere sono perpetrati, e la larga maggioranza sono commessi nell’Islam: in Giordania, quello che dicono essere il paese arabo più moderato – e in cui, fra l’altro, la regina ha promosso una forte campagna contro questi crimini – se ne contano venticinque all’anno. Chi commette questi omicidî rimane quasi sempre impunito – nella migliore delle ipotesi ha pene non superiori ai 6 mesi di carcere – e viene accolto come un eroe dalla propria comunità.
Perché succede questo? Per povertà o descolarizzazione? Di quanti delitti d’onore abbiamo notizia in Zimbabwe, Birmania, Malawi, Haiti, tutti paesi enormemente più poveri e meno istruiti di quelli del Golfo? Perché quelle persone sono nate geneticamente inferiori?
No. Per un’ideologia. Tutte le religioni – fuori dalla loro Rivelazione – sono ideologie: sono sistemi di pensiero fondati su alcuni assi. E non sono tutte uguali. Per quale ragione dovrebbero esserlo? Come le idee di un nazista, di un leghista e di un liberale non sono uguali, anche quelle alla base di ciascuna religione corrispondono a una diversa idea di mondo.
La giornalista del Sole cita il Corano “la misericordia che precede la giustizia”, non cita le centinaia di versi che incitano alla guerra santa, all’odio degli infedeli, all’uccisione di chi non si sottomette ad Allah. Non cita la considerazione della donna a cui Allah preferisce l’uomo (4,34) che vale metà dell’uomo (2,282) (4,11), che è inferiore all’uomo (2,228), non cita gli Hadith – i racconti della vita del Profeta da cui i mussulmani devono prendere esempio – in cui Maometto comanda espressamente l’uccisione delle donne adultere.
Tutta la teologia, e quindi l’ideologia, islamica si fonda su un’ossessione sessuofobica a carico della donna. Non è l’uomo a essere padrone delle proprie pulsioni, ma è la donna che lo “provoca”. È quel dispositivo per cui se una ragazza va in giro in minigonna e viene stuprata, la colpa è solo sua.
Ovviamente il punto non è che tutti i mussulmani odino le donne ma che dai fondamenti dell’Islam è molto, molto facile, ricavarne l’insegnamento che le donne vadano sottomesse: e questo non è colpa delle interpretazioni dei fondamentalisti (più precisamente non solo). Ma dell’ideologia stessa. Perché quello che uno pensa, ovviamente, influenza ciò che uno fa: un giainista, per quanto fondamentalista, non ucciderà mai nessuno. Non si può dire lo stesso di un fondamentalista islamico.
Invece continua a esserci un’inaudita quantità di persone che – per travisata bontà, risultante invece in identitarismo razzista* – dice che il problema è nelle interpretazioni fallaci, che il Vero messaggio è stato inteso male. Che a ogni osservazione tira in ballo l’obiezione fanfarona presente nell’articolo: anche in Occidente non siamo messi così bene. Embè? Il fatto che altre religioni o ideologie causino o abbiano causato delle ingiustizie sconta in qualche modo le responsabilità islamiche?
Cos’è, se non quell’ideologia nefasta, che fa – a questa donna – assolvere il comportamento del proprio marito-assassino e dare la colpa alla figlia, rea di essere innamorata?
*Un giorno poi ne parliamo, anche di questo: di come credere che il problema sia in una “cultura”, cioè in un popolo anziché in un’ideologia sia – in sostanza e in aspetto – razzismo.
