Pansessualismo un cazzo

Negli angoli dei dibattitoi che frequento io si è molto discusso di questa intervista a Monsignor Girotti: la cosa che ha destato scandalo è che il monsignore in questione abbia ribadito il concetto che sia più facile assolvere un pedofilo (quindi anche un prete pedofilo), rispetto a una donna che abbia abortito.

Mi sono venute in mente varie cose, e sono spunti che ricollego a discussioni fatte in passato con persone con cui avevo fruttuosamente dibattuto temi vicini:

  1. La cosa che mi ha colpito subito è come sia, invece, passato in sordina un concetto orribile, al quale però siamo abituati e che quindi non desta scandalo. Girotti dice che un confessore a cui vengano raccontati i peggiori atti di pedofilia non solo non possa, ma non debba (pena la scomunica ispo facto) né denunciare all’autorità giudiziaria né, neanche!, imporre in coscienza l’autodenuncia. In questo c’è tutto un retroterra di cose spregevoli che, un giorno, dovremo anche voltare: la superiorità del potere spirituale su quello temporale, ma soprattutto l’idea che la delazione sia offesa all’individuo e tradimento, anziché dovere civico nei confronti della società. Per quanto mi riguarda l’omessa denuncia dovrebbe valere, quasi e quanto, la connivenza con il reato.
  2. Sul tema pedofilia/aborto, Marco ha detto due cose, la prima – trovo – un po’ sciocca, ovvero che i non credenti non dovrebbero preoccuparsi delle questioni interne alla Chiesa. Criterio davvero inusuale: valutiamo tutte le cose, sia quelle a cui apparteniamo che quelle a cui non apparteniamo. Se leggo che un’istituzione considera più grave il furto dell’omicidio, peggioro la mia opinione di quell’istituzione, anche se non vi appartengo. Così valuto, nel bene o nel male, la Chiesa esattamente in base a chi e come sceglie di scomunicare, o punire, per quanto la scomunica stessa – a me non credente – non faccia alcun effetto.
  3. La seconda cosa che ha fatto notare Marco, e qui sono più vicino al suo pensiero, è “dove sta la notizia?”. La prassi della Chiesa è in gran parte una questione politica e diacronica. Il fatto che l’aborto sia considerato fra i peccati da cui non ci si può lavare, e non lo sia la pedofilia, è dato da una serie di concause più storiconaturali che dottrinarie – per quanto le due cose siano necessariamente intrecciate – e che quindi saranno probabilmente emendate, se la questione della pedofilia assumerà, nel mondo, l’importanza che sta assumendo. In altre parole, queste mie e non di Marco, la Chiesa correrà ai ripari per difendere la propria sopravvivenza, come ha fatto tante altre volte nel corso dei secoli.
  4. Questa considerazione mi ha fatto ripensare a uno scambio di battute che avevamo avuto con Rosa, per altri versi, in cui lei aveva sostenuto che la pedofilia fosse il nuovo simulacro del Male della nostra società. Che ovviamente è una cosa grave, da contrastare e da punire, ma che il tic mentale per cui – attualmente – quando si pensa all’esempio di “cattivone, cattivone, cattivone” viene subito in mente un pedofilo – diceva Rosa – dimostra un accanimento quasi morboso e monotematico. Non ha torto, ho pensato. È un discorso lunghissimo che non mi sento in grado di affrontare ora, ma credo che affondi nella stessa concezione del sesso che costituisce il mio quinto spunto di riflessione: si è portati a pensare in qualche modo che siccome il sesso è male, farlo su di un bambino è ancora più grave. Credo, invece, che bisognerebbe spostare l’inaudita gravità dell’atto di pedofilia sul bambino, e non sul sesso. Invertendone l’ordine e la causa: la gravità non può essere situata nell’atto, nella libido, ma nell’impossibilità che un bambino sia consenziente.

Infine, e questo è il pensiero che più mi sta cuore, una cosa squilibrata che ha detto il mio amico Fra’ Alberto nel tentativo di contestualizzare le pulsioni pedofile dei membri del clero: “potremmo provare a ripensare l’educazione, la società e il pansessualismo che c’è nei media, sarebbe un inizio“. Sono certo che Alberto non abbia alcuna simpatia – né desiderio di concedere attenuanti – ai suoi colleghi sporcaccioni, non penso quindi che abbia espresso quel pensiero per difesa della categoria: sono persuaso, e potrei scommetterci una grigliata, che – parlandone in privato – ad Alberto verrebbe meno anche la carità cristiana “io, quelli lì, li appenderei per le palle”, mi direbbe.
È però, e invece, per una concezione deviata del sesso – quella che imputa al “pansessualismo” le perversioni, che vede nella liberazione sessuale un disordine e una tentazione – che Alberto ragiona così. È per l’idea che l’uomo sia un tumulto d’istinti orribili, e che l’unica possibile risposta sia la costipazione. È per la frase con cui lo stesso Alberto mi spiegò la sua risposta – che già citai qui, con il suo permesso – a una mia domanda sul celibato e alle pulsioni: «bisogna contenersi, bisogna trattenersi», mi disse, quasi orgogliosamente.
Ecco, è esattamente – con la precisione di un bersaglio centrato – per questa idea ingloriosa, questo concentrato di odio verso il terreno e il gioioso, per questo morboso fascino per il divieto e la costrizione, che il tasso di incidenza della pedofilia all’interno del clero è spropositato.
È l’esatto opposto di quello che dice il Vaticano, non è la possibilità di vedere e praticare il sesso che favorisce la pedofilia. È, al contrario, quell’atmosfera di costrizione patologica, di pelosa vergogna, a cui viene sempre accostato il piacere sessuale, a coltivare il terreno dei turbamenti e delle perversioni, dei divieti e della depravazione.
Se la Chiesa smettesse di dire, ogni volta che si distribuiscono dei profilattici nelle scuole, la frase più stupida del mondo “così si banalizza la sessualità”, farebbe sì un pubblico servigio alla società, e a sé stessa. Se iniziasse a capire che dire che il sesso fra due adulti consenzienti è banale, è come dire che lo è una mangiata in compagnia di amici, e mille altre cose che nessuno si figurerebbe di censurare.
Se, insomma, si mettessero in testa la cosa più elementare (banale?) del mondo, ovvero che non possono esistere dei crimini senza vittime, che il Male (con la “M” maiuscola) può esserci solo dove si fa del male (con la “m” minuscola) a qualcuno, e che quindi una cosa che fa piacere alle uniche due persone implicate non può costituire nessun Male – beh, se ci arrivassero veramente – riuscirebbero davvero a fare ciò che professano: aiutare a lottare contro i veri crimini, quelli con le vittime, quelle non consenzienti.

Quando le rivoluzioni funzionavano

Ho scoperto una cosa che mi ha fatto felice. C’era un tempo in cui le rivoluzioni funzionavano! Un tempo in cui il sistema si poteva sovvertire, e le cose non sarebbero più state le stesse.

Era il tempo in cui andavo all’asilo. La mia scuola materna si chiamava Greenwood Garden: era un asilo in cui si parlava solo in inglese. Ovviamente moltissimi bambini non sapevano una parola d’inglese, e quindi c’era una notevole certa sulla questione. Però ogni volta che un bambino si esprimeva in italiano, le maestre – con tutta la loro dose di affabilità – lo invitavano a provare a farlo in inglese. Cosicché, poi, coloro che sapevano dire quelle due parole in inglese, ma non lo facevano, venivano rimproverati – sempre, ovviamente, con l’amorevolezza della maestra dell’asilo.

Soltanto che questi rimproveri facevano nascere, nei bambini, o almeno in quelli che conoscevo io, il gusto del proibito. Se parlare in italiano era vietato, allora c’era un certo fascino nell’andare contro quella legge! Così l’esprimersi, proditoriamente e non per incapacità, in italiano aveva assunto un connotato di sfida all’ordine costituito che generava l’ilarità di tutti i bambini.
A quel tempo io ero un capopopolo. Ora mi son perso, a 7 anni ero già vecchio: ma al tempo dell’asilo, ve lo dico, non ce n’era per nessuno. Un Martin Luther King in punta di ciuccio. Come direbbe un eroe di guerra: ne porto ancora le cicatrici (davvero!).

E insomma, il Greenwood Garden era una scuola bellissima: c’era un giardino stupendo, un sacco di eventi – già si festeggiava Halloween, sarà per quello che non sono diventato leghista! – e un cavallo di plastica rosso lunghissimo che è rimasto nell’immaginario di chiunque abbia frequentato quel posto.

Però c’era anche una regola terribile: dopo pranzo si doveva dormire. Venivano stesi dei tatami per terra e tutti i bambini erano costretti a fare un’ora e mezzo di sonno. Potete immaginare quanto per il vostro piccolo rivoluzionario quella costrizione fosse del tutto insopportabile. Così, insieme al mio compagno di lotte politiche Danilo, avevamo iniziato a fare la lotta all’ordine costituito. Sdraiati al buio da una parte all’altra del salone dove dormivamo, mentre tutti erano in silenzio, io davo il là: ad alta voce, in italiano, invocavo «NASOOOOO…», e dall’altra parte Danilo rispondeva «….con le CACCOLE!». C’erano le caccole, e c’era il parlare in italiano. Il massimo. Tutti i bambini si mettevano a ridere, e non dormivano per altri dieci minuti quando, a quel punto, e dopo un sonoro rimprovero, Danilo ripartiva: «Naso…» e io: «…con le caccole!».

L’operazione nasoconlecaccole era andata avanti per giorni e giorni, trascinando a quel punto anche altri bambini che si cimentavano nell’esclamazione dei dettagli di quella parte anatomica. Questo trattamento ci era valso – ovviamente, oltre alla valorosa ammirazione degli altri bimbi (nonché della mia fidanzatina, Molly) – delle sonore lavate di capo nella temutissima Stanza di Donna, la temutissima direttrice.
Ma la repressione dei poteri forti non levigò l’ardore ribelle dei vostri eroi che continuarono imperterriti a risvegliare le dormienti coscienze dei compagni di lotta al suon dei nasiconlecaccole, che dovettero arrendersi al progresso e promulgare un editto riparatore.

Qualche settimana dopo fu creato il “not sleeping group”, un manipolo di pioneri dell’avanzamento sociale a cui fu garantito il diritto a non stare un’ora e mezzo al buio senza dormire, ma ad andare a giocare in giardino. Avevo sempre pensato che quel provvedimento fosse durato un poco, finché c’erano questi scalmanati, e che poi fosse stato revocato come una carnevalesca parentesi libertaria appena il manipolo fosse uscito dall’asilo.

E invece. Invece ho scoperto l’altro giorno, incontrando un’amica più piccola che aveva frequentato la stessa materna, che anche due anni dopo c’era un not sleeping group, e che quell’opzione di scelta era stata, addirittura, istutozionalizzata.

Ora so che potrò dire di essere servito a qualcosa, in questo mondo.

Gaza: scudi(s)umani

Due soldati israeliani sono stati incriminati per aver usato un bambino di 9 anni come scudo umano durante la guerra a Gaza. La notizia negativa è quello che è successo, quella positiva è che sia una stessa corte israeliana a portarli a processo.

Sempre a Gaza, ieri, la Jihad Isamica ha manifestato mostrando lo stesso amore per le nuove generazioni. E qui, di positivo, non c’è nulla:

Chi è?

  • Fedele mussulmano che sta pregando in direzione della mecca
  • Un bambino che ha appena imparato a gattonare
  • Paolo!

Il Paese degli uomini veri

Poi leggo cose come questa e penso che Berlusconi sia solo un effetto:

Sono circondato da uomini che in maniera più o meno sdolcinata cercano di conquistare le donne attraverso regali e soprese (…). Il dubbio è che questi siano diventati gay tutto d’un colpo permane. Cavolo, cento anni fa era tutto diverso. (…) Il problema è che ci sono uomini che hanno tradito la loro masculinità per assecondarle. I gay li per sè non sarebbero un problema, perchè sfoltiscono buona parte della concorrenza per conquistare la mia anima gemella. Una donna alla quale dirò chiaro e tondo che io sono un uomo, tutto d’un pezzo. Uno degli ultimi rimasti, come un baluardo sulle sponde di un fiume in piena. Che anzichè travolgermi mi sfiorano per timore reverenziale.

Se in Italia c’è gente che pensa cose del genere, che legge “riviste” come queste, il maschilismo di Berlusconi, quel suo piglio di onnipotenza da soap-opera, la professionale cura nel tentare – sempre – di approfittare della zona grigia fra ciò che è ingiusto e ciò che è illegale, la proditorietà quasi ammirevole con la quale non si imbarazza MAI delle abiette grossolanità che dice – beh, tutte queste cose – sono solamente il naturale esito delle cose.

Prima ancora che in un Paese dove non si fanno decreti interpretativi, voglio vivere in un paese in cui chiunque dica, a mo’ d’insulto “femminuccia”, venga guardato con sdegno da tutti i presenti ed escluso dalla comunità delle persone frequentabili.

Lunedì degli aneddoti – XXXII – Anima pura

Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.

Anima pura

Mi raccontarono una volta che, alla consegna del premio Nobel per la letteratura, chiesero a Quasimodo «è sorpreso di aver ricevuto questo premio?» E lui rispose «No». Però non ho trovato riscontri, ho anche rivisto la cerimonia di premiazione, ma nessun riferimento. Peccato, perché il personaggio si prestava.

Quando, all’università scoprii che – neppure lui! – si poteva considerare a tutti gli effetti un ermetico, ci rimasi male: che Montale e Ungaretti non lo fossero l’avevo imparato al liceo, ma su Quasimodo un’altra mia certezza fu erosa.
Quasimodo era stato introdotto al mondo letterario Fiorentino, quello di Montale appunto, da Elio Vittorini che era diventato suo cognato quando questi aveva sposato sua sorella, Rosa Quasimodo. Fu una specie di fuitina, a 19 anni, e i due si rifugiarono proprio a casa di Salvatore a Udine.

Su Vittorini c’è un’altra cosa divertente: come molti scrittori del tempo era affascinato dalla letteratura americana, e come tutti aveva letto i classici e i romanzi contemporanei. In più aveva lavorato come traduttore, per qualche anno, prima della guerra. Soltanto che non era il tempo di Youtube, e Vittorini non sapeva parlare ingese, non aveva mai sentito l’effettiva pronuncia, sapeva leggere le parole, ma non capiva quando qualcuno le avesse pronunciate: se ne rese conto quando ospitò lo scrittore statunitense William Saroyan con cui non riusciva a comunicare. Superato il primo imbarazzo decisero per il metodo più artigianale di comunicazione: scriversi tutto su dei foglietti, così che l’inglese – scritto – tornasse a essere quello compreso da Vittorini.

Quasimodo aveva un altro amico: Lupo. Un impresario separato dalla moglie da un sacco di anni, e che – per questo divorzio – non vedeva la propria figlia da tanti anni. Forse per ripagarsi di questo senso di colpa, però, ne parlava sempre, chiamandola “la mia bambina”. Ed era così affezionato a lei, o a questo suo ricordo, che aveva la brutta abitudine – per dire una cosa importante – di giurare su propria figlia, «lo giuro sulla mia bambina».
Un giorno Quasimodo gli regalò un libro di poesie, e sulla prima pagina scrisse così: “A Lupo, anima pura, perché non giuri più sulla sua bambina”.

Francesco De Gregori, che era anche lui amico di questo Lupo, ci scrisse una canzone.
Si chiama “A Lupo”, e non parla di grida.

[Qui il primo: Brutti e liberi qui il secondo: Grande Raccordo Anulare qui il terzo: Il caso Plutone qui il quarto: I frocioni qui il quinto: Comunisti qui il sesto: La rettorica qui il settimo: Rockall qui l’ottavo: Compagno dove sei? qui il nono: La guerra del Fútbol qui il decimo: Babbo Natale esiste qui l’undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui qui il quindicesimo: Servizî segretissimi qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto qui il diciassettesimo: La caduta del Muro qui il diciottesimo: Botta di culo qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine qui il ventesimo: Il gallo nero qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? qui il ventiduesimo: Che bisogno c’è? qui il ventitreesimo: Fare il portoghese qui il ventiquattresimo: Saluti qui il venticinquesimo: La fuga qui il ventiseiesimo: Dumas qui il ventisettesimo: Zzzzzz qui il ventottesimo: Teorema della cacca di cavallo qui il ventinovesimo: Morto un papa qui il trentesimo: L’invincibile Marco Aurelio qui il trentunesimo: L’Amabile Audrey]

Vuoi indicare un aneddoto per un prossimo lunedì? Segnalamelo.

Gol!

Ho letto uno status su Gmail, “Viva TARtaglia”. Ho pensato “l’hanno respinto”. Sono corso su Repubblica.it. Intanto che si caricava la pagina pensavo “dài, dài, dài che ce la facciamo”. Ho visto il titolo: Respinto il ricorso, e ho stretto il pugno agitandolo “EVVAI!”. E nei dici secondi successivi pensavo: «dài, che ce l’abbiamo fatta, dài che ce l’abbiamo fatta: ora vediamo che cavolo s’inventano, quelli».

Mi son ritrovato a pensare: cazzo, è esattamente quello che avrei fatto per un gol di Gilardino.
Non so se sono io che mi son ammalato: può essere.

L’Italia non è una dittatura

Io lo so che è difficile, però bisogna ricordarsi – anche ora – di cosa succede davvero nelle dittature. Dei dissidenti che vengono torturati, persone a cui vengono cavati gli occhi e fracassati i testicoli. Martoriati con le scariche elettriche e trucidati. Uccisi. Fatti fuori. Succede in molti paesi del mondo, anche ora.

Ho letto un sacco di gente – anche persone solitamente più attente – che in queste ore sta parlando di dittatura. Non con un’iperbole, proprio parlando a piena bocca: l’Italia una dittatura. Il direttore di Internazionale, oggi, ha scritto questo:

Tecnicamente si può già parlare di dittatura. Forse non ce ne siamo ancora accorti perché siamo abituati ai colonnelli greci o alla giunta militare cilena. Ma quello che conta è la sostanza, non la forma.

Il fatto stesso che l’abbia scritto e sia ancora vivo dimostra che non siamo in una dittatura.

Non dico neanche che bisogna mantenere la calma, bisogna incazzarsi eccome, ma non bisogna perdere di vista il buon senso, se non altro per rispetto alle persone che si ritrovano il cranio fracassato, o non rivedono più una persona cara per aver espresso un parere contrario a quello del dittatore di turno. E succede, anche ora Birmania, Guinea Equatoriale, Libia, Corea del Nord, Somalia, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan, Bielorussia, Chad, Cina, Cuba, Eritrea, Laos, Arabia Saudita, Siria, Zimbabwe, Iran, Congo, Guinea, eccetera, eccetera, eccetera.