Nella questione della pubblicazione da parte dell’amministrazione Obama dei verbali delle torture a cui erano sottoposti i prigionieri della “War on terror” ci sono due posizioni: la tortura era sbagliata ma non bisognava pubblicarle perché non è opportuno per l’immagine dell’america, e bisognava pubblicarle anche se può condizionare negativamente l’immagine degli Stati Uniti (io sono per la seconda).
Mi stupisce però che nessuno, o pochissimi (Cheneey? ), abbiano difeso la pratica della tortura come utile nella lotta al terrorismo. È una cosa molto positiva perché se anche chi solitamente è più cinico si sposta su posizioni più “idealistiche”, significa che il mondo sta andando dalla parte giusta.
Però mi lascia un pochino di disagio, perché su questa questione io ho avuto sempre una posizione problematica: volevo partire con l’esempio della bomba batteriologica nascosta nel centro di una città, e del mandante che si bèa dell’incapacità degli investigatori di trovare la bomba – da lui piazzata – che farà qualche milione di morti, fra un paio d’ore: ma ho visto che qualcuno l’aveva già fatto. È una lettura molto interessante, che vale la pena, per farsi qualche domanda – e ovviamente vale in termini generali, non come apologia di Guantanamo né tantomeno Abu Ghraib.
Mi sento molto in linea con ciò che dice Harris: “Spero che il mio argomento a favore della tortura sia sbagliato, perché sarei molto più contendo di stare a fianco di tutte le persone che vi si oppongono categoricamente. Invito ogni lettore che scopre un punto fallace nel mio ragionamento, a farmelo presente. Sarei sinceramente grato a chiunque mi facesse cambiare idea su questo punto”.
Sulla stessa questione, con meno certezze, anche Sofri ne aveva scritto.


