Mia sorella – neo diciannovenne, potrebbe essere una studentessa del Prof Beccaria – legge l’ultima parte del dialogo fra me e Marco e non si capacita della mancanza d’acribìa di ciò che scrive Marco, e di quello che gli rispondo io – insomma, dà degli scemi a entrambi!
Allora le chiedo di scrivere, lei, una risposta più decente alle argomentazioni del prof. Non è sorprendente che mi prenda in parola, e lo faccia veramente, ma che la sua risposta mi convinca decisamente più della mia. E la trovi, davvero, più efficace.
Con il permesso del mio dibattente, dunque, la pubblico qui e nella prossima argomentazione che mi spedirà, includerà anche le risposte a queste obiezioni.
Includo le parti a cui lei risponde, in modo che, chi non ha voglia, non debba andare a rileggere l’ultima email di Marco, cosa che ovviamente consiglio per completezza di pensiero:
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Al netto di ogni altro discorso, mi pare che la tua obiezione sia: constatato che al mondo esistono e sono esistiti cristiani che compiono il bene e cristiani che compiono il male, come faccio a sapere che il mio comportamento (che tu, Giovanni, benevolmente immagini come orientato al bene) sia la retta interpretazione del cristianesimo, dal momento che anche la mia antitesi, il cristiano malvagio, crede di saperlo in merito alla sua? La mia risposta forse ti deluderà per banalità, ma è la seguente: lo so perché possiedo i neuroni specchio e mi identifico nella possibile vittima dell’aggressione malvagia;
Ma questo non c’entra. La domanda più precisamente era: “perché credi che la tua interpretazione sia quella giusta”, non “perché credi nella tua interpretazione?”. Il problema di non contare sui fatti, ma sulle interpretaizoni è proprio questo; chi ti dice che l’interpretazione di quei testi operata da Agostino, sia meno esatta di quella che propugni tu? Il problema non è nei principii, non stiamo entrando nel merito, e in un visione laica (atea?) sei sicuramente migliore tu di lui (Agostino), ma non è questo che ci interessa. Quello che ci interessa è: Dio voleva scrivere un libro, l’ha dettato a un po’ di uomini che hanno capito quello che hanno capito e l’hanno scritto, ora a noi tocca interpretarlo. Ma perché lo interpretiamo? Lo interpretiamo, perché vogliamo capire cosa diceva veramente Dio, al di là della mediazione dell’uomo (limitato in tempo-spazio-cultura e bla bla bla). Insomma, Dio ha detto sicuramente una cosa giusta, quindi vogliamo capire cosa ha detto, per capirlo dobbiamo interpretare il testo. Solo che uno lo interpreta in un modo (e quindi Dio, quello più fico di tutti, dice di lapidare persone) e tu -e molti altri- in un altro (e quindi Dio, lo stesso più fico di tutti, dice “volemose bbene”). Il nostro problema è quindi di carattere tecnico; non entrando nel merito -ripeto-, diamo per assunto che Dio abbia detto sicuramente una cosa giusta (e soprattutto che esista). Ma dobbiamo capire cos’ha detto! Finché le nostre incompetenze, la nostra cultura, i nostri condizionamenti e tutto quello che ti pare, ci fanno comprendere male quello che diceva Tacito, alla fine chissene. Ci dispiace, ci sentiamo un po’ scemi a pensare che studiamo cose che ci siamo inventati, però alla fine amen, non è mica Dio, appunto. Tacito non ci insegna mica la “verità”, la “salvezza”, il “bene” e via e via. O meglio, per la precisione, siamo noi che non vogliamo farci insegnare questo da Tacito. Quindi il punto è: ti senti così sicuro che la tua interpretazione sia quella giusta? E se non fosse quella giusta, se tu quindi stessi alterando i desideri/gli ordini di Dio, avresti la stessa credibilità (di fronte a Dio), di un ateo, di uno shintoista, o di un adoratore di galline: non posso essere sicura che sia così nel Cristianesimo, ma penso che contino i fatti, più ancora della buona fede, in questo caso. Mi spiego meglio con un esempio esagerato: se in totale buona fede io credo di dover ammazzare tutti quelli che non la pensano come me (ammettiamo qui che Dio sia contrario a questo), voglio sperare che questo Dio-buono non apprezzi la mia buona fede, ma piuttosto mi punisca per aver interpretato male le sue leggi, i suoi insegnamenti. Altrimenti, davvero non avrebbe senso aspirare alla comprensione completa di un testo: a cosa mi serve, se Dio apprezza più la mia buona fede della realtà dei fatti che compio?
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lo so perché il sentimento morale di umana simpatia mi fa immaginare l’orrenda serie di sensazioni che una vittima di quelle violenze deve aver provato; lo so perché due cose riempiono il mio animo di ammirazione e venerazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me; lo so perché ragionevolmente un modo nel quale si massacri il prossimo è un mondo infinitamente peggiore di quello dove si cerchi di collaborare e – almeno – tollerarsi.
Questo perché? Per nient’altro che utilità, perché questa morale basata sull’empatia, la non-violenza, e la fratellanza, o quello che ti pare, ci rende la vita più semplice e agevole. O più precisamente, la realtà che si realizzerebbe basandosi su questa morale/ questi principii, risulterebbe più semplice e agevole, rispetto a una in cui gli uomini si ammazzassero a vicenda. Come direbbe Bentham (lo direbbe?) la morale esiste perché ci siamo messi d’accordo. Non c’è un bene assoluto, né un principio assoluto, però se dicessimo che ammazzare è bene, ci ammazzeremmo tutti e il mondo andrebbe allo scatafascio. Però, quest’idea non presuppone nessun dio. Tu, cristiano, non mi puoi dire che il Bene con la b maiuscola è questo, perché altrimenti il mondo andrebbe allo scatafascio; te lo posso dire io, perché quando parlo di bene, preciso che è un bene con la b minuscola. Quindi me lo puoi dire, se però ammetti che il bene ce lo scegliamo da noi. Ma per il Cristianesimo Il Bene è Bene, perché Dio è Bene.
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Quindi l’unica interpretazione del Cristianesimo (e di qualsiasi altra cosa) che mi possa interessare fare mia è un’interpretazione che corrisponda a questa serie di intuizioni/sentimenti/ragionamenti.
Questo però non è un grande spirito di fede. Sembra che tu ti sia scelto la tua fede a tavolino, quindi con motivazioni ragionevoli e scientifiche. E per carità, se parlassimo tra persone (e in àmbiti) razionali, saremmo tutti d’accordo che bisogni “scegliere”, e che il problema della religione sia proprio la “non scelta”. Ma la fede non è mica un scelta. Per questo crea così tanti disastri nel mondo, non si può mettere in discussione, proprio perché non è qualcosa di razionale (“a tavolino”). Se la fede fosse una scelta, tutti i problemi (o quasi) legati alla religione, verrebbero meno; essendo “obbligati” a spiegare e dimostrare il proprio “bene”, si cercherebbe il bene “migliore” (ovviamente nel senso in cui ho spiegato prima: il bene più vantaggevole).
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È, come già scrivevo, il racconto di una serie di eventi legati all’idea che gli uomini possano essere salvati da tutto ciò che, nelle loro vite, è miseria e dolore, in particolare dalla sofferenza, dalla loro irriducibile tendenza a combinare guai (ciò che noi chiamiamo “peccato”, con termine forse desueto) e dalla morte. Magari sarà pure – come sospetti – una colossale illusione e un terribile inganno, ma l’illusione e l’inganno si collocano, semmai, dentro il racconto e la continuazione di quella storia e non nella supposta incoerenza o indeducibilità di un codice di comportamento ricavato da un libro.
Ma uno dei motivi per cui ipotizziamo (ipotizzo? Ipotizza?) che sia un’illusione è proprio l’incoerenza e l’indeducibilità di quel libro. Se io leggo un’intervista e quell’intervista non mi convince, mi sembra un ammasso di bugie, non mi interesso dell’intervistato. Se poi mi dicono pure che non l’ha mai visto nessuno, comincio a ipotizzare che non esista, ma non me ne preoccupo più di tanto, se con quell’ammasso di bugie non fa del male a nessuno. Poi se esiste va be’, poteva essere un po’ meglio il giorno dell’intervista, e io mi cercherò di rifare. Ora, il problema è che l’intervistato è Dio, il più fico di tutti, e proprio il giorno dell’intervista – il giorno in cui detta il suo libro sacro – doveva avere una defaillance?
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Oltre a tutte le possibili considerazioni “umane” gli citerei Cristo che perdona e ridefinisce la legge di Mosè proprio sul punto del fatto che i peccatori meritino la morte. Gli spiegherei che la croce significa proprio questo: Dio non chiede che l’uomo muoia, ma che viva (“La gloria di Dio è l’uomo vivente”, credo si tratti di sant’Ireneo). Al punto da essere disposto a morire lui (lui Dio).
Una piccola curiosità, al di là della tua morale: ma Dio c’aveva proprio bisogno di morire in croce per aiutarci? Io non avrei voluto morisse in croce, avrebbe aiutato sicuramente di più non morendo. Parlo di atto pratico: rimanendo in vita un po’ di più avrebbe, che ne so, potuto fare del volontariato (a quei tempi esisteva?), fare il medico, inventare (ma lui la conosceva già, no?) la penicillina e insomma salvare un po’ il mondo.
Non dirmi che era tutto un modo per attirare l’attenzione.