Che gusto c’è? – Burkina Faso quattro

Carlo è un collega che conosco da poco più d’un mese, però – da lì – abbiamo lavorato a stretto contatto ogni giorno, quindi abbiamo un po’ fatto squadra, e se riusciamo a combinare qualcosa assieme, vediamo di farlo.

In questi frenetici giorni di lavori non avevamo mai trovato il tempo di prenderci un paio d’ore per esplorare Ouagadougou: così, approfittando di un ufficio chiuso alle 12.30 a cui ci avevano detto di ritornare alle 15.00 (poi alle 15 ci hanno detto di tornare alle 17.30 e alle 17.30 ci hanno detto di ritornare alle 19.50) abbiamo preso Ouattarà, colui che insieme ad altri due burkinabé ci scorrazza dalla casa agli alberghi varî, e gli abbiamo chiesto che ci portasse in qualche posto meno turistico per fare un giro. Poi siamo andati con lui a mangiare in un locale ben spartano, e ci siamo messi a chiacchierare.

La cosa che mi ha davvero sconvolto è che lui non avesse idea di cosa noi stessimo facendo lì, cioè sì, sicuramente era qualcosa di umanitario, ma non aveva capito riguardasse le mutilazioni genitali femminili. Dopo aver preso un po’ di confidenza – e non ci è voluto molto, forse perché Carlo e io siamo i più giovani – abbiamo chiesto a lui quale sia il suo parere sulla pratica, cercando di trovare il modo per il quale si sentisse meno pressato possibile a dirne male: la sua risposta è stata, oltre che apprezzata, molto genuina «beh, se fai l’amore con una donna e lei sta male, che gusto c’è?».

Per il resto abbiamo parlato della situazione del paese, lui dice che Compaoré non è così male mentre le persone di cui si è contornato sono terribili. Che qui, comunque, c’è sufficiente libertà – effettivamente l’altro giorno ho comprato, per il tipo qui, una sorta di “Manifesto” locale con in prima pagina Sankarà – ma che, ovviamente, il problema è la mancanza d’istruzione, sopratutto nei villaggi.

Lui ci ha detto di essere mussulmano, ma “chissenefrega”, che era un modo per dire che una birra l’avrebbe bevuta «avec plaisir».
Ci siamo fatti anche una foto:

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Qualche foto – Burkina Faso tre

La Piazza delle Nazioni Unite, uno dei crocevia più importanti di Ouaga:

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Uno scorcio tipico e caratteristico delle vie secondarie:

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Questo ruscello è usato anche come scarico:

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Qui le donne sono molto più libere di quelle nei paesi arabi, mutilazioni genitali femminili a parte, e tutte – o quasi – hanno un motorino:

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D’altronde è dall’Africa che viene, no?

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Un pasto locale, il pollo alla banana. È anche buono:

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E infine quello che qui è un sigillo di garanzia:

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Ho recuperato il bagaglio – Burkina Faso due

Voi non lo sapevate, ma all’aeroporto di Ouagadougou non avevo più ritrovato il mio bagaglio: in realtà era colpa dell’Air Algerie, ché non l’aveva fatto partire, e l’avevo recuperato due giorni dopo all’arrivo del successivo volo da Algeri.

L’aeroporto Internazionale di Ouagadougou è qualcosa da raccontare, sarebbe da farci un sacco di foto se non fossi così imbranato con le foto:

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Direi che la descrizione migliore è la precisa via di mezzo fra una mensa scolastica di qualche istituto fatiscente e un saloon del Far West. Ci sono dei cupolotti, dove fai il visto: al di là della porta da locanda, c’è un locale solo dove l’unico rullo per i bagagli viene azionato appena dopo l’arrivo dell’aereo: non c’è nessun giro da fare, un omino raccoglie i bagagli dall’aereo li mette sul camioncino e arriva davanti al rullo che passa lì dietro, all’aria aperta. Dall’altra parte di una parete di cartongesso ci siamo noi a raccogliere i bagagli, se sono già arrivati. Lì, in quell’ambiente, c’è un anfratto completamente fuori traiettoria, di quelli in cui solitamente c’è un piccolo bagno di servizio con un grande cartello con scritto “Douane”. Ma chiuso, non c’è nessuno, è un vicolo cieco.

Ci sono tornato due giorni dopo, per il bagaglio, voleva venire pure un amico: no, sono stati inflessibili, all’entrata hanno fatto varcare la soglia solo a me. Poi lui è entrato dalle partenze, ha fatto un giro, e ci siamo ritrovati un metro più in là. Davanti al mio bagaglio c’era un omino della sicurezza, accertatosi che fossi il proprietario me l’ha consegnato.

Vi volevo ringraziare…

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Cartello trovato a una fermata del trenino da Nuovo Salario a Fiumicino nel giorno della mia partenza. Ho paura che sia un Giovanni che ha fatto una brutta fine.

Nel frattempo ho trovato una connessione a internet più stabile, dovrei essere in grado di scrivere qualcosina in più!

Lavarsi i denti con l’acqua minerale – Burkina Faso uno

Questo primo post dal Burkina Faso rischia di essere molto retorico, ho provato a tagliarlo asciutto asciutto ma non m’è riuscito: mi si perdoni l’indugiarci, almeno oggi.

L’immagine è quella lì, davvero “noi” e “loro”. Ed è anche molto più semplice delle divisioni che ci troviamo a fare, per rendere comprensibile il mondo, nei nostri discorsi quotidiani: proletarî americani immigrati, dove in fondo – e in una qualche misura – siamo tutti un po’ proletarî, siamo tutti un po’ americani, tutti un po’ immigrati.
Qui no, è facile e brutale. Noi, i bianchi. Loro i neri.

Ci sono gli hotel per il mondo che non è di qui, e sono di un lusso sfarzoso, delle volte ostentato, che si ferma sul portone d’ingresso. Dove ci sono delle guardie, a tenere lontano lo stuolo di mendicanti che si affastella ai finestrini di ogni macchinone che parte, a chiedere l’elemosina.
All’entrata del fortino ci sono le guardie, a tenere fuori, a spingere lontano la povertà.
Loro – i neri – per entrare negli alberghi devono essere invitati, e ci entrano con un cartellino appuntato al petto con scritto “visiteur”, ché non insospettiscano.
Tu, per diritto di pelle – smaccatamente solo e soltanto per ordinamento cutaneo – a cui le guardie aprono la porta, per non farti fare la fatica di accompagnarla. E alla quinta o alla sesta volta che ci passi, avanti e indietro, finisci persino per dimenticarti di dire almeno “merci”.

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L’immagine è quella lì, dicevo, e cioè che ti lavi i denti con l’acqua minerale. L’attitudine è fatta di cose piccole, questa quella che – scioccamente – ha colpito me. Come chiamarla? Sì, molto banalmente “ingiustizia”, e crasi di tutto il solco delle disparità: là fuori anche quella del rubinetto – non per lavarsi, ma per bere – manca.
Ma le alternative non ci sono: mia collega se n’è scordata, quattro giorni fa, ha usato l’acqua del rubinetto con lo spazzolino ed è tornata a casa – rimpatriata – con una malattia di qui, il Dheng, per fortuna non grave.
(Edit del 9/11: la collega ci tiene a specificare che, come già scritto nei commenti, avevo capito male – è stata una zanzara)
(Nuovo edit 9/11: ho capito l’origine dell’incomprensione, era stato un altro collega – a Roma – a parlare di un’altra collega ancora che, tornata in Italia, si era sentita male, ma non con la dengue)

Ed è lo stesso: non puoi andare in giro da solo. Ci sono le guardie e gli autisti, invariabilmente. Abbiamo una casa, dove lavoriamo e gestiamo l’organizzazione, fuori dalla casa stazionano un paio di guardiani. Ogni volta che andiamo in qualche albergo/ristorante/salaconferenza ci accompagna l’autista. Per fare 500 mt a piedi l’autista parcheggia la macchina e ci accompagna camminando. Avere, possedere, autisti e guardie ti fa sentire come il lavarsi i denti con l’acqua minerale: ma, allo stesso modo, qual è l’alternativa? Forse soltanto chiudere gli occhi.
Meglio di no.

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Qui una foto presa male (ingrandendola ci si entra meglio dentro):

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Voglio pubblicare un libro

Uhm, forse questa cosa dovevo scriverla la settimana scorsa, quando un sacco di gente nuova è capitata sul mio blog, ma – e lo dico senza alcun compiacimento – il marketing non è il mio forte.

Dunque, io ho scritto questo libro, quando ero in Palestina. È un racconto dei miei giorni là. Chi mi ha seguito, al tempo, ne conosce buona parte. Poi l’ho aggiustato per bene, ci ho aggiunto delle cose, l’ho rivisto: secondo me è venuto bene, c’è molto del mio meglio.

Ora, l’ho quasi finito e lo vorrei pubblicare. Però non so come si fa. Allora io, intanto, metto qua un bell’estratto di venti pagine che secondo me riassume bene tutto il libro, perché c’è tutto: i bambini, la politica, la quotidianeità, e il conflitto arabo-israeliano. Anche io, un po’.

Se passa uno che fa l’editore, gli dà un’occhiata. Tutti gli altri, se hanno voglia, gli danno una letta e mi scrivono critiche e consigli: tanto il giorno che lo pubblico, voglio metterlo disponibile anche qui, gratis.
C’era anche un giornalista importante che era capitato sul mio blog al tempo della Guerra a Gaza manifestando apprezzamento, al quale avevo chiesto di farmi la prefazione, e che forse mi ha detto di sì.

Il libro lo trovate qui:
DISTANTI SALUTI, duecento racconti dalla Palestina

Abruzzo ventritré /fine

Non ho più scritto l’ultimo post dall’Abruzzo, e mi trovo a scriverlo ora, quando sono già da un bel po’ a Roma. Anzi, a dire il vero, mentre scrivo non sono già più a Roma, ma ci tornerò la prossima settimana.

La conclusione di questa meno che mensile esperienza abruzzese è arrivata perché, fondamentalmente, non c’era più bisogno di me. Era pianificato l’arrivo di un sacco di altri volontarî nelle due settimane a venire, e allora ho preferito farmi da parte. Oramai ero diventato amico, sarei potuto restare, ma per cosa?

Sì, le cose stanno così, per quello che ho visto: c’è tanta, tanta gente che vuole darsi da fare. È un gran bene. Le persone si dànno i turni per servire. E la tantissima manodopera genera un servizio ottimo, bagni puliti due volte al giorno, un mensa qualificata, etc. Si tratta anche del tipo di organizzazione, a quello che ho sentito c’è una vera gerarchia del benessere, fra i campi, a seconda della gestione: quelli che funzionano meglio sono quelli della Croce Rossa, poi ci sono quelli dei sindacati (come quello dove stavo io), poi quelli dell’associazionismo cattolico, poi la Protezione Civile (più o meno) direttamente, e infine quelli gestiti dall’Esercito. Dice che chi ha la sfortuna di capitare nelle tendopoli che sono sotto il controllo dei militari ha i servizî peggiori, ed è da lì che arrivano alcuni racconti drammatici.

Ovviamente si tratta, in tutti i casi, di informazioni di seconda mano, perché sono pochissimi i campi in cui c’è un accesso libero – e in tutti i casi per cause di forza maggiore come la comune entrata con un centro commerciale. Io ne ho visti tre, ma ho sentito questi racconti da più persone che hanno lavorato nei vari campi.
Non era efficiente soltanto la macchina dei volontarî, ma anche l’organizzazione: la CGIL è una vera macchina da guerra, e il giorno dopo del terremoto, aveva già spostato sul campo pacchi e pacchi di aiuti. Nei magazzini ci sono decine e decine di scatoloni di medicinali, forse un migliaio di spazzolini, abbigliamento in abbondanza. Quello che ho visto io, mi ha lasciato molto favorevolmente colpito.

È chiaro che la preoccupazione degli aquilani è la ricostruzione, e su ciò sono tutti sfiduciati dalle ripetute promesse – non c’è da biasimarli – ed è sempre scomodo vivere in una tenda, con un bagno comune, e necessariamente a contatto con altre persone. Certo era il minimo indispensabile, ma delle volte anche il minimo indispensabile manca: per dirne una, nell’estate che arriva non se ne sarebbe potuto assolutamente fare a meno, ma c’è un condizionatore in ogni tenda.

Ci sono strutture, e un’idea sempre nuova. Andiamo a prendere la sabbia, ché facciamo un campo da bocce. Due giorni dopo tutti i vecchini erano lì a giocare. Le signore, invece, si dedicheranno all’orto: «che ci si fa con questo pezzo di terra?» «dài, un piccolo orto per le signore anziane».

E poi c’è il capitolo bambini, loro sono davvero contenti: per fortuna, sembra, non si rendano conto di nulla, e il fatto di essere – necessariamente – a contatto con tanti altri bambini, è solo che un bene. È quello che avranno chiesto alle loro madri, tante altre volte. Sono i primi a prendere i nuovi volontarî per mano, e mostrar loro il campo. Se dovessi dire chi è che ne trarrà il meglio, direi i bambini.
Certo, quando la terra trema, sono i primi ad aver paura.

Abruzzo ventidue

Un riepilogo delle foto fatte in queste settimane, domani farò un bilancio da Roma, avendoci riflettuto un po’ sù a freddo.

L’unico centro commerciale rimasto in piedi durante il terremoto. È anche l’unico nella zona dell’aquilano ancora aperto, era un prefabbricato e ha retto la scossa. Una volta ci siamo arrivati a orario di chiusura già superato, e facendo vedere il tesserino del campo ci hanno fatto entrare per comprare i beni di prima necessità: la birra per una festa dei dicotto anni:

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In questa casa cantoniera è crollata tutta una fiancata:

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Ridotto male:

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Sembrava anche una bella macchina…

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Qui la voragine al centro non si nota subito, anche perché sul palazzo nessuna crepa, ma se ci butti l’occhio è spaventosa:

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Il piano al centro è stato completamente sventrato:

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Questo è il palazzo di confindustria, qui si vede che non ha retto più per quello che c’è per terra, che per quello che si vede:

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Purtroppo questo non si vede bene perché non potevo scendere dalla macchina, quella camionetta in fondo segna l’inizio della zona rossa, quella istituita per il G8:

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Questo è l’aeroporto appena terminato di Preturo, ci è atterrato oggi Berlusconi, quando ho fatto questa foto non era ancora terminato del tutto: qui si vedono le tende dei militari che lo stavano costruendo:

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Questo quartiere dell’Aquila si chiama, o forse sarebbe meglio dire “si chiamava” dato lo sbriciolamento che n’è conseguito, il Torrione:

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Infine altre rovine romane, un anfiteatro bellissimo poco fuori l’Aquila. Per fortuna queste non sono state intaccate dal terremoto:

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Abruzzo ventuno

Diciottanni in mezzo al terremoto

Non ci sono solo gli anniversari di matrimonio, ma anche i compleanni, e ancora più importante, un compleanno dei diciottanni, con tutto quello che vuoldire diventare maggiorenne. Come si organizza? Come tutto il resto, in un tendone:

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Ovviamente le misure di sicurezza, all’entrata, sono molto allentate per l’occasione: possono entrare tutti i ragazzi invitati, anche se non sono del campo:

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Ce n’è, va da sé, anche di che ballare:

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Un piccolo inconveniente c’è, che essendo il tendone nel campo, non si può non invitare tutta la popolazione, e tu invitato, non potrai fare a meno di farti vedere con una scusa che ti tiene a casa: la casa è lì. Ma in fondo, tutti, anche gli anziani, trovano un modo di divertisti:

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Domani pubblicherò tutte le foto degli edifici crollati che ho fatto nelle settimane in Abruzzo, e scriverò un bilancio.