Martedì 26 agosto

Onestamente guadagnati – Diario dalla Palestina 43

A Roma, fra i quartieri male, si dice «suonare l’arpa» per intendere rubare: se fate il gesto del suonare l’arpa con la mano capirete il perché.

Un vero suonatore d’arpa, invece, non l’avevo mai visto: in qualche film, sicuramente, mai dal vivo – so quindi di colpire (anche) la vostra immaginazione di (anche) voi pubblico intellettualoide pubblicando questa foto.

Ieri sera, in giro per Gerusalemme by night, attirati da una specie di carillon che suonava lo sputtanatissimo Canone in re di Pachelbel, siamo sbucati su Ben Yehuda – più o meno il centro di Gerusalemme ovest – e ci siamo imbattuti in una vera suonatrice d’arpa.

A giudicare dall’abbigliamento e da altri particolari direi che vivesse di quello. Quasi tutti quelli che passavano lasciavano qualcosa, colpiti dalla regalità dell’arpa e di chi la suonava: c’era un gruppo di ragazze sedute ad ascoltare, fossi stato solo mi ci sarei messo anche io.

Poi siamo passati davanti a un suonatore di violino che rientrava molto di più nel cliché del Juif Errant – com’era il famoso indovinello? Perché ci sono così tanti violinisti ebrei, e così pochi pianisti? Beh, prova tu a scappare con un pianoforte sulle spalle!

Così sono passato e, a lui che mi aveva meno colpito e che probabilmente avevo visto lì altre volte, non ho lasciato soldi. Poi mi sono sentito in colpa.

Mi sto ancora domandando se gli altri spettatori improvvisati abbiano avuto la mia stessa percezione: visto che avevano lasciato qualche moneta a lei dovevano lasciarla anche a lui, o al contrario, avendo lasciato qualcosa a lei avevano consumato la propria buona azione e quindi non sentivano il bisogno di lasciare qualcosa anche a lui?

Insomma: la suonatrice d’arpa, rispetto al violinista, aveva «suonato l’arpa»?

Suonatrice d'arpa a Gerusalemme

Lunedì 25 agosto

Due di due – Diario dalla Palestina 42

Se è vero che quasi tutti in Palestina ce l’hanno con gli ebrei (indiscriminatamente) e una buona parte è antisemita, è anche vero che non ho mai sentito tanta islamofobia quanto quella dei cristiani palestinesi, in particolare di Betlemme.

Una sindrome da accerchiamento, perché da essere maggioranza incontrastata sono passati a essere minoranza; e sebbene mantengano il controllo economico, tutte le istituzioni pubbliche (tranne il sindaco che per decreto di Arafat è cristiano) sono mussulmane con quello che ne consegue a livello sociale, specie perché la vita qui procede moltissimo per conoscenze – l’altro giorno mi sono rivolto a un amico palestinese per comprare il pane, questi è andato a sua volta da un suo amico, il quale è amico del fornaio: così, a onor del vero, ho avuto il miglior pane di Betlemme (“casa del pane” in ebraico, effettivamente).

Se la polizia, quasi tutta mussulmana, ti ferma è probabile che tu – cristiano – abbia una sanzione più pesante di qualla di un mussulmano, se non altro perché quello conosce la famiglia di quell’altro che conosce etc.
Se vai in comune ad avviare una pratica, gli impiegati ti faranno aspettare settimane perché – in quanto cristiano – sarai scavalcato da tutte le pratiche di chi è mussulmano come gli impiegati.

Di contro se sei mussulmano potrai accedere alle scuole private (qui sono le migliori) con qualche renitenza, perché sono gestite tutte dalla Chiesa. Come è ovvio che a Betlemme l’economia giri intorno al cristianesimo: non solo per il turismo (vuoi aprire un negozio di souvenir senza essere o fingerti cristiano?), ma anche perché la gran parte dei mussulmani sono persone delle campagne circostanti arrivate negli ultimi cinquant’anni a Betlemme, e il centro storico è quindi tutto in mano ai cristiani.

La versione, tutta nuova per me, cristiano-betlemita della Nakba “la sciagura” – ovvero la creazione dello stato d’Israele e l’inizio della questione profughi – è che di sciagura si sia trattato in quanto l’ondata di profughi (e soprattutto i dieci figli a testa di questi) proveniente dall’attuale Israele ha islamizzato Betlemme.

I cristiani, tranne poche eccezioni, vanno nei negozi cristiani. I mussulmani vanno nei negozi mussulmani, così via dicendo: e non c’è modo d’uscirne, pare, perché qui la religione non si sceglie – è un marchio alla nascita.

Venerdì 22 agosto

5×7 – Diario dalla Palestina 41

Cinque parole per ogni foto:

Novità: Uahad, Tnin, Talata… Stella!
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Hanno appena imparato a giocarci:
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Cantando la Società dei Magnaccioni:
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Nuur atterra su di me:
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Muove le mani per Vivaldi:
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Qui gli ho insegnato “lumaca”:
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Matrimonio simulato, tutte vestite eleganti:
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Giovedì 21 agosto

La regola della teiera – Diario dalla Palestina 40

Siamo stati a casa di uno stronzo a cena: è il padre di Mohab, Rowan, Mohammed, Roa e Nuur. Picchia la moglie e i figli, ma davanti ai nostri occhi è così affabile; ma non di quell’affabilità doppia che ti aspetti da un personaggio del genere – per nulla – se non sapessi quello che so, non avrei presentito niente dell’individuo mefistofelico che ci raccontano.

Angela e Umberto stanno raccogliendo dei soldi in Italia per mantenere degli studi migliori per Mohab: Mohab è il più grande del gruppo dei grandi, e non è il più brillante. Questo padre violento l’ha proprio mutilato ed è certamente il figlio che ne ha risentito di più. La domanda, certo apparentemente cinica ma necessaria, è se adesso sia un minuto prima o un minuto dopo mezzanotte: se la brutalità abbia già avuto il suo corso e Mohab non abbia più modo di recuperare.
Se questa somma non indifferente non andrebbe investita su qualcun altro, anche gli stessi Rowan e Mohammed che non sembrano – ancora? – così segnati, così irrecuperabili.

Io non so rispondere: certamente prima di dare per “perduto” qualunque ragazzo ci penserei 100 volte, e farei moltissimi ultimi tentativi (come questo è nella testa di Umberto e Angela), però è anche vero che dare per lui vuoldire togliere per qualcun altro. Non ho proprio idea di quale sia la cosa migliore.

Tutto dà una notevole sensazione d’impotenza, Ahlam l’educatrice che di solito è molto morigerata nei giudizi dice senza troppo imbarazzo «io odio quell’uomo».

E, per inciso, qui non si può chiamare la polizia: è più o meno nei diritti del marito quello di picchiare la moglie e i figli. Gli unici che possono rivaleri sul marito – se lo ritengono opportuno – sono i maschi nella famiglia della moglie. La chiamano “la regola della teiera”, se ho capito bene l’arabo.

Domenica 17 agosto / sera

The fool on the French Hill – Diario dalla Palestina 39

Qui devono avermi preso per uno davvero strano. Uno dal quale puoi aspettarti di tutto e talmente fuori dagli schemi da possedere un’imprevedibilità pressoché assoluta.

Perché tanta premessa? Ecco.

Yusef è un ragazzo a cui insegno italiano, ha 11 anni (è il più giovane della “classe”), lo farebbe a scuola – in teoria – ma non sapeva neanche l’alfabeto. Sarà perché è abituato a lezioni molto austere e insegnanti inchiodati nel proprio spazio, ma da quando ha visto che a lezione chiedo agli studenti di urlare – più forte che possono – alcune parole (la timidezza è il peggior nemico nell’imparare una lingua), da me si aspetta di tutto.

Dunque, sono arrivato a casa e gli ho lasciato la bici: lui fa sempre qualche giro nel quartiere e poi me la riporta. Nel frattempo io stavo stendendo i panni con un aggeggio infermale che ha la fisionomia di uno stendino della NASA, e la stabilità di una tregua fra Hamas e esercito israeliano. Mi affaccio da questa specie di balconata piena di tralicci, ammassi di ferraglie e comuni denuclearizzati dove stendo i panni e lo vedo in bici, mi sbraccio e lo saluto.

Lui è entusiasta di vedermi quissù e mi chiede: «costa stai facendo?», io rinuncio completamente a provare a spiegargli in arabo «stendino», e gli dico che no, non sono in grado di spiegarglielo, ma lui – ancora più curioso – insiste. Allora che faccio? Prendo sto stendino, in cui c’erano solo due vestiti attaccati e penzolanti, uno a una estremità e uno all’altra (metterne due dallo stesso lato significa il decesso dello stendino della NASA), e glielo alzo, per farglielo vedere e fargli capire in quale operazione fossi affaccendato.

Lui, vedendo quell’arnese con i due vestiti ai due lati, mi urla «staaaaannna» (aspeeettta) lascia la bici e si catapulta su da me. È convinto che voglia provare a lanciare il mio nuovo prototipo dal terzo piano per vedere se vola.

Domenica 17 agosto / mattina

La corsa a ostacoli – Diario dalla Palestina 38

La corsa a ostacoli funzionava così: c’erano due squadre che partivano allineate  a mo’ di staffetta. Come testimone avevano una matita rossa e una blu (le due squadre erano appunto Azra e Ahara), qui vedete due foto della partenza da diverse angolazioni: il frazionista successivo doveva sempre prendere possesso della sedia lasciata libera dal frazionista precedente, e tutti dovevano scendere di uno scalino:
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Qui il percorso da un’altra angolazione, purtroppo non c’è nessun reperto del quadro dove segnare i punti che si trovava girato l’angolo:
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Qui invece io, fotografato a tradimento, in fase di collaudo e spiegazione:
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Ma come funzionava il percorso?  Le due squadre partivano con un bivio, ognuna dovevaç

  1. Prendere la strada obbligata per la propria squadra
  2. Infilarsi sotto al tavolo, strisciandoci sotto
  3. Saltare le seggioline appoggiate come ostacolo
  4. Fare un giro intorno al secchio della spazzatura
  5. Raccogliere il proprio rotolo di scotch (ce n’erano due e due scope), infilarlo dentro al proprio manico di scopa e farlo scivolare per tutto il bastone, in modo che atterrasse di nuovo sullo scottex (in caso contrario si doveva rifare)
  6. Girare l’angolo all’interno delle sedie appiattendosi il più possibile contro il muro, per non urtare le seggiole, pena la replica del bastone + scotch
  7. Andare a colorare con la propria matita i cerchi del colore della squadra avversaria su di un foglio attaccato dietro l’angolo (nelle foto non si vede)
  8. Saltare sullo scalino all’esterno della sedia, e saltare giù
  9. Intingere le dita in un piattino pieno d’acqua e poi arpionare con due dita (bagnate!) una saponetta e farla atterrare dall’altra parte della scatola (si vede meglio nella seconda foto)
  10. Passando nel pertugio aperto nelle seggioline, alzare e riabbassare il paccone ingombrante ma leggero pieno di carta igienica
  11. Passare in mezzo al tavolo e riprendere il proprio percorso
  12. Consegnare il testimone al frazionista successivo seduto sulla sedia e andarsi a sedere sul gradino più alto

Ovviamente la vittoria sarebbe andata alla squadra che con la propria matita avesse colorato più cerchi della squadra avversaria, al di là dell’angolo. Per la cronaca è stata la squadra blu.

Tutto ciò vi sembrerà complicatissimo, ma – come dico sempre – non dobbiamo mai sottovalutare questi bambini: le regole sono state capite benissimo da tutti, e anzi è stato molto difficilecercare di tenere a bada il loro istinto a barare, a partire prima, a evitare di bagnarsi le dita, etc. Ecco, se c’è una cosa che bisogna insegnare a questi bimbi è la lealtà. Stavo per scrivere che sembra di poca importanza ma non lo è, poi ho pensato che sembra anche, di grande importanza.

Altri due scatti – Reem e Rowan che stanno saltando le seggiole cercando di arrivare prima dell’altra alla strettoia imposta dal secchio della spazzatura (qui si vede il testimone, blu – quindi vittorioso – in mano a Reem):
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Qui Ahlam che sbuca da sotto al tavolo:
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Venerdì 15 agosto / sera

Una terra pericolosa – Diario dalla Palestina 37

Non c’è alcun dubbio che la cosa più pericolosa che mi sia capitata in Palestina sono gli autisti dei taxi collettivi che riescono a fare delle cose spaventose, per le quali – davvero – è meglio non guardare la strada, altrimenti ti prendi paura a ogni curva. Pensavo che gli israeliani guidassero in maniera assurda, l’autista dell’autobus pubblico di Gerusalemme che monta con il mezzo pieno di gente sul marciapiede per superare un altro veicolo sembrava un asso vincente, e invece mi sono dovuto ricredere. Ma stare a descrivere una guida spericolata è inutile, dire che vanno a 160 in curva invadendo l’altra corsia è varrebbe il dire che hanno quello che si dice normalmente una guida folle. È molto di più.

Poi l’altro giorno è passato un furgone con delle assi lunghe 3 metri sul retro, e una di queste è caduta – con tanta forza da spaccarsi a metà – passando a un paio di metri da Davide che stava camminando accanto a me. Non contento, l’autista, non ha né rinunciato a prendere l’asse (oramai rotta), né è sceso a piedi accostando al primo spiazzo: non poteva, era la strada principale di Betlemme (chiamata appunto “main street”) dove passano tutti sfrecciando, e non aveva spazio per fermarsi.
Così ha deciso di farsela in retromarcia.

Ecco, se venite in Palestina abbiate paura dei furgoni che trasportano travi di legno.

Venerdì 15 agosto / mattina

5290 – Diario dalla Palestina  36

L’altro ieri ho edotto mia sorella su di una mia novella considerazione: questo è il momento in cui siamo più lontani nella nostra vita. Io sono stato in America due volte, una quando non era nata, e una con lei. Il secondo posto più lontano era appunto Israele e Palestina, ma ora che lei è in Islanda la nostra distanza si è allungata di molto. Quindi non siamo mai stati così lontani in vita nostra. L’indomani lei mi ha mandato questa foto:

Sì, anche io ci ho messo un po’ per capire che Ròm è Roma.

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Giovedì 14 agosto

Noi balliamo da sole – Diario dalla Palestina 35

L’altro giorno ero con i maschi a giocare fuori e la porta era chiusa, sono entrato per andare a prendere una cosa nello zaino, e ho trovato tutte le bambine – con la porta sprangata – che facevano un qualcosa di molto simile alla danza del ventre. Per qualche secondo le ho viste ballare così, poi si sono accorte di me e mi hanno buttato fuori, «barra!».

Mi ha stupito che in una società come questa perfino bambine di 7 o 8 anni abbiano già appreso questa consapevolezza del proprio genere, e questa padronanza della superficialità del proprio corpo. Poi ho pensato che è proprio il contrario, e che è endemico in una società più chiusa, l’atteggiarsi alla femminilità: che è di per sé una separazione di ruoli con l’uomo.

L’altra faccia della medaglia sono Mohammed, Ahmed, Jaber, che cercano in tutti i modi di evitare qualsiasi contatto con l’altro sesso. Non per pudore, quasi per ribrezzo: è una parola forte, ma – specie nel caso di Mohammed – è la più azzeccata: una volta ha interrotto un gioco per più di 5 minuti perché non voleva spartire una sedia con Rowan, cerca sempre di essere dall’altra parte della stanza.

Ora che abbiamo preso un po’ più di confidenza, le bimbe mi permettono di assistere ai loro balli, anche se più castigati – qui una breve tesimonianza dal nostro reporter:

Mercoledì 13 agosto

Nel frattempo la Fiorentina vinceva in Champions League – Diario dalla Palestina 34

In questi giorni sto scrivendo poco per due motivi in uno: approfittando della venuta di Angela e Davide, e soprattutto di Umberto, Angela, Gabriele e Plastic (vero-finto nome Andrea), sto girando molto: sono stato a Nablus, sono stato a Hebron (di cui racconterò), andrò a Jericho, sommando a questo le lezioni d’italiano non ho mai tempo per raccontare. Il secondo motivo da questo causato, è che non avendo i giorni liberi che di solito uso per preparare giochi o attività per l’indomani, ho meno da raccontare degli incontri con i bambini.

Eppure ieri è stata una giornata bella piena: dalle 10 e qualcosa a mezzogiorno e qualcosa ho fatto la lezione d’italiano. Finalmente sono riuscito ad avere il pennarello (qui ti propongono di fare un corso d’italiano e ti dànno un lavagnone dove non si puà scrivere, e una lavagna senza pennarelli), e a gestire la lezione come piace a me, in modo più partecipato e anche un po’ teatrale. Sono contento di ciò che n’è venuto fuori.

Sono poi andato dalle suore, corrono voci che le vogliono un po’ attaccate al quattrino, ma con me sono sempre state molto gentili e coprentimi di offerte, erano un po’ di giorni che dovevo andare a fare la raccolta dell’uva e ieri è stato il giorno. La mia altezza è particolarmente apprezzata per queste opere. Qui la foto del raccolto, la suora che siede accanto – si chiama Giacinta, per me “bella mia” – pensava che non mi volessi fare la foto assieme a lei, ed era quasi stupita che le avessi chiesto di esserci: le ho spiegato che sono un mangiapreti, mica un mangiasuore!

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Prima c’era stato il pranzo in cui ho fatto la figura di quello supercolto: l’imperscrutabilità del destino ha voluto che si parlasse delle due o tre cose che so bene, e insomma, ho fatto un figurone. E come è colto ‘sto Giovanni, e com’è colto ‘sto Giovanni. Certo che, se voglio mangiare e/o parlare italiano, vado lì.

Sono poi corso al centro, perché alle 4 avremmo avuto l’incontro e volevo preparare qualcosina, perché Ahlam sarebbe potuta arrivare in ritardo per la combo di un altro impegno+check point, Angela e Davide tornavano da Gerusalemme, e il CollettivoAUTONOMO (così sono memorizzati sul mio cellulare) da non ricordo dove. Dato l’elevato numero di volontari in questo periodo abbiamo convenuto con Ahlam di focalizzare più l’attenzione sui giochi, che sulle altre attività, riprendendo quest’ultime quando ci saranno meno poli d’attrazione (e disattenzione).

Rowan viene presa in giro dai due fratelli perché ha le lentiggini, ogni volta viene scura in volto e bisogna farle capire che è la più bella lo stesso: e glielo abbiamo detto, ma non funzionava. Allora le abbiamo chiesto chi fosse il più bello fra noi (e m’ha preferito Davide!), così Davide le ha raccontato di come anche lui veniva preso in giro perché basso. Alla fine Plastic, intenditore di donne, ha trovato la carta vincente: ha digitato su google Vanessa Incontrada in tutto lo splendore delle sue lentiggini. Ottima mossa.

Giochi, cazziatone, delusione. Giochi: un ruba bandiera palestinese con delle regole sgangherate, poi altri che avevamo già fatto. Cazziatone: c’è stato poi la mezz’ora di reprimenda da parte di Ahlam ai bambini perché in questi ultimi pochi giorni si stanno comportando peggio: cosa vuoldire? A me sembra che, principalmente, vogliano farsi notare dai vari volontari, e per questo delle volte cercano di distinguersi, di fare i preziosi, etc. La risposta dei bimbi è stata buona, e me l’aspettavo: in questo Ahlam è molto, molto brava a capire il momento e le parole giuste.

Delusione: la prima delusione che Amal mi ha dato è stata oggi, quando è stato commissionato ai bambini un disegno dal titolo “preghiamo tutti lo stesso Dio”. Era un’attività che avevamo programmato da un po’, e io avevo sempre espresso le mie riserve, usando proprio questa formula. Se è la prima delusione vuoldire che per ora mi è piaciuto tutto molto, più di quanto pensassi. Se è una delusione – però – vuoldire qualcosa. E specificatamente che un’associazione laica non dovrebbe permettersi questo. Perché si tratta di indottrinamento. Ci vorrebbe così tanto un bagno di laicità per questa società, per le donne, per i conflitti fra mussulmani e cristiani, per quelli fra mussulmani e ebrei, per gli uomini stessi, e questo qui è stato un piccolo passo in senso opposto: se è vero, come è vero, che i bambini a casa subiscono un’educazione molto invasiva sul tema, questa è una ragione per fare sì che almeno alla casa di Amal questo non succeda.
Non sopravvaluto la questione, ovviamente è una cosa minima, se l’avessi considerata una cosa importante mi sarei adoperato per impedirla, ma vorrei che non risuccedesse. Il colmo è che – mi è sembrato di capire – eravamo più o meno tutti d’accordo sul punto (in primis il Collettivo, ma anche sul non ripeterlo, Ahlam e Angela).

Poi la sera tutti al parking, che non è un parcheggio ma un parco. Anzi no, non si va là, ma si sta a parlare di Dio e di religione e religioni: da registrare il tenero tentativo di Umberto di avere la benedizione da parte dell’unica suora presente della sua relazione con Angela. Vive nel peccato!

Dopodiché all’una e mezza di notte sono tornato a casa, o meglio, c’ho provato, perché son riuscito a perdermi e mi sono ritrovato mezz’ora a girare in bici, finché non ho ritrovato una strada conosciuta e già che c’ero ho svoltato per il forno. E son riuscito a convincerli a vendermi il pane appena fatto, buono buono, caldo. Poi avevo sete e sono andato a cercare l’unica botteghina che so aperta alle 2 di notte, e l’ho trovata. C’era un ragazzetto della mia età che non parlava una parola d’inglese. Ho preso la Tapuzina al pompelmo, e lui ha iniziato a chiacchierare, la luce era spenta quando sono arrivato, sarò stato l’unico cliente da 3 ore: così ho sfoggiato quel poco di arabo che so, e gli ho spiegato che sono italiano, un volontario italiano, queste cose noiose… e lui scarta di lato e mi fa vedere una modella palestinese su google, e mi dice che è «’na bonazza». E io gli dico, ovviamente dovevo stare al gioco, gli dico che le italiane son più belle (potete immaginare la difficoltà nel trasmettere queste informazioni). Allora lui mi dice che no, son più belle le palestinesi, «anvedi questa» (che non era sto granché), dunque io dovevo rispondergli qualcosa, faccio tutto il giro per andare al suo computer, tronfio e convinto della mia e da bravo bacchettone moralista non mi viene in mente il nome di un’attrice bonazza che sia una. Colpo di genio, penso all’intuizione del Plastic di poche ore prima e scrivo “Vanessa Incontrada” e gli dico “quayes!” “good!”. Lui deve ammettere che effettivamente je l’ammolla e mi chiede: è italiana eh? E in quel momento mi rendo conto della magagna… Vanessa… Incontrada, esito due secondi e poi gli dico che «ehm… no, è spagnola».

Lui mi guarda con una faccia come dire: «e allora che cazzo stai a dì?».
E vado a dormire.