Giovedì 22 gennaio / sera

Linea blu – Diario dalla Palestina 144

continua da qui

Ok, credo di essere stato un po’ scemo, ma andiamo con ordine: sul muro qualche giorno fa è comparsa una striscia blu. Mica tanto bella, mica tanto curata, va inevitabilmente sopra ad altre scritte (premurandosi di evitare i graffiti più belli: ad esempio passa in mezzo alla gambe di un cammello). La cosa incredibile è la lunghezza di questa striscia blu. Perché tutto il percorso del muro che si può vedere intorno a Betlemme è “marchiato”. A raccontarlo viene peggio, ma ora ovunque si passi, c’è questa bella striscia blu:

Dal check point:

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…prosegue…

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…gira quando il muro gira…

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…sovrascrive anche la scritta che facemmo con River, e va a rendere illeggibile l’indirizzo del suo blog generando certamente la sua disperazione, ché ci teneva tanto…

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…se non fosse che, a un certo punto…

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…ecco, questo è quello che pensavo ieri.

Poi mi è venuto in mente che quella scritta è proprio accanto a uno stencil (dico bene?) di Banksy, e quindi molto più probabilmente è una specie di “didascalia”, fatta dall’autore della striscia blu, anziché una firma.

Proverò a vedere se qualcuno ne sa di più, ma per intanto mi sa tanto di una disdetta!

Giovedì 22 gennaio / mattina

Fatto l’inganno, trovata la legge – Diario dalla Palestina 143

Sulle leggi assurde che ci sono qui al di là del muro ne ho sentite tante, che concernono il delitto d’onore, il rapporto uomo donna, la poligamia (sì, che mi aspettavo? Ma io sulla storia che le donne debbano essere “protette” perdo la razionalità, mi imbestialisco). Certo, anche passato il muro, se un’ebrea deve divorziare le cose non sono tanto facili, a testimonianza di come Israele sia molto meno laico di come pensano i suoi sostenitori, e molto di più di quanto pensino i suoi detrattori.

Ma ovviamente il paragone, con la Palestina, non c’è. E tanto più irritante è il sillogismo per cui – schieramenti dati, battaglia pronta – denunciare e cercare di cambiare queste cose sia contro i palestinesi, e non per le palestinesi (che dico? Per tutti i palestinesi).

Poi ci sono le cose che più che ingiuste, sono assurde: una legge di cui non sapevo, ma ho avuto notizia  attraverso un libro, questoqui qualche malignità sull’autore, è quella sulle adozioni. Se l’ho capito io il francese, garantisco che ce la potete fare:

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In pratica quindi: tutti i bambini senza genitori vengono considerati mussulmani (considerate però che non è un’imposizione, è un “dato”, qui la religione è sulla carta d’identità come l’altezza), la quasi totalità delle famiglie adottive è cristiana (sia gli stranieri, che i cristianopalestinesi: qui sono nettamente i più ricchi), e – arriva l’assurdo – un membro di una religione (che vuoldire che c’è nato, non che va in chiesa tutte e domeniche e vuol far fare la cresima al figlio, magari – difficile – neanche è credente) non può adottare un bambino di un’altra religione.

Così l’unica possibilità per degli orfani di trovare un genitore adottivo, è che trovino dei genitori in pectore disposti a convertirsi all’Islam.

Mercoledì 21 gennaio

Brutti e infantili – Diario dalla Palestina 142

Sui graffiti e il Muro potrei veramente raccontare, o più propriamente lasciar raccontare, le immagini, le scritte, i disegni, le idee, per chissà quanti post. Si potrebbe farne un blog apposito.
E poi c’è Banksy, il graffitaro più famoso al mondo. Ovviamente tutti lo conoscete, ma se non lo conoscete dovreste. C’è una sua frase che non ricordo dove avevo letto, che diceva qualcosa come: “dicono che i graffiti siano brutti, infantili e non ricordo cosa. Beh, solo se sono fatti proprio bene”.

Ecco, lui li fa proprio bene, e qui a Betlemme si è sbizzarrito. Seleziono i migliori per me, ma ne ha fatti altri, qui.

Il passo… carra(rmata)bile:

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Il soldato che chiede i documenti all’asino:

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Questo non l’ho mai visto di persona: e sapete perché? Si lo so, è incredibile: hanno pensato che fosse una presa in giro ai palestinesi e l’hanno cancellato. O almeno così l’hanno raccontata a me

La colomba con il giubbotto antiproiettili:

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E i miei due preferiti: la bambina che perquisisce il soldato, e il ragazzo che lancia i fiori (unico elemento colorato) invece della molotov. Delle volte mi fermo e li guardo, anche dieci minuti a pensare “ma che bello”:

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L’originale del secondo non è a Betlemme, ce n’è una copia su un muro di Beit Sahour, il comune contiguo.

E se ne trovano altri, in giro per Betlemme, sia perché è il pezzo di muro più facilmente raggiungibile da uno straniero (Bansky nasconde la sua identità, ma dovrebbe essere inglese), e sia perché Banksy raramente disegna direttamente sul Muro, molto più spesso su case, o muri secondari – insomma, dove l’eventuale zelo di un soldato potrebbe interrompergli il lavoro: anche se a onor del vero non ho mai sentito dire di un soldato che abbia contestato qualcosa a un pitturatore.
Poi c’è anche la storia di quello che ha venduto il muro della propria casa, con sopra un graffito di Banksy, e l’ha ricostruito.

I graffiti in Palestina sono stati fatti in più venute nel corso degli anni, alcuni sono del 2005, altri del 2007: purtroppo molti sono oramai scoloriti (per questo alcune delle foto che vedete qui, le ho prese in giro per internet).
Domani vi racconto e documento cosa mi ha fatto pensare che Banksy sia tornato qui nei pressi.

p.s. C’è un sito ufficiale di Bansky, dove non si trova nulla di questo, ma tanto di altro e molto bello: e c’è una pagina che si chiama “manifesto”, con una citazione che oltre a essere molto azzeccata, sembra proprio essere un sibilo alle mie orecchie viste le recenti disavventure:

When I was a kid I used to pray every night for a new bicycle.
Then I realised God doesn’t work that way, so I stole one and prayed for forgiveness.

Continua qui
(il link funzionerà domani)

Martedì 20 gennaio

Saltando nelle pozzanghere – Diario dalla Palestina 141

Il sabato sarebbe il giorno delle uscite, con i bambini. Si uniscono i due gruppi e si va in giro. Qualche volta si va a giocare a pallone, altre volte si fanno uscite più “culturali”, d’estate in piscina. Però con il freddo invernale le uscite sono limitate al minimo, a meno che non si trovino posti al chiuso dove portare i bambini.

Avevamo fatto un bel progetto, per familiarizzare i bimbi con gli anziani. Qui la famiglia è lo stato sociale ma per alcune circostanze disagiate come sono i disabili, e talvolta gli anziani, queste situazioni costituiscono una vera vergogna per certe famiglie, e delle volte l’abbandonon è la soluzione seguita.

Anche la coscienza culturale di ciò è in evoluzione e, se dell’incontro coi disabili ne parlai nel primo post che feci dalla Palestina, la visita alla struttura per anziane mantenute dalle suore antoniane è stata divisa in due parti. Essendo il luogo troppo piccolo per tutti e due i gruppi abbiamo portato prima i grandi e poi i piccoli: qui l’incontro con i piccoli.

C’è stato tutto un lavoro preparatorio all’incontro, e – so che vi sembrerà la tipica illusione da innamorato – sono certo che i nostri bambini non riserveranno lo stesso trattamento ai loro genitori o ai loro figli disabili, se ne avranno.
Qui c’è qualche foto:

Io sono stato malissimo quel giorno, mi succede una volta all’anno, ma quella volta non mi reggo in piedi. Ecco, quello era quel giorno, febbre/mal di testa/mal di stomaco, forse si vede dalla faccia. E mi è dispiace molto perché l’incontro è stato bellissimo. Per fortuna durante le vacanze natalizie c’erano venuti a trovare Rodolfo e Antonio (altri volontari di Amal)  che hanno dato una mano indispensabile. Ecco l’arrivo:

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Qui le bimbe hanno fatto un ballo per le signore che, non è buonismo, hanno davvero apprezzato. Avevamo portato anche un fiore per ogni signora:

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Altre foto delle danzatrici:

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E qui una foto di tutti i bambini che conversano con ognuna delle anziane:

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Alla fine la cosa più bella, dopo aver chiesto ai bambini cosa ne pensassero e come si immaginassero la loro vecchiaia, abbiamo mostrato loro il video musicale più bello che c’è, Hoppipolla (hop in paddles) dei Sigur Ros, che sia loro di buon auspicio:

La volta successiva ci hanno chiesto di rivederlo, ma ancora non l’abbiamo fatto. Se ci saranno commenti di rilievo, come ci saranno, li riferirò.

La pace ai check point

È assurdo, ma in questi giorni i soldati ai check point sono più gentili. Certo, ai tuoi occhi – che sei occidentale – vogliono sembrare buoni. No, di solito se ne fregano. Tornavo a casa, una soldatessa mi ha chiesto da dove venissi, e io le ho detto che ero stato a cena a Gerusalemme. Lei mi ha chiesto dove, e io mi sono inventato un posto. Meno dici e meglio è. Però lei ha commentato come si mangia in quel posto, e io mi sono inventato che non avevo mangiato bene. Iniziavo a capire che voleva essere cordiale: che è quello che ci vorrebbe sempre perché i palestinesi non abbiano solo quell’immagine feroce e al tempo stesso indifferente dell’esercito. Però quando mi ha chiesto con chi: io le ho detto «amici», che è la tipica cosa che si dice per non dire «fatti miei». Ed è questa la brutalità dell’occupazione, dei check point: che fa diventare i rapporti umani un riflesso condizionato. Poi mi sono reso conto che me l’aveva chiesto in modo amichevole, allora ho aggiunto «amici israeliani: hai visto, abbiamo fatto la pace?». Perché dal fatto che stessi rientrando a Betlemme di sera era ovvio che vivessi lì, e da questo era conseguente che fossi un volontario che, nelle barbare semplificazioni imposte da questi schieramenti, sta-dalla-parte-dei-palestinesi. E io le ho detto «Laila Tov», buonanotte, che è una delle poche cose che so in ebraico, e lei mi ha risposto «Leile Said», buonanotte, che è – forse – una delle poche cose che sa in arabo.

(Unità, oggi)

Lunedì 19 gennaio

Eppur si muove – Diario dalla Palestina 140

Intanto oggi pomerggio, a cessate il fuoco avvenuto, a Betlemme si teneva una manifestazione per urgere il cessate il fuoco.

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Domenica 18 gennaio

Marxista lo dici ar dio tuo – Diario dalla Palestina 138

Che molte persone mi chiedessero «cosa vuoldire?» quando dicevo loro di non credere in Dio, l’avevo già riferito. Ma ora ho scoperto che coloro che contemplano la possibilità, l’associano indissolubilmente al comunismo. Ahlam stava raccontando a una sua amica che io, appunto, non credo in Dio, e quest’amica le avrebbe risposto: «cooooosa??? È marxista?». Lei me l’ha riferito, per raccontarmi il “coooosa”, ma io – che avevo già sentito quella parola – le ho chiesto lumi sul “marxista”. Lei mi ha detto «sì, you say …marxist in english». Così io le ho detto «no, ma guarda che non sono marxista» (tra l’altro dubito seriamente che Angela, Umberto e Rodolfo – altri volontari conosciuti da Ahlam – pur di quella sinistra lì, si definiscano marxisti). E lei: «come non sei marxista? e allora perché non credi in Dio?».

Insomma, non solo considerava il fatto di credere in Dio come dettato dalle scelte politiche, ma mi ha spiegato che ha usato quella parola, marxista, perché è l’unica che hanno. Magari qualcuno, da qualche parte, l’avrà coniata o ereditata, ma nell’arabo che parlano qui, la parola per dire ateo-agnostico-noncredente è una sola: marxista.

Sabato 17 gennaio

Onore al sofferente amico del popolo – Diario dalla Palestina 137

Tutti coloro a cui racontano l’assurdità di quello che mi è successo, qui in Palestina, mi cospargono di una solidarietà – sicuramente eccessiva, ma sentita – che mi mette in imbarazzo. Tantopiù che più d’uno mi ha indirizzato frasi come «ora puoi capire davvero la sofferenza del popolo palestinese» o «è questo che succede al nostro popolo». Per una bici. Ed è una situazione molto paricolare, perché io non penso che le cose – e soprattutto le sofferenze – si capiscano dal di dentro, anzi spesso si capiscono peggio. Pochissime volte la vittima di un’angheria ha il cuore libero. E in più ho una diffidenza della parola “popolo”, quasi quanto della parola “onore”.

Il tutto è reso ancora più fastidioso dalla consapevolezza che se al posto mio ci fosse stato un palestinese, quei soldati, quei poliziotti, pur nello stesso torto avrebbero trattato molto peggio** il possessore della bicicletta. Così mi trovo a far parte di una cosa di cui trovo distorcente far parte (la vittima), di cui trovo sbagliato far parte (il popolo), e di cui comunque non faccio parte (la discriminazione), e tutto questo nella più cerimoniosa, ma affettuosa e onesta, buona fede. Mi sento viscido.

**Questo è quello che tanti scudieri d’Israele per pregiudizio non accettano, che ci siano delle discriminazioni che vanno al di là delle leggi e cioè discriminazioni d’atteggiamento; che sono naturalmente (endemicamente) meno peggio di quelle legalizzate, ma pur sempre vive, presenti e pestifere. Israele è lo stato per gli ebrei, non degli ebrei. È una differenza rilevante oltre che visibile.

Venerdì 16 gennaio

Lost & found – Diario dalla Palestina 136

A testimonianza dell’assurdità della storia della bicicletta bomba, ieri abbiamo passato metà pomeriggio con i bambini a fare un indovinello su cosa fosse successo alla bicicletta, e ci hanno messo veramente tantissimo per indovinarlo. Quando ho rivelato l’arcano e ho fatto vedere loro le foto, sono andati a raccontarlo ai loro genitori, e i loro genitori gli hanno detto “no, ti stava prendendo in giro, è uno scherzo: non è mica possibile”.

Intanto ho perso una bici ma ho guadagnato un negoziante di fiducia, l’altro giorno mi aveva dato 10 shekel di resto in più, e io gli avevo detto “la, la”, no-no, lui aveva fatto la faccia incazzosa pensando che mettessi in dubbio la sua onestà, e quando ha visto che invece gli stavo dando indietro i dieci shekel si è illuminato. Ci sono tornato ieri, e mi ha trattato con una gentilezza incredibile.

LA BICICLETTA BOMBA

SUICIDE BICYCLE – Diario dalla Palestina 135

Preparatevi ad ascoltare la storia più assurda del mondo. Più assurda dell’incidente con il matto + incontro con sanità palestinese? Peggio, molto peggio. Calmi. Tranquilli. Ben adagiati sulla sedia.

Ora lo sto scrivendo, domani lo pubblicherò: ho paura di non crederci più, domani, da quanto è incredibile.

Antecedenti: i miei giorni liberi sono il lunedì e il mercoledì, che sono i giorni in cui non lavoro con i bambini, l’insegnamento dell’italiano non l’ho ancora ricominciato, né ho cominciato il monitoraggio ai check-point. Quindi o di lunedì o di mercoledì, spesso, vado a Gerusalemme. A fare compere, a fare un giro, a prendermi una birra (che a Betlemme è più difficile trovare).

Ho una bici. Avevo una bici. Questa bici multa per aequora è il mio mezzo in Palestina. Ed è anche stata protagonista di varî aneddoti, ma questo supera qualunque cosa: altro che aequora!

Quando vado a Gerusalemme vado con la bicicletta. O meglio, d’estate andavo in bici, ora è troppo freddo, e allora mi faccio quel paio di chilometri che separano casa mia dal check-point in bici, supero il check-point e lego la bici in fondo a una discesetta. Ho chiesto un paio di volte ai soldati dove metterla, una volta mi hanno detto «dove vuoi», un’altra mi hanno detto «lì», indicando una specie di ringhiera. Così è lì che la lego sempre. Faccio così perché superare il check-point in bicicletta anziché a piedi è molto più facile, quando c’è fila. Certo, le macchine impiegano molto più tempo a essere controllate, però quando sei in bici non fanno nessuna perquisizione cosicché posso passare avanti a tutti senza arrecar loro nessun danno, faccio vedere il documento ai soldati, loro di solito manco mi guardano, e delle volte non devo neanche fermarmi. Passarlo a piedi invece è molto più complesso, varî metal detector, e se c’è fila bisogna aspettare.

***

Stasera tornavo a Betlemme dopo la giornata a Gerusalemme, e arrivato a un mezzo chilometro dal check-point vedo una fila bella lunga. E lo spiazzo di fronte al parcheggio completamente libero. Fanno così quando pensano ci sia una bomba. Mi era già capitato una volta in autostrada, si aspetta, e poi si riparte.
Però con me ho la mia macchina fotografica, e decido di scendere per vedere quel che succede, e fare un po’ di foto da lontano (perché i soldati non sono mai contenti che li si fotografi): chissà, mi dico, magari interessa a qualcuno dei miei amici vedere cosa fanno quando pensano ci sia una bomba.

Questo è lo scenario che mi si presenta. Ancora non so a cosa sto andando incontro:

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Mi avvicino e vedo dei mezzi militari che non ho mai visto in vita mia, uno è un antimine, si riconosce da degli aggeggi che ha sopra, altri non so. Così mi avvicino, penso: accidenti dovrò aspettare, non posso neanche fare il giro lungo da Beit Jalla perché la mia bici è nella zona bloccata. Così mi avvicino.

Mi avvicino ancora, ora sono quasi al bordo del cordone di polizia dove i curiosi si affacciano, e vedo una cosa stranissima, incredibilmente simile ai robottini che si vedevano in certi cartoni animati; questo robottino sta attorno a un oggetto metallico, in mezzo alla strada, con delle cose che sembrano braccia (poi scoprirò essere bocche di fuoco). In quel momento cerco con gli occhi, in lontananza, la mia bicicletta. Non c’è. Volto lo sguardo di quel poco per focalizzare sull’oggetto metallico e: «oddio… quella è LA MIA BICI!!!».

Per un attimo penso: “Che ho fatto?”. Un dubbio di colpevolezza che potrebbe venire solo in questa maledetta situazione fra israeliani e palestinesi, ché qualunque cosa tu faccia potrebbe essere sbagliata, e tanto basta per farti stare sempre sulle spine: avrò fatto qualcosa di male? Qualcosa che non si può?

Poi penso che no, non c’è nulla che abbia fatto di male, nulla che non abbia fatto le altre volte. No, non era oggi che mi era caduta una penna dalla tasca alla sbarra del check-point. Non era oggi che sono passato e quella al check-point m’ha richiamato per un altro controllo. Ripeto a tutti i soldati che mi dicono «non puoi passare», «that is my bicycle!!!», tutti hanno una faccia stupitissima, e mi lasciano passare. Intanto che mi avvicino alla bicicletta penso: ecco, è la volta buona che qualcuno ha cercato di rubarmela, so che tutti i lucchetti sono “rompibili”, con del tempo da perdere. Ho sempre questa paura quando torno dalla mia bici, di non trovarla più. Mi succede anche con il motorino, a Roma. Eppure non mi hanno mai rubato né la bici, né il motorino. Penso: qualcuno avrà provato a rubarla, sarà arrivato un soldato e quello è scappato. Poi pensando chissà che cosa fosse hanno fatto dei controlli.

Sono sulla bicicletta. I soldati intorno a me non dicono nulla. La vedo, la tiro su, dal mezzo della strada, e mi prende un colpo: la vedo perforata di proiettili. E vedo i proiettili per terra. A quel punto, in un attimo penso davvero di tutto: penso al tassista con cui mi sono lasciato a male parole qualche settimana fa – mia sorella mi aveva domandato «ma non hai paura che si ricordi di te?». Penso a qualunque cosa.

Riappoggio la bici dove stava prima, voglio chiedere ai soldati se hanno visto il lad… in quel momento faccio due più due, vedo la bici, vedo i proiettili per terra, vedo quel robottino che cammina in mezzo alla strada, mi volto verso quello che capirò essere della squadra anti-bombe e con una faccia che doveva essere sconvolta, a mani congiunte, esclamo: «what have you done?!?». Quello mi guarda, non parla inglese, forse è russo, dice solo: “security”.

Questo è l’aspetto che ha la bici quando la riappoggio alla ringhiera: il cerchione è divelto, e la ruota davanti ha un buco largo metà spessore, quello dietro sembra solo scheggiato in punta ma la camera d’aria dentro è come se non ci fosse più. Il telaio ha tre buchi di una larghezza incredibile per dei proiettili, e sembra bucato come fosse gomma. Il lucchetto, mi avevano assicurato fosse resistentissimo, è completamente scardinato (dovevo inventarmi che chi me l’ha venduto abbia detto “resiste anche all’esercito israeliano”, no?):

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Queste sono i bossoli dei colpi che raccolgo da per terra, mi domando come un coso del genere possa fare tanto, ma suppongo sia normale:

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Tutti quelli che arrivano lì fanno quelli molto incazzati, quando gli dico che un loro collega mi ha detto che la potevo mettere lì, che se lo vedo in faccia so dir loro qual è, che è da quest’estate che metto la bici lì una volta a settimana, si zittiscono e l’unica cosa che riescono a dire è “security”.

La cosa assurda è che la bici non era vicino al check-point, cioè era oltre il parcheggio delle macchine (e mi pare più probabile, o almeno più provata una “autobomba” che una “bicicletta bomba”).

Gli dico che sono completamente matti, e ora che cosa faccio con questa bici? È completamente inutilizzabile. Il tipo russo dell’antimine, sembra Homer Simpson bianco bianco, mi dice che non mi devo preoccupare che mi ridaranno i soldi.

Così mi danno questo foglio, scritto solo in ebraico e in arabo e compilato in ebraico dicendomi che devo portarlo in un posto a Gerusalemme, per farmi ridare i soldi. Un modulo tipo standard, in carta copiativa gialla: certo non è da tutti i giorni avere un modulo dell’antiterrorismo.

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C’era poco più in là un soldato che avevo visto un paio di volte, lui mi dice “you can dream”, cioè i soldi te li sogni. Io sono veramente curioso di questa cosa, perché potrebbe essere un buon esempio di come funzionino le cose in Israele. Sono pazzi scatenati con la sicurezza (e per molti versi è comprensibile) e sanno di esserlo, o sono pazzi e non se ne rendono conto? Perché ho avuto racconti in tutti i sensi, cioè persone a cui l’esercito ha detto “per ragioni di sicurezza ti dobbiamo tirare giù la casa, porta fuori la tua roba”, ma poi gli hanno dato il doppio dei soldi, oppure altre volte che se ne sono proprio fregati dicendo solamente “security”.

Certo, si trattasse di una macchina sarei più in pensiero per i soldi, ma così sono proprio curioso di sapere se mi ridaranno ‘sti soldi. Se me li dànno devo organizzare qualcosa, magari una cena offerta con quei soldi solo a chi raggiungerà il risorante in bici. Vi terrò informati.

È finita che ho saputo che avevano chiuso il check-point e tenuto la gente bloccata in fila per due ore (DUE ORE!) dopo che la bici era lì da forse 8 (quindi per 6 ore non aveva costituito un pericolo, poi sì). E non era stata un pericolo tutti gli altri lunedì/mercoledì in cui ero andato a Gerusalemme/Tel Aviv/etc e l’avevo lasciata esattamente nello stesso posto.

L’unica ipotesi che ho fatto è che sia passato di lì un grande capo della sicurezza, e qualcuno animato da uno zelo diverso da quello da quest’estate a qui ha pensato furbescamente: “Facciamogli vedere come siamo efficienti”. Magari mancavano i soldati che mi avranno visto passare mille volte, e così hanno chiamato tutto l’ambaradàn.

Il tassista che mi riaccompagna a casa, con la bicicletta nel bagagliaio (la mia nemesi, proprio ieri facevo ironia sul fatto che i tassisti si fermassero per me anche quando ero in bici: cosa pensano che voglia montare sul taxi con la bici? Ecco, me lo merito), mi ha detto che oggi devo andarlo a raccontare alla TV palestinese.

p.s. Mi è venuto in mente il colmo di tutto ciò: chi mi ha dato la bici, me l’ha data con una catena incastrata sul manubrio perché aveva perso la chiave: è ancora lì, perché non ho mai trovato come toglierla, e me ne ero comprata un’altra. Una volta avevo chiesto a un soldato se potevano tagliarla loro e questo soldato mi aveva risposto: «non abbiamo niente per farlo».