Venerdì 12 settembre

Bob Verdura – Diario dalla Palestina 55

No, Bob Verdura non è il nome di un pugile italo-americano che ho incontrato in Palestina: il bob è quell’aggeggio che scende veloce veloce su una pista ghiacciata alle olimpiadi invernali e fa tanto rumore grattando sul ghiaccio.
Se avete visto quel film della Disney, che in italiano si chiamava “4 sotto zero”, sulla prima squadra olimpionica di bob della Jamaica (!) inizierete a intuire cosa possa avere a che fare con la verdura, e con la Palestina.

A Betlemme ci sono due piazze, una è quella della Natività (della Mangiatoia, in realtà), l’altra è quella chiamata da tutti Cinemà, con l’accento sulla A: perché un tempo c’era un cinema, che è andato bruciato (senza dolo), e per tutti è rimasto tale.
Queste piazze sono collegate da due strade, una in salita e una in discesa – dirà il lettore attento: «ma non è possibile!»

Difatti quasi tutto ha una ragione, e questo è così perché all’inizio della seconda strada c’è un salitone enorme, con una pendenza – in certi punti – intorno al 20%, così pendente da portare la strada a una tale altezza che, poi, deve solo scendere dolcemente. Come diceva quello lì, quello greco, ogni salita è anche una discesa. Così quando l’altro giorno sono comparsi ‘sti ragazzi che con delle casse da verdura (!) si arrampicavano su questo salitone… non ci è voluto molto per capire cosa volessero fare!

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Quelle casse sulla pietra facevano un baccano incredibile, e – davvero – simile a quello del bob sul ghiaccio.
Accortisi di me, e accortisi poi della mia macchina fotografica, hanno iniziato a improvvisare tutto ciò che potesse compiacere lo straniero e il suo obiettivo: gare, saluti a braccia alzate all’arrivo, etc.

(le foto si ingrandiscono con un click)

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Tutto questo succedeva qualche sera fa, quando l’ammaccatura alla mia gamba era ancora là da venire. Così quando m’hanno sfidato, per vedere se avevo il coraggio di emulare le loro gesta… non ho potuto esimermi:

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Ecco: a dire la verità avrebbe avuto molto più senso farmi male così, alla gamba.

Alla fine la gara, tutti insieme. Naturalmente – come immortalato da questa foto, e nonostante tentativi di strattonamento ben evidenziati dalle immagini – ho vinto!

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Speriamo che questo infortunio non mi precluda la possibilità di partecipare alle olimpiadi…

Giovedì 11 settembre

Alla viva il parroco – Diario dalla Palestina 54

Di grande sostegno dopo l’incidente sono state le Suore figlie di Sant’Anna: la difficoltà della lunghezza di questo nome è nulla in confronto alla difficoltà del comprendere le regole che ordinano i nomi di ciscuna di queste suore. “Funziona” che tutte, quando si ordinano, prendono il nome di Anna (quindi se ti chiami Genoveffa, diventi Anna Genoveffa, se ti chiami Anna, diventi Anna Anna). Però, pare facile: non tutte hanno conservato il proprio nome, quindi se sei diventata suora prima del Concilio non solo diventi Anna Genoveffa (se da non suora ti chiamavi Genoveffa), ma diventi anche Anna Ermengarda (per dire), o Anna Marcella.

Mi hanno anche spiegato che è ovvio che prendano il nome di Anna, perché sono le figlie di Sant’Anna… mica le sorelle di Sant’Anna (quelle sono un altro ordine). Non sono stato a obiettare, che tutta questa ovvietà non la vedevo, perché io mi chiamo Giovanni, mica Flaminia Giovanni. E mia madre si chiama Flaminia, mica Vittoria Flaminia (e quindi io dovrei chiamarmi Vittoria Flaminia Giovanni?). Finito qua? Se! Magari. Nel Convento delle suore di Sant’Anna – avrò sicuramente sbagliato a mettere la maiuscola su convento e a non metterla su Suore – c’è anche una suora non di Sant’Anna, che quindi non ha preso il nome di Sant’Anna. Quindi direte voi miei piccoli lettori «si chiama come si chiamava». Anvece no! Si chiamava Concetta, e ora si chiama Bernadetta. Farò presto luce su questo ultimo aspetto, se quando si cambia nome da suora bisogni prendere un nuovo nome che faccia rima col precedente, come Concetta e Bernadetta.

Ebbene, oltre ad avermi rimpinzato di cibo, mi hanno coccolato come un figlio (di Sant’Anna?) e riaccompagnato a casa (non camminavo) con una macchina a cui l’indomani sono completamente saltati i freni mentre era in moto, ma questa è un’altra storia.
Avevo promesso loro di tornare a trovarle quando mi fossi rimesso in sesto almeno un po’: e quale miglior occasione della partita dell’Italia per vederla tutti insieme?
Perché dovete sapere che queste suore sono molto tecnologiche, hanno internet, l’Adsl (qui è abbastanza una rarità), e il satellite con la RAI.

Quindi eccomi ieri baldanzoso e un po’ zoppicante, presentarmi in convento, dove è già prevista la postazione con tanto di semi di zucca (dovete sapere che oltre a essere molto tecnologiche, queste suore sono anche molto premurose). In convento c’erano suor Anna Samia (che prima si chiamava Samia), suor Anna Anà (che prima si chiamava Anà), e suor Anna Clementina (che prima si chiamava… Carmela, eh sì, ve l’ho detto che è complicato) e che è un po’ il capo universale del mondo delle suore. Mancava (non Anna) Concetta-Bernadetta, che è anche la preparatrice dei migliori manicaretti.

Ecco, l’esperienza di vedere una partita della nazionale con le suore è qualcosa di surrealmente (parola inventata) fantastico. Samia non aveva mai visto una partita, manco la finale dei mondiali che – diamine – è quasi impossibile non essere trascinati a vedere, almeno da qualcuno, almeno una volta. Ogni palla che oltrepassava la metà campo, ma anche ben lontana dall’area di rigore chiedeva «è gol?», quando le spiegavamo che no, ci ricordava che non poteva «capire tutto»: era la prima volta che vedeva una partita! Clementina, invece,  gridava al rigore ogni volta che c’era un fallo a centrocampo, e commentava gli errori di Del Piero come dovuti al non sufficiente riscaldamento.

Anà – la più giovane – era la più spettacolare, intanto ogni volta che la palla si alzava (dove per alzare si intende poco più che raso terra, a qualunque distanza dalla porta) diceva «ora segnano, ora segnano». Ed era quella che faceva i commenti più da intenditrice, ma completamente fuoriluogo: Dossena spazza in fallo laterale «eh, gli italiani sono stanchi». La Georgia fa tre passaggi di prima nella propria metà campo «se lo facessero dall’altra parte farebbero di sicuro gol». Un georgiano fa un intervento da macellaio, in scivolata su Pirlo, e lei si lamenta perché «questi georgiani (sic) si buttano sempre per terra, e fanno finta». Zambrotta fa un cross dal fondo e lei commenta «eh, l’ha fatto così il gol l’Italia».
Dopodiché mi ha detto che avrebbe tifato per un giocatore georgiano perché bello: perciò le ho dovuto ricordare che è una suora, mica si può!

Il bello è che, sebbene in teoria stessimo tutti tifando l’Italia, ogni volta che chiunque sbagliava un tiro, anche il più scaloffio, era un piovere di «noooo, poverinoooo». Fosse stato per loro la partita sarebbe finita 12 a 7. Alla fine – gli ultimi saranno i primi, no?- stavano tutte per la Georgia, e mi hanno fatto un discorso inoppugnabile sul fatto che anche loro si meritavano, si erano impegnati tanto, e vivevano sotto la guerra (proprio così)… Cosicché alla fine, ho finito anche io per tifare per il pareggio della Georgia e dispiacermi del 2-0 di De Rossi.

Devo rifarlo.

Mercoledì 10 settembre / sera

Fra il dire e il vedere – Diario dalla Palestina 53

…Continua da qui.

PO-PI PO-PI PO-PI (sarebbe il suono della sirena)
Avete presente Benny Hill? Tutto quello che succederebbe in una puntata del Benny Hill show, succede negli ospedali palestinesi. Eravamo all’arrivo di Nabil, ci si spiega, gli infermieri dell’ambulanza fanno quindi per portarmi in ospedale. Mi spiegano che devo salire lì. Ovviamente non ci riesco, non riesco a stare in piedi. Allora prendono la barella, la sistemano per bene, e riescono a farmi montare sull’ambulanza: stanno per chiudere il portellone quando gli faccio notare che il mio piede è fuori dal mezzo, se sbattono la porta ora – con il piede nel mezzo – non fanno la miglior cosa. Allora tirano indietro la barella, ancora, e tutto va a posto: lo ripeto, non è che le cose non funzionassero – anche poi in ospedale – erano perfette, ma chi le azionava sembrava un pizzaiolo partecipante alla trasmissione televisiva “fai l’infermiere per un giorno”. Semplicemente non avevano realizzato che fossi più alto dei pazienti che hanno di solito, quando gliel’ho fatto notare hanno subito aggiustato le cose.

Con me in ambulanza c’è un infermiere, l’altro è impegnato a guidare l’ambulanza nel peggior modo possibile, impennando su tutti i dossi di Beit Jalla (l’ospedale è in cima alla collina). L’infermiere mi spiega che devo tenere il ginocchio dritto, gli spiego che se lo tengo dritto mi fa male, allora in tono solenne mi dice che lo posso tenere piegato. Qualche minuto dopo mi ri-intima di tenere il ginocchio dritto, gli dico che è come 5 minuti prima, che se lo tengo dritto mi fa male, e piegato un po’ meno. «Ah, già» dice, e mi chiede scusa. Arriviamo.

OSPEDALE
Arriviamo lì e l’impressione è che non abbiano idea di quello che sta succedendo. Davvero, sono lì seduto sulla sedia a rotelle, con una gamba tutta viola ed escoriazioni sulla faccia, e sulle due gambe. Arriva un infermiere mi fa sedere su di un lettino: mi prende il polso per misurare la pressione, poi mi ficca un termometro sotto l’ascella per misurarmi la febbre!(!!)
Per fortuna arriva Nabil, riescono a capire che mi devono fare una lastra a questa benedetta gamba.
Attese attese attese, mi portano su e giù, nel frattempo varie persone sbattono contro la mia gamba sulla sedia a rotelle; dei vari guidatori che si susseguono al timone della sedia a rotelle, l’unico che non mi fa sbattere contro qualcuno è Nabil, che è anche l’unico a non far parte del personale medico. Avrò sbattuto almeno 8 volte, fra porte, persone, ascensori, macchinari.

Prima di entrare nella sala dei raggi X una signora inizia a farmi un po’ di domande in un inglese assurdo, che non mi sembra con accento arabo: un quarto d’ora dopo scoprirò che è orientale, direi filippina. Un quarto d’ora dopo, perché per tutto il tempo in cui mi parla, io sono stato piazzato precisamente con le spalle a lei, e a lei non viene minimamente in mente di girare la sedia, in modo da potermi parlare in faccia: sosteniamo questa conversazione così, come se fossi un caso umano (sulla sedia a rotelle!) del Maurizio Costanzo Show che non si vuole far riconoscere dagli spettatori a casa.

COMMISSARIATO
Dopo che la radiografia ha escluso fratture, andiamo a portare il referto alla polizia, e a comprare le medicine inopinatamente prescritte da uno sbadigliante primario (?). Arriviamo al commissariato, che è un palazzone con stanze spoglie e puzza di pipì: tutte le stanze sono uguali, vuote con un’immagine di Arafat. La stanza del capo è altrettanto spoglia, con solo alcune bandierine sulla scrivania (più grande delle altre scrivanie), in una stanza più grande, con una foto di Arafat più grande.

Quando arriviamo l’incidentatore sta rilasciando la propria testimonianza, dice che venivo dalla parte opposta a quella dalla quale venivo veramente, e che gli sono andato a sbattere contro io. Scoprirò poi che è in buona fede: non ha nessuna idea di ciò che sia successo, lui dice solo l’ipotesi che a lui pare più verosimile dal suo punto di (non) vista. Fanno entrare noi, alla presenza del tipo, io zoppico vistosamente e non riesco a camminare e per fare le scale avrei bisogno di due persone. Tuttavia basta un’occhiata alla mia gamba, alla bici tutta piegata, o al referto dell’ospedale per dimostrare che la sua versione sta in piedi meno di me (fossi venuto da dove dice lui mi sarei fatto male, semmai, all’altra gamba). Il poliziotto che ci accoglie mi chiede cosa richiedo da lui: dico che a me basta che lui dica come siano andate veramente le cose, che paghi le spese mediche, e che mi riaggiusti la bici, non voglio mica danni morali o che.

In questo momento lui capisce di essere in una condizione di enorme sfavore, e acconsente alle mie richieste. Tuttavia anche il poliziotto capisce la sua situazione di sfavore, e vuole “fargliela pagare”. Letteralmente. Insomma, è più o meno norma della polizia di qui “farci la cresta”, ovvero guadagnare in qualche modo sul soccombente, in questo caso lui. Ci fanno compilare tre volte, in tre diversi uffici, tre verbali esattamente identici, anzi li compilano loro: mi chiedono, fra l’altro, come si chiama mio padre, e qual è la mia religione. È proprio l’elemento religioso che diventa protagonista dell’ultima parte di racconto. In uno dei vari burocratici cambi d’ufficio (per ognuno c’è un’attesa di 15 minuti) Nabil e il tale si presentano: basta il nome perché Nabil capisca che è cristiano «è cristiano, è una brava persona», mi dice. Quindi mi chiede se vogliamo creargli qualche problema.

Gli rispondo che no, figurarsi, tantopiù che ha ammesso di aver fatto una minchiata assurda. Mi dimentico di dire che sarebbe stato lo stesso, per me, se fosse stato mussulmano.
Così da quel momento in poi si invertono le parti, io Nabil e il guidatore che ci prodighiamo per fare sì che lui non abbia la multa e che la polizia non gli crei problemi. Alla fine Nabil riesce a parlare con il capo, e con una via di mezzo fra il ritiro della denuncia, e “le parti si accordano”, riusciamo a non creare problemi a questo cristiano. Lui ci è molto grato.

Restituisce i soldi delle spese mediche a Nabil (per la vostra curiosità, circa 60 euro) e prende la bici per portarla ad aggiustare da un suo amico a Beit Sahour – anche se, per come è messa, dubito che riuscirà a cavarne qualcosa.

NUN CE VO STA’
Uscendo dal commissariato lui chiede a Nabil di andare a vedere la macchina. Nabil, con la faccia da questo-è-matto-davvero-allora, mi chiede di aspettare lì (non cammino ancora decentemente). Io mi dico che non è possibile che dopo tutta questa faccenda, lui ancora non si sia reso conto di quale fosse stata la dinamica effettiva. Invece Nabil torna poco dopo esclamando: «questo non ha visto assolutamente NULLA!».

Il racconto sarebbe finito qui se non fosse che, in una subitanea presa di coscienza del proprio inconscio, l’infermiere che mi aveva testato la febbre si deve essere reso conto dell’inutilità dell’operazione tanto da dimenticarsi (!) del termometro addosso a me: lo conserverò come ricordo e trofeo di questa esperienza.

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P.s. Il termometro segna (e segnerà sempre) 36.9: va’ a vedere che ce l’avevo davvero, la febbre!

Mercoledì 10 settembre / mattina

Incidentalmente – Diario dalla Palestina 52

Ecco il racconto, e le spiegazioni promesse: ebbene, fui profeta delle mie sventure quando dissi che la cosa più pericolosa della Palestina sono gli autisti.

LA SCENDA DEL DELITTO
Succede questo: mi trovo a un incrocio, per andare in ufficio. Qui non esistono sensi unici sensi di marcia, buon sensi, esiste solo la legge del più forte (non è che a Roma sia così diverso…); ed io, essendo in bici, sono ben lungi dall’essere il più forte. Quindi uno arriva lì, e aspeeeetta aspetta. Io aspeeetto aspetto. Anzi no, aspetto pochissimo, perché in quel momento la strada non è così trafficata, e c’è un buon samaritano (che poi si scoprirà non samaritano, ma cristiano – oltre che pazzo) che si ferma. Pare aspettare il mio passaggio (si scoprirà poi che stava giocando al cellulare o chissà cosa). Insomma – col senno del poi non si capirà perché si ferma – è gentile, pare, io impegno la sede stradale per andare dove devo andare. Nel frattempo sopraggiunge un taxi che sta andando nella direzione opposta alla mia, e che è evidentemente stupito anche lui dalla gentilezza del cristiano (capiremo poi perché è rilevante questo dato), così passa anche lui (SCENA 1).
Pazzo/non-più-samaritano/cristiano si risveglia dal suo torpore, vede (?) passare il taxi, e – fermo com’è – decide di accellelare a più non posso. Considerato il fatto che io partivo da fermo e il taxi scendeva a tutta birra, e considerato che io avevo una bici e lui una macchina, è normale figurarsi che quando il Taxi ha percorso tutta la traiettoria della sua curva io stia ancora completando la mia: è così che il non guardante (che non stesse guardando la strada ne avremo certezza poi nel racconto, che cosa stesse invece guardando rimarrà un mistero imperituro) guidatore della macchina grigia preme il piede sull’accelleratore e viene a incocciare con la mia gamba e con la fiancata destra della mia povera bicicletta (SCENA 2).

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LA DINAMICA ‘PULITA’
Il simpatico autista non si rende conto di nulla, non c’è il minimo acceno di frenata – l’autista non sta guardando la strada – la macchina mi coglie in fase di accelerazione (però partendo da fermo, per fortuna!). Così sarà solo il rumore dell’impatto a fare sì che l’autista si accorga di ciò che succede. La bici si accartoccia e si ribalta, io sbatto col viso sull’asfalto (impatto con poche conseguenze), dalla parte opposta a quella da cui venivo. La macchina grigia si accosta, e l’autista si mostra sorpreso: quando arriva un poliziotto inizia a essere strafottente. Questi, chiama l’ambulanza. Nel poco arabo che capisco, mi rendo conto che il tipo che m’è venuto addosso non ha proprio idea di quello che sia successo, racconta alla polizia che io venivo dalla direzione opposta a quella da cui venivo in realtà: non si è accorto di nulla. Io sono ancora lì, mezzo seduto e mezzo sdraiato, sull’asfalto. Striscio fino a una lingua d’ombra (nessuno mi aiuta, non per cattiveria, perché non hanno idea di cosa fare – questo è un assaggio della fantozziana con la sanità palestinese), poi chiamo Nabil, è il tuttofare dell’organizzazione in cui lavoro, vive sopra l’ufficio, a pochi passi da lì. Arriva l’ambulanza: ancora nessuno parla inglese, abbozzo nel mio raccapricciante arabo: «Aspettare! Amicomio! Palestinese!». Mi capiscono. Nel tempo in cui arriva Nabil mi rendo conto che tutti coloro che hanno assistito all’incidente sono andati via, si è invece formato un capannello di guardoni che però sta a debita distanza. Arriva Nabil, da qui e per le prossime 4 ore, sarà il mio angelo custode.

Continua qui

Lunedì 8 settembre?

Che nessuno si preoccupi per la mia assenza, o per quello che sto per scrivere: è tutto fatto apposta per testare la sanità palestinese – praticamente oggi mi è venuta addosso una macchina mentre ero in bici, i raggi X hanno escluso fratture, e ora ho solo qualche difficoltà a camminare, ma in meno di una settimana dovrebbe tornare tutto a posto.

Presto racconto tutto. Dove lo trovate un reporter più embedded di questo?

Sabato 6 settembre

Ramadan, episodi 2/3 – Diario dalla Palestina 51

Come ho avuto modo di dire altre volte qui la religione è un fortissimo elemento identitario, vissuto senza dubbi, e come elemento d’appartenenza: non è una questione se credi in Dio (va da sé), né in quale Dio credere (quello di tuo padre). Tuttavia l’osservanza della fede, e dei riti – specie quando questi siano molto limitanti – è campo assai eterogeneo, e ognuno di noi vive delle tante licenze che si concede rispetto alla sua morale (laica o religiosa che sia). Su questo c’era il bellissimo racconto di Pfaal, già negli Scritti-Altrui.

Per i tanti che cercano di dimostrare un’aderenza alla Legge più aderente delle altre aderenze (“c’è sempre uno più puro, che ti epura” diceva Nenni)… ce ne sono tanti che percepiscono l’effetto di credere in una religione perché ci sono nati. E vivere per un periodo qui ha ancora rafforzato la mia inossidabile fede nell’eversiva potenza del desiderio di libertà.

Ecco, la cosa che mi ha più colpito è come il Ramadan sia invece osservato dalla  (soprassiedo volutamente sul quasi-)  totalità dei mussulmani. Persino il tipico prototipo di inviduo – in tutta la sua accogliente umanità – quello che mangia il maiale e beve, si è dato cinque anni per rinunciare al maiale, e dieci per rinunciare all’alchool, e chissà se dopo aver smesso di bere non ricomincerà a mangiare il maiale; ecco, persino lui osserva il digiuno sacro nel mese di Ramadan.

Così porterò con me quei due o tre episodi che ti fanno abbozzare un sorriso: il primo giorno di Ramadan sono passato per caso davanti a una moschea proprio mentre il Muezzin cantava «Allah Akbar», dall’altro lato del marciapiede un omino che – si vede – stava aspettando questo momento da così tanto tempo, ha preso un barattolo di succo di frutta e s’è messo a berlo più voracemente che di gusto. Grazie alla trasparenza del barattolo ho potuto apprezzare la velocità del trangugiamento: dopo mezzo minuto la starnazzante preghiera non era ancora finita, un litro di barattolo sì.

Venerdì 5 settembre

Trova le differenze – Diario dalla Palestina 50

Stavamo facendo un gioco d’associazione d’idee ed è uscita fuori la lucertola, l’abbiamo cercata su google, ed è venuto fuori ‘sto disegno che ai bimbi è piaciuto tanto, sia per farci i fumetti, che per colorarlo. Così mi son messo lì di zoom e mouse di precisione a cambiare dieci cose, tanto per avere un altro gioco, e già che ci siamo lo pubblico qui:

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Trovare le dieci differenze: i bimbi ci sono riusciti, voi?

p.s. Quello a sinistra è l’originale. Cliccando su ciascuna immagine la si ingrandisce. Le modifiche nello stesso campo contano come una sola differenza: in tutto ce ne sono 10!

Giovedì 4 settembre

Ramadan, episodi 1/3 – Diario dalla Palestina 49

Vivendo un po’ la vita qui, si iniziano a riconoscere i vari covi dei cristiani di Betlemme, dove ci si raccoglie per bere, mangiare, fumare durante il Ramadan: possono essere ristoranti, o ristori simili a bar, ma anche negozi o case private. Mi è capitato di vedere persone entrare in un negozio di souvenir per bere dell’acqua, o stanze riadattate a fumerie abborracciate: insomma, l’approccio è più quello del non cercare problemi che quello della comodità.

La pecora, quando percepisce un pericolo, mette il muso dentro a un cespuglio: è convinta che se lei non vede ciò che pul recarle danno, questo ciò che può recarle danno non potrà vederla. Ecco, mi sono domandato se è per lo stesso meccanismo che l’unica persona che ho visto bere in pubblico durante il Ramadan è un nostro amico cieco: avrà uno statuto speciale?

Chissà come si comporteranno, invece, i proprietari della casa di fronte al mio ufficio: l’edificio è tappezzato di croci, madonnine, preghiere. Come avevo già detto, è qualcosa di molto oltre quello che potrebbe fare il prete più kitsch che conosciamo in Italia. La novità è che con l’arrivo del Ramadan la madonnina a grandezza quasi naturale (a occhio un metro e venti) è illuminata a giorno per tutta la notte; che c’entra il Ramadan con i cristiani? Ovviamente nulla: è un modo per rivendicare la propria identità (e superiorità): «voi addobbate le case e le moschee con luci e palline d’ogni colore? e io vi piazzo mille luci colorate e vi illumino a giorno la Madonna!»

E per i mussulmani come funziona esattamente? La mattina presto (all’alba) il Muezzin inizia con «Allah Akbar», a cui segue una preghiera: in quel momento tutti i fedeli smettono di rimpinzarsi di cibo e liquidi (si saranno svegliati apposta per ingurgitare tutto quello che si può prima del divieto); il digiuno andrà avanti fino al tramonto, quando ci sarà la nuova e più lunga preghiera del Muezzin che inizierà sempre con «Dio è grande». In mezzo ci saranno stati altre preghiere che, però, non incideranno sul digiuno.

Tradizionalmente la cena che segue la fine del digiuno – come si può immaginare – è molto sostanziosa, ed è momento di incontro per le famiglie che lasciano tutte le attività e si riuniscono: le strade interne di Betlemme, dove normalmente ci sono negozietti aperti sino a notte fonda, durante le sere di Ramadan sono più che deserte – già poco dopo il tramonto assomigliano a una città fantasma del far-west.

Ovviamente, come succede in ogni parte del mondo, ogni ricorrenza ha i suoi cibi caratteristici: durante il Ramadan in medio-oriente si mangiano i Qatayef, una sorta di pancake più spugnosi che vengono riempiti con formaggio o – meglio! – noci, cannella, miele e zucchero: in quest’ultima forma, con una spruzzata di pistacchio sopra, sono squisiti. Durante il Ramadan le pasticcerie fanno un orario molto particolare: sono aperte solamente la mattina presto, quando vendono soltanto i quatayef vuoti, appena fatti (ovviamente non si possono mangiare!), che le donne di casa riempiranno a loro piacere. E sono aperte la sera – dopo la fine del digiuno – quando provvedono a rifornire di Qatayef già farciti le famiglie più pigre o più occidentalizzate.

Due immagini: i Qatayef vuoti appena tolti dalla piastra, e quelli arrotolati, farciti e pronti da essere messi fra i denti. Se volete, qui c’è la ricetta: si servono caldi.

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Tutto questo andrà avanti per un mese.

Martedì 2 settembre

Ramadan – Diario dalla Palestina 48

Ieri è iniziato il Ramadan, le case dei mussulmani e le moschee sono addobbate con palline colorate e luci che verrebbe da definire natalizie. Qui si parla – appunto – di “festeggiare” Ramadan, anche se questo dovrebbe essere tutt’altro che una festa, ovvero il mese della penitenza.

Per trenta giorni i mussulmani osservanti (per il Ramadan quasi tutti) non possono né mangiare, né fumare, né – soprattutto – bere dall’alba al tramonto; se da spettatore l’unica assenza che si nota è quella delle sigarette, posso immaginare che privarsi dell’acqua – tantopiù con questo clima – per l’intera giornata sia la rinuncia più sofferta.

E chi non è mussulmano? Se nella maggior parte degli stati arabi l’evenienza di un non osservante il Ramadan è completamente trascurata tanto da vieare per legge il consumo di qualunque vivanda o bevanda durante le ore diurne di Ramadan, in Palestina – e in particolare a Betlemme – dove c’è una rilevante minoranza cristiana è tutto lasciato alla sensibilità di ognuno.

Per mangiare o fumare i cristiani si rinchiudono in case o negozi, chi per paura chi per una malintesa forma di rispetto: quando si parla di religione, qui, è difficilissimo far rendere conto le persone che il rispetto non può, non deve essere negli occhi di chi guarda.

Lunedì 1 settembre

Americanate – Diario dalla Palestina 47

Qui sono tutti scandalosamente anti-americani e cospirazionisti, Obama è uguale a tutti gli altri candidati, e che sia lui, McCain o Bush presidente non cambia nulla. Quando ho detto, l’altro giorno, che mi sarei alzato per ascoltare il discorso di Obama mi hanno guardato come uno strano, uno ingenuo e uno che non ne capisce di politica. È anche vero che la volta che Obama si è espresso sulla questione, ha superato a destra persino Bush: dubito, comunque, che quelli con cui ho parlato abbiano sentito il discorso.

Così ho avuto piacere a trovare – davvero inopinatamente – quest’adesivo su una macchina:

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…proprio a qualche centimetro dai manifesti dei martiri. Che il cambiamento arrivi fino a qui?
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Infine, so che chi mi conosce stenterà a crederlo ma non è successo di proposito: ho comprato un dentifricio alla coca cola, ma non l’ho fatto apposta!
Non pensavo esistesse, del resto. Ho preso il primo che mi è capitato sotto mano e ho scoperto poi che oltre a essere alla cola è un buon aggancio per un altro inedito di De Gregori.
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P.s. Oggi è il primo giorno di Ramadan