Come due vignette, che dicono esattamente la stessa cosa, possano essere contro gli uni o contro gli altri:
[Una è disegnata dal maestro Bruno C, l’altra trovata qui]
poveri i bambini che finiscono nella squadra avversaria
Quando si parla di politica, nazionale e internazionale.
Come due vignette, che dicono esattamente la stessa cosa, possano essere contro gli uni o contro gli altri:
[Una è disegnata dal maestro Bruno C, l’altra trovata qui]
Luca, un mesetto fa, ha squarciato la mia serenità chiedendomi: «ma tu alle europee cosa voti?».
Ho pensato: “ah già”. Quindi ho iniziato, riportato alla cruda realtà, a pensarci. E stasera m’è saltata in mente quest’idea.
Un fatto che m’ha sempre dato fastidio era come il campo elettorale fosse l’unico (insieme a quello religioso) dove chiunque, anche non sapendone veramente nulla, sentiva la propria opinione sufficiente, la propria competenza ragguardevole, i consigli di chi ne sapeva di più non necessari. In genere l’approccio dogmatico che vado criticando da qualche mese a questa parte. Ovviamente ci sono opinioni personali su cui uno fonda questi principi che poi lo portano a votare in un certo senso, ma ho sempre avuto l’impressione che le cose andassero nel senso opposto.
Siccome ultimamente (dove per ultimamente si intendono gli ultimi 9 mesi) sono stato molto lontano dalla politica, volevo applicare a me stesso quel teorema, e cioè: chi devo votare?
Io vi spiego quello che penso, così, con le mie poche nozioni: poi voi mi dite cosa sbaglio, cosa dovrei fare, se c’è questa cosa che non ho considerato eccetera:
Io, così, senza nessun suggerimento, voterei i radicali.
Hanno sempre fatto tante cazzate (ma anche tante cose buone), però sempre in buona fede.
Poi, ora come ora, la cosa che mi ossessiona di più è la religione: meno ce n’è, e melgio è. Fare un salto in Medio Oriente a dimostrazione. Più in genere penso che i miei buoni amici credenti farebbero del bene anche se non credessero in Dio; mentre i miei nemici (Bin Laden, I coloni di Hebron, Ahmadinejad) credenti, sarebbero molto meno portati a fare del male se non credessero in Dio. Insomma, la so tutta la storia del voto buttato, ma almeno voto tranquillo. [il simbolo non è questo, ma questo mi piaceva di più]
Idealmente (molto idealmente) sarebbe il mio partito: in genere sono rimasto deluso (che novità eh?) dal PD, e nella circoscrizione centro non posso neanche dare la preferenza a Scalfarotto o alla nuova arrivata Serracchiani, ventate d’aria fresca, ma soprattutto le persone alla forma delle quali doveva essere costruito il PD perché non mi deludesse. Laicità, europeismo, buone abitudini. Cose tremendamente minoritarie in tanto del resto del PD. Ovviamente non sono l’amante (scemo) deluso: non spero nella disfatta, ma anzi più voti prende più sono contento. Insomma, se mi date dei buoni argomenti mi convincete a rimetterci la croce.
Lo metto perché un sacco di gente, per bene, che conosco sta per votarli: quindi son io che non capisco. Ma no, questi credo proprio che sia difficile convincermi a votarli. Diciamo che un partito che ha sull’immigrazione – tema su cui io penso la cosa più ovvia: io ho più diritto a questa terra perché ho avuto il culo di nascerci? naaa – le posizioni della Lega, non può essere il mio partito. Il nome fa schifo (Valori, dopo “onore” la parola più reazionaria dell’intero vocabolario italiano),le candidature sono sempre più berlusconizzate (e le Tonino’s angels, e la tipa dell’Alitalia [era pure del Grande Fratello o mi sbaglio con qualcos’altro? etc.] e i magistrati) hanno un’idea di giustizia medievale: se devo votare un partito di destra – ma soprattutto iperconservatore – vabbè, ho capito, la smetto.
Poi, figuriamoci, non potrei mai votare un partito il cui leader non parla italiano.
A naso mi starebbero simpatici, già poi il fatto che a sinistra si torni a usare la parola “libertà” mi farebbe piacere. Poi considero i Verdi il partito dalle più grandi potenzialità non sfruttate, che ovviamente è un bene ed è un male. Che un vero partito dei Verdi, progressista, lontano dalla sindrome NIMBY sarebbe un patrimonio per l’Italia, come in molti altri paesi europei. Però, effettivamente, le persone sono sempre le stesse, quelle che hanno fatto di tutto perché i Verdi non fossero quella cosa lì. Vendola m’è sempre piaciuto, molto: anche quando non condividevo tante delle cose che diceva. E pure Boselli che tutti hanno sempre criticato, ok, capisco il perché, macchissene. Poi un paio di persone che se ne intendono m’hanno detto che non c’è da fidarsi, con argomenti anche ben argomentati. Però, insomma, spiegatemi.
Partiamo da una considerazione: io sono convinto che dentro a Rifondazione Comunista ci fossero delle persone per bene, che davvero in buona fede, pensassero di non fare il proprio, ma di migliorare il mondo così. In Sicilia c’era gente, anticomunista d’ispirazione, che votava lì perché sapeva che erano gli unici che non rubavano. E quindi va bene. Ma come faccio a votare un partito che sta sempre, sempre, dalla parte sbagliata? Quando c’è un dittatore, c’è sempre da scontare qualcosa al dittatore. I diritti delle donne, e degli omosessuali sono importanti, ma solo in Italia. E poi come ci si fa a (ri)alleare col partito più stalinista che c’è: i Comunisti Italiani. Quelliche erano contro la (giusta) guerra in Jugoslavia, però si astennero perché il Partito-dettò-la-linea (la scritta, all’università “Rizzo pelato, servo della NATO” fu grandiosa: c’è sempre uno più puro, no?). Grandi fan di cuba, e vero partito omofobo a sinistra “i diritti degli omosessuali non sono una priorità”. Insomma, la vedo veramente dura convincermi a.
Ma scusa, quindi: tu non la voteresti una destra moderna, liberale e libertaria, quello che è – ovunque – la destra in Europa sui diritti civili, coppie di fatto, laicità? Sì, potrei anche. Appunto.
Esclusi anche questi.
*
Mi sembra, quindi, che le scelte verosimili si riducano a tre: ma non mi stupirebbe scoprire che ci siano altre liste che potrebbe avere un senso votare, e che io non conosco per niente.
Cosa non ho capito? Cosa ho trascurato? Cosa ignoro?
Nella questione della pubblicazione da parte dell’amministrazione Obama dei verbali delle torture a cui erano sottoposti i prigionieri della “War on terror” ci sono due posizioni: la tortura era sbagliata ma non bisognava pubblicarle perché non è opportuno per l’immagine dell’america, e bisognava pubblicarle anche se può condizionare negativamente l’immagine degli Stati Uniti (io sono per la seconda).
Mi stupisce però che nessuno, o pochissimi (Cheneey? ), abbiano difeso la pratica della tortura come utile nella lotta al terrorismo. È una cosa molto positiva perché se anche chi solitamente è più cinico si sposta su posizioni più “idealistiche”, significa che il mondo sta andando dalla parte giusta.
Però mi lascia un pochino di disagio, perché su questa questione io ho avuto sempre una posizione problematica: volevo partire con l’esempio della bomba batteriologica nascosta nel centro di una città, e del mandante che si bèa dell’incapacità degli investigatori di trovare la bomba – da lui piazzata – che farà qualche milione di morti, fra un paio d’ore: ma ho visto che qualcuno l’aveva già fatto. È una lettura molto interessante, che vale la pena, per farsi qualche domanda – e ovviamente vale in termini generali, non come apologia di Guantanamo né tantomeno Abu Ghraib.
Mi sento molto in linea con ciò che dice Harris: “Spero che il mio argomento a favore della tortura sia sbagliato, perché sarei molto più contendo di stare a fianco di tutte le persone che vi si oppongono categoricamente. Invito ogni lettore che scopre un punto fallace nel mio ragionamento, a farmelo presente. Sarei sinceramente grato a chiunque mi facesse cambiare idea su questo punto”.
Sulla stessa questione, con meno certezze, anche Sofri ne aveva scritto.
Quando discusto con un cattolico noto sempre la contraddizione che viene sempre ignorata fra la Verità assoluta, e la Verità nel tempo.
Si dice, le persecuzioni degli eretici, l’Inquisizione, l’antisemitismo di tutti i padri della Chiesa, la follia delle parole dei fondatori, eccetera. Sono tutte cose che il cattolico medio sconta in base alla fallibilità degli uomini, perché – appunto – la Chiesa è fatta di uomini, ha cambiato posizioni, si è evoluta.
E poi, quando si parla di matrimonî omosessuali, di testamento biologico, famiglia, si tirano fuori i cosiddetti principî inderogabili. Mi sembra evidente che il solco fra infilare un bastone rovente nell’ano di una presunta strega (la poverina possedeva un gatto) e considerare l’intangibilità della persona un valore sia molto maggiore che quello che passa fra l’accettare che due omosessuali si possano sposare e avere figli o che non possano.
Con altre parole: non è assolutamente evidente che la Chiesa – ricacciata in un angolo dalla ridicolaggine del contrario, dico io – accetterà tranquillamente la possibilità che due omosessuali si possano sposare, fra qualche tempo? Ha fatto dei passi enormi, lo riconosco, lo riconoscete, e allora fondandosi su quale principio si può sostenere – sensatamente – che un frocio nun se deve sposà?
C’è una cosa che capisco, e non condivido, ovvero quel tipo di feticismo per i partigiani, a onor del vero in entrambi i sensi: a me stan simpatici tutti coloro che combattono o hanno combattuto contro una dittatura (forse non si potrebbe dire lo stesso di alcuni partigiani dei partigiani, chessò, castristi) ma son passati sessantascinque anni. La società italiana è cambiata, e non accetterebbe più gli omocidî mirati, il confino, le leggi razziali – soprattutto l’assenza della tanto svilita libertà di parola (freedom-is-just-another-word-for-nothing-left-to-lose). E non li accetterebbe l’Europa.
Però, come dicevo, lo capisco – come quell’altra faccenda dell’immutabilità della Costituzione – per uno Stato, come quello italiano, venuto fuori dalla sconfitta della seconda guerra mondiale, eccetera.
E ce n’è una che non solo non condivido, ma proprio non capisco: quelli che, dopo essersi riempiti la fauci di partigianierresistenza, raccontano che in Italia c’è una dittatura, e i tempi di Mussolini non erano così diversi…
Ecco, se io fossi un partigiano che ha combattuto contro il vero fascismo e per queste libertà – e visto che l’olio di ricino non va più di moda – una bella bastonata in bocca gliela darei.
Sulla homepage di Repubblica ci sono queste tre notizie, una di fila all’altra, che mi colpiscono perché hanno a che fare con una discussione che ho fatto di recente.
Ho provato, allora, a fare un gioco.
Come mai questo sotto ci suona molto più razzista?
La questione è sempre la stessa: qual è l’utilità di mettere la nazionalità di un malfattore?
Alberto mi segnala questa riflessione sul terrorismo islamico, e su quello che fu il terrorismo negli anni ’80.
Secondo me quello di cui ci si dimentica sempre è che la stragrande maggioranza delle vittime del terrorismo islamico, è composta di mussulmani a loro volta.
M’è piaciuta in particolare la frase che dà il titolo a questo post, perché – quale che fosse il significato inteso dallo scrivente – codifica in poche parole quello che normalmente sostanzia quell’argomento per cui ogni cultura ha valore in sé, anche quella più lontana dai nostri valori.
p.s. Non sono nostri.
A seguito di questo post, molte persone m’hanno chiesto qualche informazione in più, su come andare a dare una mano, di quelle che avevo riferito.
Per capire come funziona, e chi parte – appunto – è molto utile il post di Tommaso C. Lì c’è tutto quanto di ufficiale si possa reperire.
Poi vi dico quello che ho capito io: tutti dicono di non partire da soli. Da una parte ha senso, dall’altra un po’ meno. Vi spiego. Quando invece si sente dire che non c’è bisogno di persone che diano una mano, perché i ranghi sono al completo e le persone sufficienti – beh – questo non è vero. Anche perché quattro mani sono sempre meglio di due, se organizzate. Veniamo all’organizzazione, quindi.
Ora come ora, tutte le associazioni, Croce Rossa, Modavi, etc prendono nomi che saranno utili (?) in un futuro chissà quanto lontano. Sicuramente, questo mi è stato spiegato, in questi casi è molto più facile partire se avete già un gruppo, piuttosto che come singoli. Se chiamate il Modavi e dite «siamo otto ragazzi con una discreta esperienza in montaggio, smontaggio tende, etc», avrete sicuramente la priorità rispetto ai singoli. È vero, però, che le tende per gli sfollati, come del resto i campi, sono già tutte costruite: non è di quello che c’è bisogno, ora.
Quindi cosa fare? Bisogna farla un po’ all’italiana: cercate l’associazione di Protezione Civile più vicina. Purtroppo le pratiche di iscrizione impiegano molto tempo (anche se uno ha già lavorato con la Protezione Civile), ed è per questo che ci sono queste liste d’attesa. Se invece di telefonare per essere messi in lista d’attesa, andate lì, fate due chiacchiere, vi spiegano che è possibilissimo andare come privati cittadini, che ci sono già un sacco di ragazzi che lo stanno facendo. Il punto è capire dove, perché ovviamente a seconda di quello che uno sa fare, e a seconda del momento in cui può dare una mano, le necessità potrebbero essere diverse.
È qui che serve l’aiuto dell’associazione di cui sopra, chiedete se vi sanno dire dov’è che c’è necessità: l’importante è essere introdotti, poi se si va come cittadini privati, e dopo un mese arriva la copertura della Protezione Civile, cambia poco. I funzionarî di quelle associazioni vanno e vengono dai luoghi del terremoto a distanza di pochi giorni, così se chiedete loro «la prossima volta che passi nei varî campi, chiedi un po’ dove c’è bisogno di una mano?». Quello torna e vi dice: «guarda, al campo x ci sarebbe bisogno di uno che faccia questo, etc». A quanto ho capito già moltissimi sono partiti così, ufficialmente “privati cittadini di buona volontà” ma, in realtà, inviati dalla Protezione Civile. La burocrazia ci impiega sempre un po’ più di tempo.
Per quanto riguarda me, domani sera so quando parto.
Qui tutte le foto dall’ormai celeberrima galleria fotografica del Boston Globe, stavolta sul terremoto.
Francesco, qualche giorno fa, vedeva il bicchiere tutto vuoto:
All’italiana: Mi dicono che ci sono associazioni di volontariato che stanno rimandando indietro i volontari che vorrebbero partire oggi per l’Abruzzo – sarebbero troppi – mentre invece non hanno nessuno o quasi dal 18 aprile in poi. Mi raccomando, non ci facciamo riconoscere.
È un paio di giorni che ci penso, e io vedo davvero tanto di positivo. Innanzitutto non si può sapere quanti volontari ci saranno dal 18 aprile in poi, si possono fare soltanto previsioni, ed effettivamente è facile che molti se ne disinteressino quando l’onda emotiva sarà calata. Anche perché, chissà, uno si mette in lista d’attesa oggi, magari lo chiamano fra un mese quando avrà preso altri impegni. Però tanti più sono ora, tanti più (anche se meno) saranno dopo.
E questa è una cosa che fa bene, e commuove. Nemmeno penso che sia una prerogativa italiana, come da titolo: leggevo da qualche parte che un americano su tre (uno su tre, se siamo in tre per strada uno di questi l’ha fatto!) ha donato qualcosa per le vittime dello tsunami, qualche anno fa. È una cifra enorme, se ci pensate, escludendo tutto coloro che volevano farlo, e non l’hanno fatto, quelli che volevano poi non avevano la carta di credito giusta, quelli che si ora lo faccio, hanno sempre rimandato e non l’hanno più fatto.
È una cifra enorme.
E questa è una testimonianza che il mondo è migliore, ora, di tempo fa. E che la pulsione morale – lo zeitgeist morale, qualcuno lo chiamerebbe – è avanzato: come in Europa succede da centinaia d’anni.
Avevo letto un po’ di statistiche sul volontariato, su questo libro, ed è un fenomeno che si è praticamente formato negli ultimi vent’anni: prima non esisteva, ad eccezione di casi particolarissimi. L’unico vero volontariato era, un tempo, soltanto all’interno del nucleo familiare. Una specie di mutuo soccorso (com’è in Palestina, per dire) basato sui legami di sangue.
Ora, invece, quasi tutti hanno una mano o un piede impegnati nel volontariato, chi dà una mano – appunto – chi dà qualche soldo, chi dà qualche locale, ognuno a modo suo.
Specie fra i giovani. E questo mi conferma una volta di più quello che penso ogni volta che sento parlare un nostalgico del ’68 (neanche di quel periodo: ma di quelle lotte!). Lo dico fuori dai denti – sapendo d’aver molti lettori di quella generazione – noi, siamo meglio. Ed è un noi per nulla orgoglioso, incidentalmente si capita in una generazione, e chi verrà anche dopo farà un mondo ancora migliore, e così via.
Sapete? Quando ho proposto ai miei amici d’andare a provare a dare una mano in Abruzzo, più della metà (la metà!) ci aveva già pensato. Anche persone da cui non me lo sarei aspettato, ci avevano pensato: e altri si sono detti disponibili o entusiasti. A me ha stupito davvero quanto fosse un sentimento comune, normale, scontato.