Era giovane, triste, eroico, debole, caro agli dei

Qualche tempo fa se foste usciti con la bicicletta nei dintorni di Pavia, avreste potuto incontrare un corridore che correva talmente tanto – in bici – che sembrava un professionista. Si presentava pure a qualche corsa per amatori, che ovviamente stravinceva.

Lui era Franck Vandenbroucke un corridore assurdo, una via di mezzo fra un Paul Gascoigne e un Adriano delle due ruote, che per un certo tempo a cavallo del passaggio di millennio fu anche considerato il corridore più forte al mondo, vincendo la corsa più antica del mondo, la Liegi Bastogne Liegi.

Se mi avessero chiesto, due o tre anni fa, con quale ex corridore mi sarebbe piaciuto andare a cena – macché, passare una notte a chiacchierare – uno dei primi che avrei detto sarebbe stato proprio Vandenbroucke.

Nel 2004 disse che senza l’aiuto degli psicologi avrebbe anche lui fatto la fine di Pantani. Quasi fosse già scritto, destino inesorabile, con cinque anni di ritardo l’ha fatta. Il ciclismo è così, fatto di tante storie inspiegabili ma simili a sé stesse che quasi impari a riconoscerle.
QuandoPantani morì, Giuliano Ferrara scrisse un editoriale, a me molto caro, che si chiudeva così:

Uno pedala e risparmia, si sistema e coltiva il suo giardino, aspetta la morte in casa sua e accetta senza altra pena che quella quotidiana la strana dimensione dello stare al mondo, di abitarci senza febbre. Un altro no. Scambia la notte con il giorno, si fa contagiare dalla malinconia, non sa farsi domande e non può rispondersi, e balla e si dimena e cade out of the cradle endlessly rocking, fuori della culla che dondola in eterno. Che cosa c’è di male a riconoscere che un giovane uomo si è lasciato vincere dalla tristezza, che era forte della sua debolezza, che era caro agli dei e che quella era la sua salute, la sua salvezza, poiché non era un malato?

Nobelesse oblige

L’America è in declino.
Il Nobel per la medicina è andato a tre americani. Il Nobel per la fisica è andato a tre americani. Il Nobel per la chimica è andato a due americani e a un israeliano. Il Nobel per la letteratura non l’hanno dato a Philip Roth, quindi non conta. Il Nobel per la Pace è andato a Obama. Il Nobel per l’economia è andato a due americani.
Insomma: 8 Nobel su 10 sono andati ad americani, 1 a un israeliano e uno non conta

Meno male che Silvio c’è

Leonardo – come sempre – ci fa rendere conto in maniera esemplare che una volta toccato il fondo si può sempre cominciare a scavare:

Che poi anche tutte queste storie sul presidente puttaniere, sì, sì, sapete che vi dico? Fatelo, fatelo un bel governo Fini-Casini-Rutelli, coi teodem e i teocon, i teodiqua e i teodilà, fatelo. Coi cardinali ministri, perché no, come in Iran. Fatevi stracciare la legge sull’aborto. Fatevi mettere i sondini su per il naso. Vedrete che poi lo rimpiangerete, il presidente puttaniere.

Lunedì degli aneddoti – XIII – Lo sconosciuto che salvò il mondo

Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.

Lo sconosciuto che salvò il mondo

Avete presente come andò quando la FIFA mise il golden gol? Era quella cosa fatta per fare sì che i supplementari fossero più movimentati e finissero prima, appena una delle due squadre segnava. Ma visto che tutti avevano il terrore assoluto di prenderlo, il gol, si vedevano sempre 30 minuti di catenaccio in cui nessuna delle due squadre ci pensava neanche, ad attaccare. La Guerra Fredda funzionava un po’ così.
Tutti avevano un sacco di armi – atomiche – ma sapevano che se l’avessero utilizzate, sarebbero stati annientati l’attimo dopo. Alla distruzione del proprio nemico sarebbe seguita la propria distruzione. Una volta Kennedy disse a Kruschev «abbiamo armi per distruggere 30 Russie», la risposta fu caustica: «noi abbiamo armi per distruggere un’America: e ci basta».
Quello che diceva Kruschev era vero, e la strategia era davvero molto chiara: la prima cosa da fare, in caso di un possibile attacco nucleare americano, era scaricare tutto il proprio potenziale atomico sull’America. Così, in ogni momento, c’erano soldati di guardia ai radar puntati sugli Stati Uniti.
La notte del 26 settembre 1983 a controllare il radar c’era il colonnello Stanislav Petrov, come ogni notte aveva il dovere di avvisare i superiori qualora avesse scorto un lancio di missili americani in direzione russa. Era una notte tesa, quella: qualche giorno prima un aereo coreano con a bordo diversi americani era stato abbattuto, e il KGB aveva fatto circolare un’informativa in cui si metteva in guardia da un possibile attacco americano a breve.
E quella notte un missile, in partenza dal Montana, apparve sul radar. Petrov ci penso un attimo e concluse che un attacco nucleare non sarebbe stato lanciato con un solo missile, e soprassedette. Ma qualche minuto dopo apparvero altri quattro segnali di missili in direzione del territorio russo.
La comunicazione che cinque missili erano stati lanciati dagli USA contro la Russia avrebbe certamente scatenato un massiccio bombardamento nucleare su varie città degli Stati Uniti secondo la dottrina della reciproca distruzione assicurata. La reazione americana non si sarebbe fatta attendere più di cinque minuti, e con essa la Terza Guerra mondiale. Sembra un film, ma è successo davvero.
Petrov decise, anche la seconda volta, che si trattava di un falso allarme, e non allertò nessuno. Vero è che dall’altra parte dell’oceano Ronald Reagan non aveva premuto nessun bottone rosso, e il falso positivo era stato dato dall’unico caso nella storia di errore dei saltelliti con orbita Molniya: Petrov aveva ed ebbe ragione.
Si dice che, in principio, Stanislav Petrov non fosse di turno quella notte: chissà come si sarebbe comportato un altro al suo posto.

[Qui il primo: Brutti e liberi qui il secondo: Grande Raccordo Anulare qui il terzo: Il caso Plutone qui il quarto: I frocioni qui il quinto: Comunisti qui il sesto: La rettorica qui il settimo: Rockall qui l’ottavo: Compagno dove sei? qui il nono: La guerra del Fútbol qui il decimo: Babbo Natale esiste qui l’undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte]

Suggerito da Francesco

Profonde considerazioni sull’Italia

Lo stato dello Stato (italiano) è dimostrato dall’anestetizzazione della parola “regime”, da come nessuno si sia aspettato questa reazione:
Consulta: Lodo Alfano bocciato.
Berlusconi: «allora vedete che non c’è nessun regime?»

ma è andata da sé questa:
Consulta: Lodo Alfano bocciato.
Berlusconi: «è un regime!»

La versione di Friedman

Una volta – soprassedendo su Pinochet, sui Colonnelli, sulla Cambogia, etc – Michael Leeden disse che il più grande dispotivivo di pace e libertà della storia del Novecento era stato l’esercito americano.

Oggi Friedman scrive un editoriale, che riecheggia quel concetto, in cui mette in bocca a Obama le parole che  questi dovrebbe dire alla consegna del premio a Stoccolma.

Comunque, esercito americano o no, se – in quella sede – Obama dirà davvero una cosa come questa

Membri del comitato del Nobel, io accetto questo premio a nome di tutti questi uomini e donne, passati e presenti, perché so – e voglio che voi sappiate che non ci può essere peace senza peacekeepers

noi, qui, si festeggerà anche questo premio.