Vi volevo ringraziare…

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Cartello trovato a una fermata del trenino da Nuovo Salario a Fiumicino nel giorno della mia partenza. Ho paura che sia un Giovanni che ha fatto una brutta fine.

Nel frattempo ho trovato una connessione a internet più stabile, dovrei essere in grado di scrivere qualcosina in più!

Lavarsi i denti con l’acqua minerale – Burkina Faso uno

Questo primo post dal Burkina Faso rischia di essere molto retorico, ho provato a tagliarlo asciutto asciutto ma non m’è riuscito: mi si perdoni l’indugiarci, almeno oggi.

L’immagine è quella lì, davvero “noi” e “loro”. Ed è anche molto più semplice delle divisioni che ci troviamo a fare, per rendere comprensibile il mondo, nei nostri discorsi quotidiani: proletarî americani immigrati, dove in fondo – e in una qualche misura – siamo tutti un po’ proletarî, siamo tutti un po’ americani, tutti un po’ immigrati.
Qui no, è facile e brutale. Noi, i bianchi. Loro i neri.

Ci sono gli hotel per il mondo che non è di qui, e sono di un lusso sfarzoso, delle volte ostentato, che si ferma sul portone d’ingresso. Dove ci sono delle guardie, a tenere lontano lo stuolo di mendicanti che si affastella ai finestrini di ogni macchinone che parte, a chiedere l’elemosina.
All’entrata del fortino ci sono le guardie, a tenere fuori, a spingere lontano la povertà.
Loro – i neri – per entrare negli alberghi devono essere invitati, e ci entrano con un cartellino appuntato al petto con scritto “visiteur”, ché non insospettiscano.
Tu, per diritto di pelle – smaccatamente solo e soltanto per ordinamento cutaneo – a cui le guardie aprono la porta, per non farti fare la fatica di accompagnarla. E alla quinta o alla sesta volta che ci passi, avanti e indietro, finisci persino per dimenticarti di dire almeno “merci”.

***

L’immagine è quella lì, dicevo, e cioè che ti lavi i denti con l’acqua minerale. L’attitudine è fatta di cose piccole, questa quella che – scioccamente – ha colpito me. Come chiamarla? Sì, molto banalmente “ingiustizia”, e crasi di tutto il solco delle disparità: là fuori anche quella del rubinetto – non per lavarsi, ma per bere – manca.
Ma le alternative non ci sono: mia collega se n’è scordata, quattro giorni fa, ha usato l’acqua del rubinetto con lo spazzolino ed è tornata a casa – rimpatriata – con una malattia di qui, il Dheng, per fortuna non grave.
(Edit del 9/11: la collega ci tiene a specificare che, come già scritto nei commenti, avevo capito male – è stata una zanzara)
(Nuovo edit 9/11: ho capito l’origine dell’incomprensione, era stato un altro collega – a Roma – a parlare di un’altra collega ancora che, tornata in Italia, si era sentita male, ma non con la dengue)

Ed è lo stesso: non puoi andare in giro da solo. Ci sono le guardie e gli autisti, invariabilmente. Abbiamo una casa, dove lavoriamo e gestiamo l’organizzazione, fuori dalla casa stazionano un paio di guardiani. Ogni volta che andiamo in qualche albergo/ristorante/salaconferenza ci accompagna l’autista. Per fare 500 mt a piedi l’autista parcheggia la macchina e ci accompagna camminando. Avere, possedere, autisti e guardie ti fa sentire come il lavarsi i denti con l’acqua minerale: ma, allo stesso modo, qual è l’alternativa? Forse soltanto chiudere gli occhi.
Meglio di no.

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Qui una foto presa male (ingrandendola ci si entra meglio dentro):

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Voglio pubblicare un libro

Uhm, forse questa cosa dovevo scriverla la settimana scorsa, quando un sacco di gente nuova è capitata sul mio blog, ma – e lo dico senza alcun compiacimento – il marketing non è il mio forte.

Dunque, io ho scritto questo libro, quando ero in Palestina. È un racconto dei miei giorni là. Chi mi ha seguito, al tempo, ne conosce buona parte. Poi l’ho aggiustato per bene, ci ho aggiunto delle cose, l’ho rivisto: secondo me è venuto bene, c’è molto del mio meglio.

Ora, l’ho quasi finito e lo vorrei pubblicare. Però non so come si fa. Allora io, intanto, metto qua un bell’estratto di venti pagine che secondo me riassume bene tutto il libro, perché c’è tutto: i bambini, la politica, la quotidianeità, e il conflitto arabo-israeliano. Anche io, un po’.

Se passa uno che fa l’editore, gli dà un’occhiata. Tutti gli altri, se hanno voglia, gli danno una letta e mi scrivono critiche e consigli: tanto il giorno che lo pubblico, voglio metterlo disponibile anche qui, gratis.
C’era anche un giornalista importante che era capitato sul mio blog al tempo della Guerra a Gaza manifestando apprezzamento, al quale avevo chiesto di farmi la prefazione, e che forse mi ha detto di sì.

Il libro lo trovate qui:
DISTANTI SALUTI, duecento racconti dalla Palestina

Lunedì degli aneddoti – XVI – Gagarin, patente e libretto

Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.

Gagarin, patente e libretto

«La Terra è blu, è stupenda», Yuri Gagarin la disse veramente questa frase quando divenne il primo uomo a orbitare intorno al nostro pianeta. Quell’altra, «non vedo nessun Dio quassù», gliela mise in bocca Krusciov, poi, anche se l’effetto retorico c’era.
Quella mattina lo svegliarono e gli dissero «ehi bello, oggi vai nello spazio». Chi non vorrebbe essere svegliato da una notizia del genere? Beh, non tutti, perché le possibilità che la missione andasse in porto erano cinquanta e cinquanta, e se fosse saltato fuori croce, come dicono nei western, l’astronauta c’avrebbe lasciato le penne.
Lyndon Johnson, che sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti di lì a poco, diceva che non bisogna mai rifiutare due cose: un invito a cena, e un’occasione per fare pipì.
Un consiglio che sarebbe servito anche a Gagarin, quella volta, perché il suo bisogno fece registrare il primo imprevisto in una missione così delicata: Gagarin si fermò, prima di raggiungere la sua capsula, per fare la pipì. Una sosta, divenuta un rito ancora oggi praticato da ciascun astronauta russo in partenza.
Così, a 27 anni, Yuri Gagarin diventò il primo uomo ad andare nello spazio, un’ora e mezzo di volo e un atterraggio non proprio previsto, in un campo, dove dovette convincere due contadini di non essere un nemico venuto dallo spazio. Ci si misero, poi, anche dei soldati, che non lo riconobbero e gli chiesero i documenti.
Alla fine ce la fece, Gagarin, ad avere il meritato tripudio, venne accoltò a Mosca come un paladino al quale furono tributati tutti gli onori, fra cui un pilota personale – Seregin – che doveva tutelare i voli dell’astronauta per garantirne l’incolumità e preservare così la vita dell’eroe nazionale.
L’ironia, o la cattiveria, della sorte raccontano che l’espediente non funzionò tanto bene perché fu proprio un volo pilotato da Seregin, sette anni più tardi, a schiantarsi al suolo mettendo fine alla vita propria e a quella di Gagarin.

[Qui il primo: Brutti e liberi qui il secondo: Grande Raccordo Anulare qui il terzo: Il caso Plutone qui il quarto: I frocioni qui il quinto: Comunisti qui il sesto: La rettorica qui il settimo: Rockall qui l’ottavo: Compagno dove sei? qui il nono: La guerra del Fútbol qui il decimo: Babbo Natale esiste qui l’undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui qui il quindicesimo: Servizî segretissimi]

Vuoi indicare un aneddoto per un prossimo lunedì? Segnalamelo.

Concorso – la cena del cretino

In questi due giorni mi sono arrivate tantissime email, e sto piano piano rispondendo a tutte (quindi non vi preoccupate ché una risposta arriva) in mezzo ai mille affaccendamenti per la partenza.

Ho pensato a questo: visto che molti mi hanno proposto d’incontraci, come fossi una celebrità, ma anche come fossi – quale sono – un cretino, l’idea è la seguente: la cena del cretino, che poi sarebbe il pranzo del cretino, ma non tornerebbe col film.

Come funziona? Non dirò a nessun amico, né nessuna madre/padre/sorella/cugino, di venirmi a prendere all’aeroporto. Chi vuole, fra tutti i lettori, simpatizzanti, sicarî, animali addomesticati, api maie, viene e ci si va a fare tutti insieme una mangiata. Dove? Io direi ad Ariccia, dove si mangia bene e si spende poco (ho un posto dove una volta feci qualcuna delle mie scemate, tipo giochi a cui alla fine parteciparono tutti gli avventori, e il gestore mi chiese – per favore – di tornarci, promettendomi di poter mangiare “per sempre” tutto quello che voglio a 10 euro: e si badi bene, non “a vita”, ma “per sempre”!), ma comunque sono aperto a tutte le proposte: una volta che ci incontriamo si decide a maggioranza, e se siamo pari ne ammazziamo uno (in caso possiamo chiedere l’aiuto dei sicarî convenuti).

Ovviamente il tutto a rischio e pericolo, magari non viene nessuno e mi prendo il mio bel pullman per Ottaviano, la mia bella metro per Flaminio, il mio bel trenino per Labaro, e il mio bel bus per Colli d’Oro.
Se invece qualcuno c’è, ci facciamo una bella mangiata, ci divertiamo un primo pomeriggio, vi porto sulla salita-che-sembra-una-discesa dove tu metti una biglia e invece di scendere sale, e ci facciamo qualche bella foto che metto sul blog, e chi ha un blog mette sul suo blog.

Quando? Beh, avevo pensato di proporvi di venire al mio arrivo a Ouagadougou, in Burkina Faso, ma poi ho riflettuto che vi sarebbe stato un po’ ostico raggiungerlo (pelandroni! Ho sempre sognato di usare questa parola), quindi facciamo quando torno a Roma.
E cioè? Io arrivo a Fiumicino giovedì 12 novembre alle 12.40 con Air Algerie (faccio scalo ad Algeri), e ci vediamo all’uscita del Terminal C: il mio numero di telefono è 3281682797, così non ci perdiamo. Poi lo ripeterò, più in là, ma intanto chi vuole mangiare tanta porchetta e bere il vino de li Castelli se lo segni.
E per chi non è di Roma? Beh, non pretendo tanto! Ma se qualcuno vuole approfittarne per farsi un giro nella capitale posso offrire un materasso per terra in camera mia.

Unica regola: nessuno mi dica “io vengo”, voglio davvero rischiare di rimanere lì come uno stambecco.

Marrazzo, la cacca e il culo

Le cose migliori, su Marrazzo, le ha scritte Malvino:

“A me piacciono i trans – avrebbe dovuto dire – e ogni tanto, quando mi va, vado a letto con uno di loro”. Pagandolo? “Non sono contro la prostituzione – avrebbe dovuto dire – e penso che ciascuno sia libero di vendere il proprio corpo, se è maggiorenne e non vi è costretto”.
Ma andare a letto con un trans “Non consento ad alcuno di giudicare i miei gusti sessuali – avrebbe dovuto dire – e tanto meno di criminalizzarli, perché vado a letto con individui maggiorenni e consenzienti. Fatti miei, è il mio privato”.
E allora perché venircelo a raccontare? “Perché non mi ritengo ricattabile – avrebbe dovuto dire – e oggi mi hanno chiesto del denaro in cambio del silenzio su quanto ho qui rivelato”. Piero Marrazzo non l’ha fatto: si è ritenuto ricattabile e ha pagato i suoi ricattatori.

Cosa fa di una persona come Marrazzo un individuo ricattabile? Il fatto che abbia usato l’autoblù per cose private? Il fatto che abbia omesso di denunciare un reato? No. Tutto quello che ne è venuto fuori è incentrato sulla censura – mi vengono i brividi ad associare questa parola a un comportamento sotto le lenzola – morale, per la conduzione di un campione non approvato di vita sessuale.
Intendiamoci, rispetto all’individuo stesso, il fatto che una persona abbia tradito un patto di fedeltà con la moglie è grave – e scontarlo perché “gli uomini sono fatti così” avrebbe il sapore stantìo di quella visione sciupata per cui il sesso ha lo sciocco gusto delle cose proibite, come quando da bambino dicevi cacca o culo sentendoti oscuro e diabolico. Concetto per nulla raro, e di cui è un ottimo esempio, prima fra tutti, la centrifuga berlusconiana.
Ma, importante, esclusivo metro e giudice di questa infrazione può essere solo e singolarmente la moglie: l’unica vittima deliberata di questa defezione.

Questo malinteso senso della gravità delle cose, non mi stanco di dirlo, è colpa di una invertita idea di etica – pressoché appaltata dalle religioni – per cui esistono dei crimini senza una vittima; per cui c’è qualcosa di “immorale” nel fare alcune cose anche se queste non danneggiano gli altri. È l’idea che la misura del bene o del male sia in qualche modo postulata lì in alto, e non risieda nell’infrazione dei diritti o della felicità altrui.

Voglia il Cielo scusarci se proviamo a fare del bene, qui in Terra.

Il Burkina Faso, il Grande Fratello, e mia nonna

Ieri ho scritto due cose che hanno fatto sì che molte persone mi scrivessero, per la maggior parte gente che già conoscevo, chiedendomi e facendomi commenti.
Allora forse è il caso di aggiungere qualche parola su entrambe le cose.

La prima è la notizia della partenza per il Burkina Faso: intanto no, non vado ancora una volta per dei mesi. Vado per due settimane a organizzare un incontro di Alto Livello al quale parteciperanno molte First Lady africane e ministri per la parità di quei paesi. La conferenza è messa in piedi, insieme al governo del Burkina Faso, dalla Cooperazione italiana,  da alcune agenzie ONU, e principalmente da Non c’è Pace Senza Giustizia. Il titolo è “per la totale messa al bando delle mutilazioni genitali femminili”.

Non c’è Pace Senza Giustizia è un’organizzazione non governativa con la quale ho iniziatoa collaborare da qualche mese.
Effettivamente questo è un cambio abbastanza radicale nel mio approccio: se c’è una cosa che aveva accomunato le mie esperienze di volontariato, con i bimbi in Palestina, al tendone dei senza tetto, in Abruzzo dopo il terremoto, o a insegnare italiano agli immigrati, era il tentativo di fare le cose “dal di dentro”, in mezzo ai fatti.
Mi sono però sempre più reso conto di una cosa: gli sforzi dal basso sono genuini, coraggiosi, e in una misura funzionano, ma un impegno più politico, con più risorse, delle volte riesce a fare anche di più: cambiare le cose con la volontà politica, ché spesso non basta “cambiare il mondo per cambiare le leggi” perché delle volte bisogna anche cambiare le leggi per cambiare il mondo.

Così ho provato a vedere quale fosse il modo per cominciare a lavorare “dall’alto”. Sapete che quello che considero il più grande scempio, nel mondo, è la privazione dei diritti delle donne, e quello che considero il più grande scempio, fra le privazioni dei diritti delle donne, sono le mutilazioni genitali femminili. Così ho conosciuto Non c’è Pace Senza Giustizia e ho iniziato a dare una mano lì. Sono bravissimi. Se dovessi, un giorno, avere diecimila euro da dare in beneficienza li darei subito a Non c’è Pace Senza Giustizia, perché ho visto il lavoro che fanno e l’approccio con cui lo fanno. Mi sembra una delle poche associazioni che sta, davvero e sempre, dalla parte di chi subisce un sopruso.

Questa incontro a Ouagadougou è quello che segue l’incontro simile tenutosi al Cairo l’anno scorso e cinque anni prima, in cui le First Lady dei varî stati si sono impegnate a dare una legge e un’applicazione a tale legge in ogni singolo stato. Piano piano le cose cambiano, e gli stati dell’Africa che si dotano di una legge sono sepre di più: ora diciassette. Speriamo che dopo questo incontro, siano ancora di più. L’incontro è dall’8 al 10 di novembre, e io starò lì per un paio di settimane a cavallo di quella data. Poi sarò di ritorno a Roma.

L’altra cosa è il Grande Fratello, e su questo volevo commentare le email che ho ricevuto solo in un modo: non sono un eroe.
Né un antieroe. Non ho fatto nulla di eroico, ma soltanto quello che mi è sembrato più sensato, e ciò di cui avevo voglia, in quel momento.
Accetto al massimo – ogni scarrafone, eccetera – di essere l’eroe di mia nonna, che – senza dirmi che legge il mio blog, né a cosa si riferiva – mi ha scritto un’email che diceva solo così:

sei un eroe.Grazie per non avermi dato questa umiliazione.   ti abbraccio

Credo che molte altre nonne, diversamente, si sarebbero dispiaciute di non poter vedere il proprio nipote in televisione.
Se non ho firmato quel contratto, forse, è anche merito della nonna Vittoria, di essere cresciuto con lei.