
(il più bel video a proposito di quello che dice lui è questo)
Through sunny pages and the shady ones
Oggi compie sessant’anni il mio cantante italiano preferito (quello che è più bravo di De André, e via la faida nei commenti).
Quello ha ripubblicato le diciotto canzoni più belle secondo lui, quell’altro ha pubblicato il più divertente degli inediti.
Io, visto che oramai vivo in Inghilterra, vi ci metto lui che canta Rimmel in inglese:
Chi ha sulla coscienza questi morti?
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Non c’è niente di cui vergognarsi nell’avere paura. Spesso è la reazione più ragionevole che si possa avere, specie se si conoscono le conseguenze di quello che si può fare. Ma evito di scrivere “causare” non a caso. C’è una differenza fra responsabilità e colpa, come c’è fra essere ignorante e bruciare della carta ed esserlo e ammazzare delle persona.
Il reverendo Jones, quello scemo scemo che voleva bruciare il Corano, l’ha fatto qualche giorno fa. Al contrario di quanto accaduto a settembre, la cosa ha avuto pochissima pubblicità e qui se n’è parlato poco. In Afghanistan, per questo, hanno ucciso 29 persone, fra cui otto funzionarî ONU. Perciò Jones ha certamente fatto male – avrebbe dovuto avere paura, per quelle persone lì –, ma non ha causato un bel nulla.
Coloro che giustificano, anche parzialmente, le azioni degli invasati assassini a seguito della provocazione di Jones, stanno autorizzando l’ONU – per rispondere alla “provocazione” – a sterminare l’intera Kandahar. O, peggio, autorizzando il proprio stesso omicidio se qualcuno trovasse offensive le loro opinioni.
C’è una bella differenza fra essere scemo-scemo ed essere scemo-omicida. Ed è quella che chiunque sappia cos’è una dittatura conosce: uno Stato che ti punisce per le tue idee, sceme che siano, È una dittatura. Uno Stato che NON ti punisce per l’omicidio indiscriminato È una dittatura. La differenza fra il dovere dell’azione penale e il dovere della mancata azione penale.
Al tempo della prima pubblicità alla cosa, scrissi un post in tre punti in cui spiegavo perché – per quanto Jones fosse un cretino – la nozione stessa del mandante per provocazione era fasulla e pericolosa. Lo ricopio qui aggiungendoci un quarto punto preso da quello che scrisse Max nei commenti.
1) C’è rogo e rogo
È incredibile il doppio standard per cui l’esaltato pastore che vorrebbe bruciare delle copie del Corano sarebbe responsabile delle manifestazioni violente – con dei morti – che si stanno verificando in gran parte del mondo islamico, mentre gli scalmanati manifestanti sarebbero completamente destituiti della responsabilità delle reazioni alle proprie azioni – sapete quante bandiere americane si stanno bruciando, in quelle manifestazioni? Per la stessa ragione, gli Stati Uniti dovrebbero essere legittimati a radere al suolo tutti i Paesi mussulmani.
2) L’offesa nell’occhio di chi guarda
Da quando in qua abbiamo deciso di usare il metro altrui, quello dei più sociopatici e scalmanati, e non la realtà dei fatti come criterio? Da quando in qua abbiamo deciso che bruciare un pezzo di carta con delle frasi di dubbio gusto scritte in arabo è l’offesa definitiva, perché qualcuno crede che quel libro conti più della carta su cui è scritto? Da quando abbiamo deciso di guardare la realtà attraverso la lente diffratta di chi ha un metro allucinato e fasullo? Da quando abbiamo deciso che la donna che va in giro in minigonna è colpevole del proprio stupro perché il suo abbigliamento offende, e aizza, lo stupratore? E da quando abbiamo deciso che un testimone di Geova può lasciare morire il figlio perché fargli una trasfusione di sangue lo offenderebbe? E perché, allora, non decidiamo che è sbagliato criticare il papa, visto che moltissimi cattolici si offendono delle nostre parole.
La libertà è un diritto inviolabile, anche di fare delle sciocchezze se queste non rechino – davvero, non nella testa dei fanatici – un danno al prossimo. Come diceva Orwell, if liberty means anything at all, it means the right to tell people what they do not want to hear. Se “libertà” vuol dire qualcosa, vuol dire avere il diritto di dire alle persone quello che queste non vogliono ascoltare.
3) La legge di Cavazza
(scrive Max) Pensandoci bene, c’è un valore nelle azioni dei vari Jones piromani. Lui non lo sa, in quanto è probabilmente mosso più dallo spirito dei roghi dei libri del Nazismo, uno spirito inaccettabile in principio. Ma in effetti sta contribuendo a un lento processo di desensitizzazione psicologica di un miliardo e mezzo di musulmani traumatizzati da un libro. Un po’ come un vaccino, o meglio, una terapia di gruppo.
I cattolici lo san bene, ci sono gia passati e ci son voluti 200 anni perché se ne facessero una ragione (anche se l’Italia rimane una delle poche democrazie liberali con il vilipendio della religione nel codice penale e diversi processi in atto, sic!). I destrorsi americani – pure – ci sono passati con la desacralizzazione della bandiera, che continuano a riproporre di vietare per legge, senza successo.
4) Paura e rispetto
Infine, la citazione del giorno:
I may refrain from insulting you. I may refrain from publishing a cartoon of your prophet. But it’s because I fear you. Don’t think for one minute that it’s because I respect you. (Richard Dawkins)
È possibile che mi astenga dal fare ciò che consideri un insulto. È possibile che mi astenga dal pubblicare una vignetta del tuo profeta. Ma è perché ho paura di te. Non pensare, neanche solo per un momento, che sia perché ti rispetto.
Ieri ho festeggiato il mio diciottesimo compleanno
Un mese fa diverse persone con cui non avevo contatti da anni e anni hanno ricevuto il seguente invito:
A diciott’anni ero un trentenne snob che non voleva festeggiare il proprio diciottesimo compleanno perché era un evento troppo mondano, club, discoteche, eccetera. Ora che ho quasi trent’anni, e la giovinezza di un diciottenne: sono pentito! Troppo tardi? Non è vero.
Perciò sabato 26 marzo festeggerò il mio diciottesimo compleanno – dieci anni dopo, ma come se non ci fossero.Questo vuol dire che inviterò solo persone che conoscevo a diciott’anni (le altre, categoricamente escluse), che avrei potuto invitare. Con alcune di queste non ci sentiamo da tre, cinque, anche dieci anni. Non importa, perché siamo nel 2001, non nel 2011: le Torri Gemelle sono ancora lì, e la Roma sta per vincere lo scudetto. Il mondo sta per cambiare, scegliete voi per quale di questi due eventi.
Naturalmente, l’invito conteneva anche una clausola:
Vestiti come ci saremmo vestiti a quel tempo, con la musica che avremmo ascoltato a quel tempo, mangiando le cose che avremmo mangiato a quel tempo.
E insomma, abbiamo fatto la mia festa dei diciott’anni dieci anni dopo. Avevo preparato diverse attività da diciottenni, ma alcune le abbiamo saltate – in fondo, se avessi dovuto fare proprio quello che facevo io a diciott’anni non avrei fatto la festa (perché ero un trentenne snob…). Però ci siamo divertiti, e abbiamo provato a impersonare i nostri personaggi.
E vabbè: di tutte le storie vi racconto quella di Massimiliano, perché ho la foto che la testimonia. Io ho fatto un liceo abbastanza di destra, e Massimiliano era il tipico ragazzo del liceo che si definisce “fascista”. Come lo si fa a diciott’anni, figuriamoci. Lui arrivò in classe nostra il quarto anno, e buona parte di quell’anno lo passammo con minacce “de menatte, perché sei comunista”. Non che io fossi tanto più intelligente, anzi: ero bello scemo anche io, e – ci ripensavo proprio ieri – ero molto più cinico.
Poi, il primo giorno del quinto anno, ci ritrovammo per primi davanti ai cancelli della scuola (per prendere l’ultimo banco). Potevamo litigare, o spartircelo. Decidemmo per la seconda. E diventammo amici, io “comunista” lui “fascista”, con uno strano rispetto degli opposti, che poi ho scoperto non essere tanto raro. E, a parte quello, da lì ci siamo sempre voluti bene, e anche se non ci vediamo per anni, Massimiliano è una di quelle persone che, quando mi viene in mente, suscita il più immediato “speriamo gli vada tutto bene nella vita”.
Lui aveva una storia travagliatissima con Caterina, anche lei in classe nostra, si mettevano insieme e si lasciavano, si lasciavano e si rimettevano insieme. Poi, qualche tempo dopo il liceo si erano lasciati, e non si erano più visti per anni. Soltanto qualche mese fa si sono rincontrati, sono ritornati assieme, e ora vivono assieme: giusto in tempo per tornare fidanzati alla mia festa.
E insomma: ieri abbiamo impersonato gli scemi che eravamo, e ci siamo fatti questa foto per ricordare i tempi andati. Vestiti come al tempo, in posa come ci saremmo messi al tempo.
Le banche che usano i politici che usano i media che usano la Libia, che al mercato mio padre comprò
I have sex
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In America, i pazzi schizzati della destra religiosa fanno campagne per l’astinenza sessuale – considerato unico metodo contraccettivo e profilattico lecito – contribuendo a dare quell’immagine torbida e proibita del sesso che ne ha rovinato la pratica, e la vita, a tantissime generazioni. In particolare, l’idea che i più giovani possano decidere di fare sesso con consapevolezza e naturalezza, senza niente da nascondere, è combattuta con le immagini più fosche. Così è nata questa campagna dove diversi adolescenti senza risolini (o forse solo qualcuno) dicono la cosa più naturale del mondo: “We are your youth”, siamo la vostra gioventù, e “I have sex”, facciamo sesso. Di che vi stupite?
Questo è davvero quello che ci vorrebbe in moltissimi Paesi mussulmani. Farebbe davvero fare un incredibile salto in avanti a quelle società.
Non siamo diventati tutti caschi blu olandesi
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Una domanda brutale: quanti ne possiamo uccidere, controvoglia, per salvarne quanti? E’ una domanda cui non saprei rispondere. Perché come molti, sono stato pigro, davanti alla Libia. Ho pensato, prima, all’inizio, che per una qualche benedizione seriale, potesse finire come in Tunisia e in Egitto. Poi ho pensato che ineluttabilmente sarebbe finita in altro modo, con la vittoria scontata e feroce di Gheddafi, che lasciava anche alle anime brutte il conforto di una meditazione sul cinismo dell’occidente, e sul destino infame dei ribelli. Invece no, non c’è stata un’altra Srebrenica, non siamo diventati tutti caschi blu olandesi.
Ma cosa v’ha fatto, povera memoria?
Frutto di farabutti
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È esplosa una bomba a Gerusalemme, fra l’altro in un posto dove passavo spesso quand’ero lì. Il titolo di Repubblica “frutto della tensione a Gaza” è riprovevole. Tratta i palestinesi – tutti, fra l’altro, senza distinzione – come una colonia batterica, senza una responsabilità personale.
Non tutti gli attentati sono uguali, per quanto emotivamente ci verrebbe da pensarlo. E questo qui è fra quelli più disgustosi, che non hanno nessuna giustificazione – altro che figlio della tensione a Gaza. È fra i peggiori per l’obiettivo che ha – massacrare il maggior numero di esseri umani – che qualifica chi l’ha fatto, chi l’ha pianificato, e anche chi lo giustifica, come un farabutto. È la differenza fra l’adottare una strategia sanguinosa e controversa, e fare di quel sangue il proprio fine ultimo.
Qualche giorno fa ho fatto un post in cui commentavo la reazione del governo israeliano all’accoltellamento di una famiglia di coloni: quello che segue doveva essere un corollario a quelle considerazioni. In quello scritto criticavo le politiche d’Israele, ma gli riconoscevo questo: niente di tutte le, anche sanguinose, iniziative che Israele prende ha questa faccia. Quella del festeggiare le morti innocenti anziché piangerle.
È proprio per questo, però, che dobbiamo riconoscere che non tutti gli attentati sono uguali, come invece mi sembra di leggere in tutti gli articoli che ora citano il precedente di Itamar. Accoltellare una famiglia di coloni è un atto violento, sanguinoso, ma non è la stessa cosa di un attentato a una fermata dell’autobus affollata di vecchini che vanno al supermercato e bambini che vanno a scuola. Certo, l’attentato di Itamar includeva l’uccisione di due bambini, e le colpe dei genitori – quelle persone non sono innocenti – non devono ricadere su quelle dei figli. Ma proviamo un momento a non considerare questo fatto.
È sempre così difficile, così scivoloso, provare ad analizzare tutte le sfumature di una questione, e fare anche le distinzioni più piccole: ma bisogna provare a farlo. Come disse qualcuno, il problema del conflitto arabo-israeliano è che comprende troppa storia e troppa poca geografia. E, perciò, ogni pezzo di terra costruito dai coloni è un pezzo di terra in meno per i palestinesi. Ogni persona che ne fa un baluardo, è un ostacolo – un nemico – di uno Stato palestinese, e della pace. Il fatto che dei coloni vivano a Itamar – un insediamento nel cuore della Palestina, lontano chilometri e chilometri dal confine Israeliano – è una dichiarazione di guerra. Possiamo girarci attorno in mille modi, ma non c’è altro modo per chiamarla. Non ha la violenza di un accoltellamento, ma è un comportamento possibile solo ed esclusivamente grazie ai mitra e alla forza bruta di decine e decine di soldati che stazionano intorno a quella colonia.
P
er un palestinese, l’unica alternativa all’impugnare un coltello è la più inane non-violenza, senza alcuna speranza di cambiamento. E non lo dico nel senso di quella detrazione di responsabilità che anima l’infelice titolo di Repubblica, ma esattamente al contrario: la responsabilità ce l’ha quel colono, e ce l’ha la persona che decide di usargli contro la violenza. Niente di tutto ciò è inevitabile, è il risultato di specifiche scelte, che vanno considerate come tali. Esiste una posizione perfettamente speculare al pacifista senza-se-e-senza-ma che garrisce l’immagine del Che mentre lustra il proprio fucile, ed è quella di chi pacifista non è ma esige che lo siano coloro che non gli stanno simpatici.
Ho messo tante premesse e tanti incisi in questo discorso, magari mi date dei buoni argomenti per cambiare idea: ne sarei contento. Per ora, non sono lontano dal pensare quello che diversi israeliani – anche fra i più pacifici che ho incontrato – mi hanno detto: «quei pazzi di Hebron? Se li ammazzano se la sono cercata». Per ora quello che penso è che bisogna riconoscere che c’è una differenza fra fiori e molotov (l’immagine è di Banksy, ed è su un muro a una manciata di chilometri dal luogo dell’attentato di oggi); ma ce n’è una anche fra chi li riceve, quei fiori o quella molotov.
E penso che solo tenendo a mente queste cose si può – davvero, e nel modo più pieno – avere rabbia e spregio per l’effigie del Male che è la bomba – messa lì per colpire tutti, per colpirne il più possibile – che è esplosa oggi sullo Sderot Shazar.
“Da brividi”
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Ieri ho fatto un post sulla Libia che è stato letto un sacco in giro, addirittura una decina di persone mi ha chiesto l’amicizia su Facebook specificando che aveva letto il post e ne aveva condiviso i contenuti. È stato utile a me per chiarirmi le idee, e sono contento che sia stato utile ad altri.
Ovviamente ci sono stati anche pareri contrari. Ci siamo tutti abituati, fa bene ed è naturale. Io, per quanto posso, cerco sempre di rispondere il più possibile ai commenti dei post, specie a quelli critici. È l’unico modo per far progredire la discussione e in passato ho conosciuto un sacco di gente che mi ha insegnato un sacco di cose.
In questo caso, però, sono rimasto di stucco nel constatare come non ci fosse nessuno spiraglio d’apertura al dialogo. Prendo l’esempio del Post perché gli devo molta della diffusione dell’articolo, ma è una cosa comune anche nelle altre sedi. Avevo iniziato a leggere i commenti, per vedere quelli a cui dovevo una risposta, e mentre li scorrevo pensavo mentalmente “a questo ho risposto nel post”, “questo sta rispondendo a una cosa che io non ho detto”, “questo risponde per slogan”, e così via.
Insomma, esattamente quello che avevo scritto di voler evitare. Per rispondere, avrei dovuto ricopiare pezzi del post, perché la maggior parte replicava cose a cui avevo già risposto. In diversi casi mi sono domandato: ma l’hanno letto il post a cui stanno rispondendo? Nessuno che contestava puntualmente un argomento: quello che avevo detto nel post, e cioè che non c’è niente al mondo che possa far cambiare idea a queste persone. E quindi è impossibile instaurarci una discussione: qualunque cosa succeda confermerà la loro opinione.
Se ho spiegato perché gli interessi degli Stati sono irrilevanti e dobbiamo pensare alla vita della gente in Libia, se ho spiegato perché fare poco è meglio che fare nulla (e quindi chiedersi “perché qui no?” non è un’obiezione), puoi contestare la consistenza logica dell’argomento, puoi dirmi che l’intervento non sarà di beneficio ai libici, puoi tirare in ballo altre obiezioni, ma non puoi rispondere: «eh, lo fanno per interesse! Perché non in Bahrain?».
E poi mi è venuto da ridere pensando che hanno torto pure dall’interno della loro ossessione cospirativa: oggi è «l’Occidente è invervenuto in Libia per interesse, si vede dal fatto che non interviene in Bahrain!». Potrei scommetterci un piede che se domani Francia e Inghilterra intervenissero in Bahrain inizierebbero a strillare: «l’Occidente è intervenuto in Bahrain per interesse!»
(il titolo è rubato a un commento che, scorrendo ossessivamente il post per cercare di obiettare qualcosa, è arrivato all’ultima frase senza trovare niente. Allora ha deciso di prendersela con quella, che fra l’altro avevo ripreso dall’Independent)




