Gay, Washington e barboncini

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Qualche ora fa il governatore dello Stato di Washington ha firmato la legge che permette anche agli omosessuali di sposarsi.

Tempo fa avevo ascoltato la storia di una coppia di omosessuali che vive proprio a Seattle, la principale città dello Stato di Washington. L’avevo tagliata da questa puntata per mandarla a un amico, ma – a questo punto – perché non metterla anche qui per festeggiare?

La storia, dura un quarto d’ora, è divertente e commovente e racconta le contraddizioni e le paure di una coppia di genitori omosessuali, il cui primo timore – nella crescita del proprio figlio – è il modo stereotipato in cui la televisione dipinge gli eterosessuali (avete capito bene!).

Dan Savage è il narratore e protagonista della storia. È un celebrato autore (qualcuno dei lettori di questo blog ricorderà quest’altra storia, altrettanto divertente e commovente – come solo le migliori storie sanno essere), oltre che un famoso attivista gay, e l’inventore della – bella, famosa e di successo – campagna “It Gets Better”.

Ascoltatela! (premendo play qui sotto, è in inglese)
Quello che ho imparato dalla TV, Dan Savage

P.s. ho invece visto lo spot Arcigay “Ti sposerò”: è bello e fatto bene; ma davvero siamo ancora al livello in cui una coppia gay frequenta solo coppie gay, come amici ha solo coppie gay, invita solo coppie gay, etc? Davvero non ci rendiamo conto che fare uno spot in cui l’unica coppia etero è quella che evita schifata due omosessuali contribuisce alla ghettizzazione e alla sindacalizzazione delle cause?

Il Post è un giornale che racconta storie e spiega le cose

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Il Post, lo sapete, è un giornale che racconta storie e spiega le cose. È online, sì, come le notizie oggi. E somiglia al narratore esterno (eterodiegetico, mi sembra si dicesse) che c’è in certi film che ti mettono di buon umore: descrive le vicende che accadono, quelle che considera importanti, e assieme narra i fatti e le persone; qualche volta dà la propria opinione, e più spesso dà le (diverse) opinioni dei protagonisti del film. Ogni tanto ammicca con lo spettatore, altre volte assume un tono più serio, ma in genere ti fa capire, anzi “entrare”, nelle cose che succedono nel modo migliore: senza dare per scontato nulla, ma anche evitando di assecondare le scorciatoie della comprensione, come i cliché linguistici o certe espressioni codificate della narrazione (“Roma, esplosione in scantinato causa x morti”), che decidono al tuo posto quali sono le parole più appropriate da usare in una determinata circostanza. Insomma, a me Il Post piace.

A queste cose ci pensavo ieri, leggendo l’ennesima storia curiosa o interessante, e oggi leggendo quella del motto del NYT che è un po’ la parafrasi delle cose che ho scritto più su. E ci pensavo perché, invece, ho letto più di una volta di persone a cui Il Post non piace. E certe volte sono persone per cui ho stima senza termine. Perciò mi sono domandato se non sia io ad avere torto. Naturalmente ci sta di avere opinioni diverse, specie quando si parla di gusti, ma il fatto è che io quelle critiche – non è che non le condivida – proprio non le capisco. Mi sembrano mosse più da emozionali antipatie che non da argomenti logici. C’è chi critica il fatto che Il Post selezioni e raccolga le cose migliori che altri scrivono in inglese, come se appunto fosse una critica anziché un merito. E poi ci sono quelli che usano – ma questo è forse un problema più grande del Post – come accuse delle parole a caso, fra l’altro in diametrale contraddizione l’una con l’altra: come “radical-chic” (l’alto-borghese che considera eccitante la dittatura del proletariato) e “snob” (il proletario che considera eccitante atteggiarsi ad alto-borghese).

Ora questo è il posto dove normalmente dovrei mettere i caveat: e cioè che per un breve periodo al Post ci ho lavorato, e che alcune delle persone che lo fanno sono persone a cui sono affezionato. Però sarebbe un caveat inutile, perché il motivo per cui mi piace Il Post non è che ci ho lavorato, ma l’opposto: ci ho voluto lavorare perché è un posto che mi piaceva un sacco, e ho avuto la fortuna di avere questa possibilità prima di partire per Londra, quando decisi d’intraprendere tutt’altra strada da quella del giornalismo. Queste erano le cose che pensavo prima, e queste sono le cose che penso ora che mi sembra addirittura migliorato, solidificando quella personalità “da Post” che ora si riconosce così bene. Per questo, quando leggo quelle critiche, mi verrebbe voglia di rispondere come si fa quando criticano il tuo calciatore preferito, ma siccome – come ho detto – quelle critiche proprio non le capisco, mi limiterò a spiegare le ragioni per cui piace a me, Il Post.

Parla come magna
Da quando esiste Il Post non riesco più a leggere un articolo di repubblica.it senza pensare «ma come è scritto male!». Eppure prima non lo pensavo. Mi ero semplicemente abituato all’idea che il giornalismo si potesse fare solo in un certo modo (“liberalizzazioni, pressing dei partiti”), quello che facevano tutti. Poi ho visto che titolare un pezzo “L’emergenza gas è una cosa seria?”, che è quello che voglio sapere da quell’articolo, si può.

Ma magna bene
Il fatto che un giornale parli come “noi”, e non con standard codificati, non è necessariamente un bene. Perché bisogna vedere come parlano, questi “noi”. Il Post parla bene. Evita quelle sciatterie ma vuole essere chiaro: sa che non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarla a tua nonna. E siccome tutti noi siamo la nonna di qualcun altro (io vi spiego la linguistica medievale, e voi mi spiegate la fisica quantistica), questa è una cosa preziosa.

Non urla

Frequento un po’ i giornali stranieri, e questo non succede. Però in Italia sì. Vedi un titolo (delle volte perfino tra virgolette), pensi «ma com’è possibile?», poi guardi l’articolo e leggi che, infatti, non era possibile. Ecco, il Post è come i migliori giornali stranieri: non urla e non dice mezze verità. Ovviamente chi fa il giornale vuole che tu legga quello che scrive (sopravvive così), ma vuole che tu lo faccia per le cose che ci sono scritte, non perché ha attirato la tua attenzione strillando.

Ha quello che serve
Il Post è un kit di sopravvivenza. Ci sono tutte le notizie che devi sapere. Certo, se vuoi approfondire, approfondisci; e capita anche di leggere una storia sul NYT o su Slate che poi viene raccontata sul Post. Ma è proprio questo il punto. Molte volte non si ha tempo, altre si è semplicemente pigri, e allora quel kit diventa l’equipaggiamento minimo d’informazioni per sapere cosa fa il mondo. Tanto più che a me interessa il Medio Oriente e il ciclismo, a qualcun altro interessa il Sud America e il basket: del Sud America e del basket (e di mille altre cose) ne leggerò sul Post, e così lui farà per Medio Oriente e ciclismo. E ricordiamoci: non tutti sanno l’inglese come noi.

Non ha quello che non serve
Sarebbe facile dire “tette e culi”, ma sarebbe facile perché è vero. Il Post è l’unico giornale – davvero l’unico, controllate (anche Linkiesta, mi suggeriscono) – che ha il coraggio di non mettere quello che non serve: le non-notizie a sfondo sessuale, le gallery morbosette, ma neanche gli articoli spezzati ogni cinque parole per fare pagine viste, i sondaggi senza alcun valore statistico. Mi raccontarono che, all’inizio, quando fecero gli accordi per la pubblicità, le concessionarie dicevano una cifra, poi «ah, ma senza donne nude?», e offrivano la metà.

Non pensa male
Tutte queste cose si chiamano, con un nome solenne, “etica professionale”. Poi c’è l’etica personale, che si vede nell’impronta data a ciò che si legge, e che apprezzo perché non insinua. Il Post non è un giornale incattivito, è immune a quell’atteggiamento da a-me-non-la-si-fa che è un rischio così presente nel fare giornalismo. Non analizza le notizie attraverso il filtro più turpe e diffidente, quello che è sempre il modo più facile per crearle, le notizie che – poi – non lo erano.

T’insegna le cose
Leggendo Il Post s’imparano un sacco di cose. E per chi è curioso di tutto, senza avere il tempo per tutto (un po’ siamo tutti così), è il miglior pregio. Ho il dubbio che ad alcuni, invece, non piaccia per questa paradossale ragione. Come se spiegare qualcosa fosse un atto d’arroganza anziché d’utilità. Certo, per farlo c’è sempre bisogno di una parte d’autoironia, ma quella c’è: certamente più che in qualunque altra testata.

Ecco, queste sono le ragioni – o almeno quelle che mi sono venute in mente scrivendo – per cui Il Post è il sito che leggo per primo ogni mattina, quello che consiglio, quello a cui mi affido, quello che sono felice se vedo linkato in giro, quello con cui mi arrabbio se scrive cose che non condivido.

Intendiamoci, mica lo so se si può fare un giornale così: se può sopravvivere senza quegli espedienti, specie in Italia. Spero di sì, e ogni tanto clicco su un paio di banner.

4-3-3 ragioni per seguire il Pescara di Zeman

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«Non mi sono mai divertito così tanto in carriera»
Emmanuel Cascione, centrocampista del Pescara

Oggi il Pescara è primo in classifica, ed è arrivato il momento di scrivere questo post che aspetta da tempo.

L’anno scorso c’era il Foggia, in Serie C, e lo seguimmo. Quest’anno c’è il Pescara, in Serie B, e va seguito. Forse ancora di più. Io ho visto più partite del Pescara (ne ho saltata una sola) che della Fiorentina, e vorrei convincervi che ho fatto bene.

Se non sapete chi è Zeman, fate male. Questa è la mia descrizione minima:

Chi si interessa anche un poco di calcio sa chi è ZdenÄ›k Zeman, qualcuno lo ama, altri lo odiano. Io lo amo. Per gli altri, basti sapere che è il simbolo dell’onestà e del gioco pulito – fu lui il primo a denunciare seriamente il sistema-doping nel calcio, ricevendone un ostracismo che dura tuttora. È un personaggio irrinunciabile. E soprattutto è un offensivista.

Le squadre di Zeman giocano bene, incredibilmente bene, e attaccano sempre. Se stanno perdendo attaccano, se stanno pareggiando attaccano, se stanno vincendo – indovinate un po’ – attaccano. Perciò fanno una caterva di gol e ne subiscono un’altra caterva. Per questa ragione non gli va sempre bene: chi tifa una squadra di Zeman sa di mettere alla prova le proprie coronarie. Puoi perdere 3-0 e riuscire a rimontare o vincere 3-0 e farti recuperare. E così, fra i detrattori, si è guadagnato la nomea di perdente. Ma come dice lui: «Il risultato è occasionale, la prestazione no».

Quindi, ecco, seguite il Pescara. Provo a convincervi, in 10 motivi. Anzi, in 4-3-3.

Zeman è l’unica persona al mondo che – se la cerchi su Google – non ha la propria foto come primo risultato, ha un modulo. E quel modulo è Zeman. È lo Zeman allenatore e tattico, quanto è lo Zeman personaggio e maestro (come lo chiamano i suoi ammiratori). Questo perché lo Zeman personaggio è diverso, ma vale quanto, lo Zeman allenatore: ci si appassiona a un personaggio così; e ci si appassiona a uno che gioca così. Il fatto che siano la stessa persona, il personaggio e l’allenatore, è una cosa pazzesca.

Taciturno, sardonico, genuino. Celebre per i suoi silenzî, va da Fabio Fazio che cerca di farlo parlare «lo sa che in un’intervista uno domanda e l’altro dà la risposta?», e Zeman controbatte: «se lui la sa». Poco dopo dice una cosa completamente fuori da qualunque logica televisiva: che il documentario che era lì per promuovere, quello del bravo Giuseppe Sansonna, non l’aveva visto (io invece sì, e ve lo consiglio).

Ecco, dunque, il 4-3-3:

IL GIOCO
2) Zeman
La prima ragione non può essere che lui, il Maestro. Ogni partita è uno spettacolo, l’abbiamo detto, ma al tempo stesso è una macchina perfettamente congegnata. Perché il paradosso di Zeman è che tutto può succedere, si può perdere una partita vinta, si può vincere una partita persa, ma Zeman è uno di quegli allenatori metodici, quasi matematici (più di lui forse soltanto Van Gaal), che anziché preparare un dettaglio, lo decide. Anzi, è stata spesso questa sua rigidezza ad attirargli qualche critica. per l’incapacità di adattare forma mentis in corso: se una partita è pianificata così, deve andare così. La questione è che spesso ci va, in quel modo; e perciò, piano piano, si può cominciare ad imparare,  a riconoscere gli schemi di Zeman durante la partita e a prevederli. Palla ad Anania, il portiere (che lui ha ripescato dalla quarta divisione), e tu pensi: «vedrai che ora Insigne si allarga sulla sinistra, e lui gliela scaraventa lì al più presto». Zac, e gol. Vedi Cascione largo, puoi chiudere gli occhi, sai per certo che arriverà la sovrapposizione di Balzano: infatti arriva, puntuale. E tu ti senti parte di un segreto, a conoscenza di una formula quasi magica.

6) Pescara
C’era un allenatore, alla fine degli anni 80 e all’inizio degli anni 90, che aveva portato il bel calcio nella terra dei catenacciari, l’Italia, si chiamava Giovanni Galeone ed allenava il Pescara Calcio. Quella squadra scese in B nel ’93, assieme alla Fiorentina, e non salì più. Però Pescara è rimasta sempre la piazza del bel calcio, ed è rimasta tale anche per i pescaresi, tanto che quando Zeman arrivò in estate – preceduto dalla propria fama di grande offensivista, e grande incognita – loro badarono alla prima delle due cose e gli riservarono questa accoglienza. Ah, a proposito di Pescara, sabato prossimo o quello dopo vado all’Adriatico a vedere la partita, siamo già un gruppetto (partenza da Roma), se qualcuno si vuole aggregare è benvenuto.

5) La velocità
Avrete già capito che se “palla-ad-Anania-Insigne-si-allarga-sulla-sinistra-e-lui-gliela-scaraventa-lì-al-più-presto”, se capita che l’assistman sia il portiere, la velocità è necessariamente il cardine del gioco di Zeman. Pressing alto, difesa altissima, ma soprattutto gioco super veloce. E per questa ragione non c’è mai un attimo di respiro: nella partita di oggi, l’inviato di bordo campo ha provato a intervenire per 5 minuti buoni per commentare qualcosa. Ma continuava a non riuscirci, perché ogni volta era costretto a restituire la linea al commentatore perché il Pescara faceva azioni pericolose su azioni pericolose. Quando ha trovato lo spazio, un sacco di tempo dopo, quello che doveva dire era già scaduto, e lui l’ha ammesso candidamente. È per questo che ci si diverte tantissimo, ed è per questo che non c’è mai un attimo di stanca. Anche se il pallone ce l’hanno gli avversarî, qualunque palla può trasformarsi in un istante in un contropiede strepitoso. Volete la prova? Ecco, facciamo così: se dovete redigere un manuale illustrato sul calcio, alla voce “contropiede micidiale”, metteteci questo.

3) I gol
È ovvio, perciò, che il Pescara faccia tanti gol. Anzi, è l’unica squadra del campionato che ha sempre fatto gol, in ogni partita. Ne ha fatti 53, nessun’altra squadra è riuscita ad arrivare a 40. I bookmaker dànno lo 0-0 di una partita del Pescara a 15 o a 20: come a dire che se giochi 5 euro sullo 0-0, e quello è il risultato della partita, ne vinci 100 (ma tanto non li vinci!). Quand’è così come ci si può non divertire? E forse l’immagine che meglio descrive questo atteggiamento è il calcio d’inizio. Ecco, seguite questo consiglio: cominciate anche solo a guardare distrattamente una partita del Pescara, vedrete otto giocatori sulla linea di centrocampo pronti a buttarsi nella metà campo opposta, e – a quel punto – chi ve lo farà fare di smettere di vederla?

I RISULTATI
7) Primi!
Il Pescara è la squadra che fa più gol, ed è quella che pareggia meno (altro motivo di divertimento). Questo vuol dire che è quella che vince di più, e stanotte è prima in classifica da sola. L’ultima volta che il Pescara era stato primo in classifica in B era il ’97, e l’allenava un altro tecnico noto per il calcio offensivo, Delio Rossi (che ora, guarda caso, allena la Fiorentina). Domani potrebbe essere scavalcata da Torino o Sassuolo, ma importa poco. Siamo lì. Anche perché siamo ancora in inverno, ci avete fatto caso?

4) L’Inverno Zemaniano
Oh, sembra non esistere più. Un tempo c’era questo periodo terribile, a dicembre e soprattutto a gennaio, in cui le squadre di Zeman perdevano colpi, i campi pesanti facevano una parte e i carichi di lavoro accumulati un’altra; e così allo sbocciare della primavera sbocciavano anche le squadre di Zeman che cominciavano la loro rincorsa. Ed era una cosa talmente ricorrente che aveva acquisito una vera definizione: l’inverno zemaniano. Quest’anno a gennaio si sono giocate 4 partite, e il Pescara le ha vinte tutte. Ora aspettiamo le rondini.

8) La promozione
Eh sì, la dico questa parola. Il Pescara è partito come una squadra da classifica bassa o medio-bassa. L’anno scorso era arrivata tredicesima, quello ced era stato considerato un ottimo risultato tanto che il vecchio allenatore, Di Francesco, era stato chiamato in Serie A dal Lecce. Così, quando Zeman all’inizio di quest’anno aveva concordato con il presidente dei premî solo in caso di promozione diretta (come a dire: arrivare ai playoff, dal 3° al 6° posto, sarebbe regolare amministrazione) tutti gli avevano dato del matto. Quest’anno, in metà campionato, il Pescara ha già vinto più partite e segnato più gol che nell’intera scorsa stagione. In questo momento il sesto posto è lontano 14 punti. Quanto sarebbe bello rivedere Zeman in Serie A.

LA SQUADRA
10) Gli altri
Di giocatori rivelatisi molto bravi ce ne sono tanti. E sono quasi tutti molto giovani, che infatti nel corso di quest’inverno hanno ricevuto diverse convocazioni nelle varie nazionali under 20 e under 21. Quello di cui parlano tutti è Verratti: fa il regista, ha piedi molto buoni ma manca di continuità. È pescarese, come Capuano, difensore centrale che è titolare fisso nell’under 21. Poi c’è Kone, che era a Foggia con Zeman l’anno scorso (come Romagnoli, l’altro centrale, e come Insigne). Entro martedì, poi, dovrebbe arrivare un altro ragazzino molto forte dalla Roma, Gianluca Caprari. Il “mio” nome, però, non è quello di un giovane: ma quello di Emmanuel Cascione. Il Gerrard de noantri. Esagero? È chiaro, ma guardatelo giocare. È ovunque. È il centrocampista con più gol, con più assist, e aiuta la difesa. Io sono d’accordo col gruppo Zeman. Ed è lui che ha detto la cosa scritta quassù.

9) Il tridente
Se c’è Zeman, c’è tridente. E questo qui è spettacolare. Immobile, Sansovini, Insigne. In tre hanno segnato 37 gol, 9 in più dell’intera squadra che era stata in testa al campionato fino a qui, il Torino. Se ci si aggiungono anche quelli degli attaccanti di riserva, Maniero e Soddimo, si arriva a 41. E vi dirò: di gol ne sbagliano anche tanti, rispetto alle occasioni che creano. Immobile è un goleador, capocannoniere del campionato, purtroppo è gobbo (è in prestito dalla Juve). Sansovini, 32 anni e capitano, sembrava un giocatore finito, anzi, forse mai davvero cominciato. L’anno scorso giocava da centravanti, unica punta, e aveva fatto 11 gol. Quest’anno gioca più largo, e si spartisce i gol con altri due attaccanti. Ma ne ha già fatti 12, in metà stagione, tutti a Pescara.

11) Insigne
E poi c’è Lorenzo Insigne, che è il fenomeno di questa squadra. L’anno scorso aveva fatto una grande stagione in C, al Foggia con Zeman; così si era meritato la promozione in Serie B, e il Napoli l’aveva prestato al Crotone. Lui aveva già preparato i bagagli per Crotone quando gli arriva la telefonata, è Zeman, che gli dice di aver firmato col Pescara. La telefonata successiva la fa Insigne, e due giorni dopo arriva a Pescara anche lui. Se guardate qualche partita dell’anno scorso vi renderete conto di come Insigne faceva, completamente, quello che gli pareva. Quest’anno gli avversarî sono un po’ più duri, ma lui continua a fare quello che gli pare. Questo è il gol che ha fatto oggi, e fare gol non è neanche la cosa che gli riesce meglio. Ecco, ve la dico: Insigne sarà il nuovo Cassano. E ve lo dice uno che pensa che Cassano sia il giocatore che ha meno espresso il proprio talento degli ultimi 15 anni. Vi ricordate il famoso gol di Cassano contro l’Inter, quello dello strepitoso controllo d’esterno? Ditemi se questa cosa non ve la ricorda. Ah, e sì: avrete notato. Palla ad Anania, Insigne si allarga sulla sinistra, e lui gli scaraventa il pallone al più presto. La formula magica.

I veri problemi di Trenitalia

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Alla fine si è visto che Trenitalia, che era stata accusata di voler mandare un messaggio classista e razzista per far gola ai clienti più ricchi, ha dato la più evidente dimostrazione che mandare un messaggio classista era la cosa che meno volevano fare: appena c’è stata un’accusa di razzismo, anche degli ultimi della sala, ha rimosso la foto coi neri in classe standard (ma non il video col nero in classe executive, la prima, né le altre tre foto che pubblicizzavano la classe standard). Non volevano dare quel messaggio. Appena c’è stata un’accusa di classismo, anche degli ultimi della sala, ha permesso l’accesso alla carrozza ristorante anche alla classe standard, dimostrando – anche qui – che non volevano suggerire messaggi classisti. Non volevano dare quel messaggio. L’hanno fatto per grave cordoglio etico? Probabilmente no. L’hanno fatto perché sono un’azienda, l’azienda vuole guadagnare e il classismo – guarda un po’ – non è economicamente conveniente, oggi. Insomma, chiunque abbia accusato di malafede Trenitalia – se è a propria volta in buona fede – non può fare che una cosa: cambiare idea.

Parliamo piuttosto dei veri misteri di Trenitalia. Parliamone.

Il treno diretto (si chiama “regionale veloce”, in teoria, ma non è un regionale) 2336-2348 da Roma a Pisa fa le seguenti fermate:

Roma Termini
Roma Ostiense
Roma Trastevere
Roma San Pietro
[altre fermate]
Pisa

Il costo del biglietto da Roma Trastevere a Pisa Centrale è di 16.95 euro.
Il costo del biglietto da Roma San Pietro a Pisa Centrale è di 18.15 euro.

Cioè: facendo un tratto più breve, due fermate in meno (vale anche con Ostiense), paghi di più!

Trenitalia, perché? PERCHÉ?!?

Adriano Sofri

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Il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa;
il secondo miglior momento è ora.
Proverbio africano

Oggi Adriano Sofri in gergo giornalistico è tornato “un uomo libero”, come io l’ho sempre considerato da quando – ero un adolescente, uno Young Contrarian – gli sono silenziosamente grato. Non avevo ancora diciott’anni e lessi un suo articolo sul lanciare i sassi, dentro e fuori di metafora. Era una lettera con cui Sofri diceva ai diciottenni come me: «io, che ho lanciato i miei sassi, e non faccio più a tempo per non lanciarli, vi provo a spiegare – ragazzi – perché è meglio non farlo». Per me fu un seme di pensiero molto importante, indottrinato com’ero alle lodi per la coerenza, alla fedeltà alla linea. A vent’anni si è stupidi davvero.

Mi sforzai di dargli torto, ricordo, e non ci riuscii. Fu così che imparai che non è l’occasione a fare l’uomo ladro, che non si può dare il male per scontato in tutti; quello tracciò la strada per la rivelazione più importante, che non si può dare il male per scontato in nessuno. Ora che sono cresciuto ho capito anche che non è neppure un furto a fare di un uomo un ladro, e che si è sempre in tempo per non lanciare il prossimo sasso.

Di articoli di Adriano Sofri ne avevo letti e ne continuai a leggere, ma quello in particolare lo ricordo con affetto, perché è la memoria istantanea di una mia più lenta epifania. Invero, la mia gratitudine non fu completamente silenziosa, una volta gli scrissi una lettera impudica che non so se abbia mai ricevuto (mi firmai solo “Giovanni”) in cui spesi mille parole per dirgli grazie, fra le altre cose, di avermi insegnato a non lanciare i sassi. È sempre difficile raccontare a una persona quanto la si stima senza essere pacchiani, dirle che ti ha fatto da maestro quando questa non ti conosce. Mi rassegnai a dire, anche in maniera indiscreta, le cose che pensavo e che penso tuttora: che “la sua sofisticata sensibilità, il suo delicato modo d’insegnar cose” meritavano il mucchietto di parole che gli stavo scrivendo.

Così ho sempre conservato questa vicenda e quelle parole per me, e oramai è passato qualche anno. Ho riletto la lettera oggi, e un po’ me ne vergogno, ma sono contento d’averla scritta. E anche quest’altre parole, quelle che sto scrivendo qui, m’imbarazzano un po’: però penso sia il modo migliore per spiegare che io, ad Adriano Sofri, voglio bene, e anche se non lo conosco di persona e lui non sa chi sono, è un uomo che mi ha fatto crescere – certamente è una delle persone che mi ha insegnato a tenere più alla felicità dei più deboli che all’infelicità dei disonesti.

Per questo oggi è un bel giorno: perché quale che sia l’opinione di ciascuno sulla bontà della sentenza che l’ha dichiarato colpevole o sulla bontà delle idee che un tempo professava (la mia è negativa su entrambe le cose: ma cosa conta?), non c’è alcun insegnamento che alcuna persona possa trarre dal fatto che Adriano Sofri sia privato della propria libertà. Se il fine ultimo del carcere è la riabilitazione – e, per favore, lo è –, non c’è modo di dire che non sia avvenuta, anche a livello simbolico: chissà a quanti diciassettenni come me avrà insegnato che è meglio leggere un libro (o giocare alla Playstation) che lanciare dei sanpietrini.

Un paio di settimane fa, fra i migliori dei miei contatti, è girato il video qui sotto: è il discorso con cui Sergio D’Elia, ex militante di Prima Linea, segnò il proprio – e quello di molti suoi ex-compagni – passaggio dalla lotta armata alla lotta disarmata, dalla lotta al costo delle persone alla lotta per le persone. È un video commovente.

Visto che lo cito in questo post, dovrei forse specificare che – per le ragioni storiche che sappiamo – Lotta Continua non è Prima Linea; che, per questo, Sergio D’Elia appartiene comunque a un altro gruppo rispetto ad Adriano Sofri, per quello che ha fatto e per la storia che rappresenta. Ma sbaglierei: tutti appartengono allo stesso gruppo, al quale apparteniamo anche noi, quello degli esseri umani, che devono essere giudicati per quello che sono ora, e non per quello che sono stati in passato. Se possono dare un contributo alla società o, purtroppo, un detrimento.

Il video è tratto da questo documentario, ed è un video che secondo me qualifica chi lo guarda più di chi lo ha pronunciato: cosa si può obiettare alla vittoria della democrazia e della natura umana, della fratellanza e di tutti noi, se si hanno il cuore e la testa in equilibrio? Come si può considerare valore la sofferenza di un qualunque individuo, qualunque cosa abbia fatto, per la sola ottusa ragione del fargli pagare la persona che è stata e non è più?

Spero che queste non sembrino parole ingenue; sono fra le meno ingenue delle parole che ho scritto, fra le più ragionate e riflettute. Non mi sembra possibile pensare altrimenti, se non si è sedotti dal male: è un principio fondato su di una verità basilare – che non c’è etica al di fuori della sofferenza degli umani.

Come dicevo, si è sempre in tempo a non lanciare la prossima pietra. È un’idea che non ha colore. Qualche tempo fa lavorai, sulle mutilazioni genitali femminili, a No Peace Without Justice. Nella stanza a fianco alla mia lavoravano, con Nessuno Tocchi Caino, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. S’impegnavano, e s’impegnano, assieme a Sergio D’Elia per una buona causa. È una rivoluzione così bella e commovente che in un film la crederemmo esagerata. Mi ricordo che, senza dire niente, ogni volta che li incrociavo pensavo: «qualunque vittima non potrebbe essere più riscattata di così».

E penso che sia anche grazie ad Adriano Sofri, che mi ha insegnato che si può sempre cominciare a piantare gli alberi, se la penso così. Sono felice che anche lo Stato italiano l’abbia riconosciuto, così tardi, oggi.

I cattivi

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In questo post userò l’espressione “i cattivi”, userei anche “i buoni” se ne avessi bisogno. Sopravviverete, spero.

Ieri Lele Mora ha tentato il suicidio in carcere. Vista la dinamica, si è ipotizzato che si trattasse di un’azione dimostrativa, e che Mora non volesse davvero suicidarsi. È possibile che le cose stiano così, e mi interessa poco. Ciò che, invece, mi ha lasciato una bella amarezza di fine anno sono le ironie deridenti e un certo mellifluo distacco umano con cui ho visto commentare la faccenda da tantissimi. Erano commenti cattivi. Questo non è grave di per sé: capita di farsi prendere dalla foga, dall’insofferenza verso personaggi che malsopportiamo. Poi uno te lo fa notare, tu ci pensi su, e dici «sì, effettivamente ho esagerato». E infatti c’erano delle persone, poche a dire il vero, che con delicatezza cercavano di far presente l’esagerazione di quelle cattiverie. Però quegli altri, i cattivi, anziché riconoscere l’errore, rincaravano le proprie parole. E a ogni risposta dei primi arrivava una replica dei cattivi ancora più cattiva. Io non ho avuto coraggio di intervenire, perché sapevo che il sangue mi sarebbe diventato amaro. Poi però finisce che quelle discussioni ti rimangono in testa, così come il bisogno di sfogarti, e perciò eccomi qua a scrivere.

La cosa deprimente è che neanche quegli altri, quelli che rispondevano, erano proprio buoni perché – un po’ costretti dalla forma mentis dei cattivi – a ogni intervento sentivano il dovere di schiarirsi la gola specificando che Lele Mora non lo sopportavano proprio (e naturalmente, nessuno è immune, ci ho pensato anche io buttando giù questo post: lo scrivo o non lo scrivo?), come se questo avesse una qualche rilevanza. La mia replica spreferita era quella che, invariabilmente, tutti i cattivi davano quando avevano finito gli argomenti a propria difesa – non è che ne avessero molti –, ovvero: «eh, ma perché ti occupi di Mora e non dei poveracci che muoiono in carcere?». L’obiezione è del tutto illogica, ovviamente, un principio di umanità vale per Mora come per “i poveracci”. Ma il vero paradosso è che tanti di quelli a cui era indirizzata quella frase si occupavano eccome (anche) dei-poveracci-che-muoiono-in-carcere, facendolo quasi sempre nel silenzio completo di quegli stessi cattivi, che trovano certamente il tempo di commentare con spietatezza la notizia del – presunto – suicidio di un Lele Mora, e mai quello di scrivere una parola sul 65° (e più) – consumato – suicidio di un non-Lele-Mora nell’anno appena concluso.

 

Maria Antonietta accusa Trenitalia

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Una volta che Trenitalia ne fa una giusta.

È nata una polemichetta, addirittura con accuse di razzismo, perché le ex Ferrovie dello Stato hanno creato un nuovo piano tariffario sui Frecciarossa nel quale ci sono quattro fasce anziché due (questa già dovrebbe essere considerata una cosa positiva). Di queste quattro, ce n’è una – la più bassa – che non permette l’accesso alla carrozza ristorante.

Si sono dilapidate invettive d’ogni genere, che giravano attorno all’accusa di classismo. Queste accusa non poteva che venire da persone che nel classismo sono talmente immersi, da non rendersi conto di trasudarne inconsapevolmente. Essere ricchi non è una colpa (anzi, spesso è un merito); essere ricchi e non rendersene conto è una colpa, ma una colpa piccola; essere ricchi, non rendersene conto ed ergersi a paladini dei poveri al grido «che mangino brioches!» è invece una colpa grande.

Ora, provo a spiegarlo semplice semplice: se uno è povero non prende il Frecciarossa – prende i diretti sulle tratte brevi, gli espressi su quelle lunghe. Se ce n’è la necessità, prende l’Intercity. Se può, evita in tutti i modi il Frecciarossa. Magari qualche volta lo prende di sabato (quando costa il 50%). Perché – guarda caso – l’unico modo per fare sì che uno povero prenda il Frecciarossa è abbassare il prezzo. Ecco, a rendere ancora più paradossali le critiche c’è il fatto che, con queste modifiche tariffarie, il prezzo del biglietto base diminuisce del 6-10% (5 euro sulla tratta Roma-Milano). Ora, per chi non ha mai viaggiato in seconda classe sul rapido Taranto-Ancona, sappiate che un risparmio di 10 euro su un biglietto andata-ritorno è una cosa notevole. Non immaginate quante cose si fanno per risparmiare 10 euro su un biglietto.

Ma mettiamo il caso che non si parli dei poveri poveri, ma di qualcuno che si permette a malapena il Frecciarossa (magari grazie a quel 6% in meno): affrontiamo la questione della carrozza ristorante. Se ci sono quattro tariffe e tu scegli quella più bassa vuol dire che vuoi, più di tutto, risparmiare. Fidatevi, ve lo dico io. Non vuoi per nessuna ragione cenare nella carrozza ristorante, anche detta “carrozza gioielleria” visti i prezzi: ti porti il panino da casa, o vai al McDonald’s della stazione. Io ho preso tanti treni in vita mia, raramente erano Eurostar, ma qualche volta sì. E non ho mai, dico mai, mangiato nella carrozza ristorante. Perché? Perché costava troppo. Mi è forse capitato una o due volte di prendere un caffè, e me ne sono subito pentito (e comunque il servizio bar sarà previsto per tutte e quattro le tariffe).

Ci sono tante critiche che si possono fare a Trenitalia, specie dal punto di vista di chi non ha molti soldi. La poca e inefficiente circolazione dei treni più economici, per esempio. Ma lamentarsi della mancanza di un servizio pensato per un target completamente differente, magari quello di chi critica, dimostra solo la mancanza di agnizione del personaggio “realtà”.

Lipstick on a pig

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Ho rifatto il look al blog, in particolare ho stravolto le colonne laterali. Siccome il mio amico Paolo dice che sono la persona con meno senso estetico al mondo, chiedo a chi passasse di qua – o chi legge da feed – se ha qualche parere o consiglio: scrivete, semmai, nei commenti.
Le due cose che non si toccano sono le due colonne, mi piace averne due, e in generale i colori: voglio il viola, e lo sfondo non mi piace né bianco né nero.

È morto Christopher Hitchens, era il migliore

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“Where liberty dwells, there is my country”,
Ben Franklin once said. T
om Paine had replied,
“Where liberty dwells not, there is my country”

È morto Christopher Hitchens. Era il migliore.

Hitchens era il più acuto e il più sagace, il miglior giornalista e il migliore scrittore. Era impossibile leggerlo o ascoltarlo senza imparare qualcosa, perché le sue opinioni non erano, mai, prodotte da riflessi condizionati, di partigianeria o tic mentali. C’era sempre una vigorosa e competente tensione verso la verità, che teneva i suoi ragionamenti sempre fuor di pregiudizio, come si può dire davvero di poche persone. Proprio per questo, per l’incredibile intelligenza del suo eclettismo, era impossibile capire a priori come la pensasse quando scriveva su un argomento nuovo. Eppure, ogni volta, dopo averlo letto pensavi: «cavolo, era ovvio che la pensasse così». E aveva sempre più ragione di quanto t’aspettassi.

Per questo motivo era sempre stato molto difficile identificarne la matrice politica: Hitchens era un progressista, nel senso più pieno del termine. La sua unica ideologia era l’estirpazione delle sofferenze delle persone. E lo era nella maniera più scanzonata e divertente, assieme dotata dell’arroganza dei fatti, e dell’umiltà del voler cambiare idea di fronte al torto. Se c’è una persona le cui opinioni non volevo smettere di leggere, è questa qui.

Feroce critico di qualunque conservatorismo, annichiliva – con la forza dei proprî argomenti – chiunque fosse contrario ai matrimonî gay o ai diritti delle donne sulla scorta di dogmi risalenti all’età della pietra. Era perciò un grande oppositore del Vaticano, dove fu convocato come advocatus diaboli nel processo di santificazione per Madre Teresa di Calcutta (rispose più o meno: «gratis?!?»)Per la medesima ragione Hitchens fu uno dei pochissimi a riconoscere i pericoli dell’islamismo senza che questo lo portasse al retrivo accartocciamento su di sé, del considerare occidentali – né tantomeno giudaico-cristiani – le idee di libertà (d’opinione, sessuale, di governo), per le quali qualunque persona che voglia marcare un segno su questa Terra deve combattere.

La frase in epigrafe al post è la più hitchensiana ch’io abbia letto: «”dove c’è libertà, quello è il mio Paese”, aveva detto Franklin; “dove non c’è libertà, quello è il mio Paese” aveva risposto Paine» – di cui Hitchens era grande estimatore e biografo. Era il primo nemico di qualunque dittatura al mondo. Si fece picchiare da una squadraccia fascista, per l’irrefrenabile impulso di cancellare una svastica su un muro di Beirut – «quando vedo quel simbolo non posso fare a meno di volerlo cancellare», disse. Acceso sostenitore della democrazia e del governo del popolo, è sempre stato un grande critico al vetriolo della politica estera realista, come nel caso della complicità con regimi dittatoriali delle varie amministrazioni americane durante la Guerra Fredda. Ha scritto Processo a Kissinger in cui enuncia le ragioni per cui l’ex segretario di Stato americano – e teorizzatore della dottrina realista della connivenza con le dittature – dovrebbe essere incriminato per crimini di guerra e reati contro l’umanità.

Dopo l’Undici Settembre, quando George W. Bush passò dalla piattaforma realista di isolazionismo con cui era stato eletto a farsi campione dell’esportazione della democrazia, l’indipendenza di bandiera e l’emancipazione dell’intelligenza impedirono a Hitchens di fare il salto opposto, come invece tanti altri: fu inizialmente a favore della guerra in Iraq, nonostante Cheney e Rumsfeld. Pur condividendone la pulsione ideale – umanitaria e libertaria – dell’intervento, conservò rilevanti scrupoli su come l’amministrazione Bush la stava portando avanti: sperimentò in prima persona il waterboarding per dimostrare che si trattava di una vera e propria tortura e chiedere che fosse bandito come tecnica d’interrogatorio.

In un recente dibattito contro Tony Blair, in cui Blair difendeva la posizione che la religione portasse del bene nel mondo, disse la memorabile frase: «Sapevo che avreste tirato fuori la carità e la beneficienza. Ma noi, signori e signore, sappiamo – e siamo la prima generazione che ha la fortuna di saperlo davvero – qual è il vero rimedio alla povertà. A lungo abbiamo ignorato questa cosa, ma ora la si sa. Il rimedio per la povertà ha un nome, infatti. Si chiama empowerment of women, dare potere alle donne. E dovunque si guardi nel mondo e si provi a rimuovere le catene – dell’ignoranza, delle malattie, della stupidità – alle donne è invariabilmente un qualche clero a mettere i bastoni fra le ruote». Blair, che era noto per essere un fuoriclasse dei dibattiti e dei question time, riconobbe che quel confronto l’aveva vinto Hitchens.

Del resto aveva la fama del miglior dibattitore che avesse mai messo piede sulla Terra, secondo Martin Amis avrebbe surclassato anche Cicerone o Demostene: «se devi dibattere con Hitchens, c’è un solo stratagemma che può salvarti: rinunciare», spiegò Dawkins. E, incredibilmente, non era mai noioso. Una volta , prima di un dibattito in cui Sam Harris e Hitchens avrebbero fronteggiato due rabbini, Harris raccontò di aver chiesto consiglio alla moglie su come non risultare noioso. Lei gli rispose: «non preoccuparti, niente di quello che fa Hitchens è mai noioso». Nel suo epitaffio, lo stesso Harris ha scritto: «una delle poche gioie del vivere in un mondo pieno di stupidità e ipocrisia era vedere Hitchens rispondere».

In uno degli articoli più emotivamente densi che abbia mai letto, raccontò la storia di Mark Daily, un ragazzo arruolatosi nell’esercito americano. Si augurava di poter fare qualcosa per il mondo in cui viveva, e la rimozione di uno dei regimi più sanguinarî del ‘900 gli era parsa una delle migliori cause: fu persuaso da alcuni degli articoli a favore dell’intervento scritti dallo stesso Hitchens, e partì come volontario per l’Iraq. Lì morì. Hitchens si mise in contatto con la famiglia del ragazzo, e fu al suo funerale. Dall’Iraq aveva scritto questa cosa alla moglie – credo che sia impossibile trovare parole più belle e ricche che una persona possa rivolgere a un’altra persona:

Una cosa che ho imparato su di me, da quando sono qui fuori, è che tutto quello che ti ho professato a proposito di ciò che desidero per il mondo, e ciò che ho voglia di fare per ottenerlo, era vero.

Il mio desiderio di “salvare il mondo” è, in realtà, solamente un’estensione del tentativo di costruire un mondo adatto a te.

Qualche tempo fa molte persone che avevano imparato qualcosa da Hitchens registrarono un video per ringraziarlo di com’egli avesse cambiato la loro vita. Nelle parole di uno di questi ragazzi: «grazie per avermi insegnato come pensare, non cosa pensare». Lo fecero nel modo più scanzonato, quello che sarebbe piaciuto a lui, con un bicchiere in mano, poche parole, e un brindisi a questo grande uomo che avrei tanto voluto avere come insegnante, come fratello, come vicino di casa, come barista, come compagno di bevute, ma più di tutti come amico.

È per quelli come te, Christopher, che mi dispiace tanto che tu avessi ragione – anche su quella cosa, come su tutte le altre – che Dio non c’è, e neppure una vita dopo la morte. Mi mancherai più di tutti.

Pape Diaw

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C’è un video che gira molto su internet. In questo video c’è una persona, smaccatamente nera, chiaramente di quell’Africa che definiamo sahariana. Anzi, subsahariana. E questa persona dice cose di buon senso, le dice con un’eccellente proprietà di linguaggio, e, nel breve tempo che ha, descrive le sue opinioni e gli eventi che cita con capacità d’analisi e passione: può essere che esageri un po’ nelle definizioni, ma anche questa esagerazione è in tono – è quasi necessaria – con la questione assurda, terribile e vergognosa che è accaduta a Firenze.

Il titolo del video, quello con cui viene condiviso è “discorso di un senegalese umilia certi italiani”. E io, dalla prima volta che l’ho visto, prima ancora di imparare che quel signore si chiama Pape Diaw, che è il portavoce della comunità senegalese, che è stato per cinque anni consigliere comunale a Firenze per il centrosinistra, che è molto più che “un senegalese”, avevo un qualche fastidio nel leggere il generale entusiasmo per quelle parole – giuste, sacrosante, normali – che riuscivo solo a intuire.

Così ci ho riflettuto su, per decifrare quella linea di insofferenza che percepivo. E credo di aver capito che quello che mi infastidisce è che Diaw sia celebrato per delle cose che, dette da un italiano, non incontrerebbero 99 di quei 100 entusiasmi. È il fatto che per “un senegalese” abbiamo un orizzonte d’attesa più basso, come se ci aspettassimo meno, al punto da tradire stupore quando quel senegalese è una persona per bene, colta, ragionevole, normale. Volenti o nolenti, e per fortuna, siamo oramai un Paese multietnico, ci sono senegalesi che sono in Italia da quarant’anni, se li si può ancora chiamare senegalesi. Considerare sorprendente e degno di nota che esistano immigrati che mangiano in testa ai peggiori fra gli italiani è, come dire, un po’ razzista.

Ora direte: ma dove li metti quegli altri? Quelli peggiori, quelli che pensano e dicono cose razziste. Non so dove li metto, ma non sono generalmente il mio interlocutore immaginario. Davvero dobbiamo sempre prendere una posizione immaginando Borghezio come interlocutore? Davvero il nostro confronto dev’essere, sempre, con l’ultimo nella sala che dice le cose peggiori? Non è un po’ facile, così?