Domenica 28 dicembre

E poi arrivò la guerra – Diario dalla Palestina 114

Non è vero che se Israele non ammazzasse 200 persone a Gaza i palestinesi accetterebbero lo Stato altrui; non è vero che queste azioni rendano Hamas più forte, non è vero che l’odio arabo è nato per la violenza israeliana. Non è vero che se si incontrassero le parole e non gli eserciti, la pace sarebbe più vicina.
Tutte queste cose sono le cose che penserebbero persone normali in un conflitto normale, ma qui è tutto incomprensibile, impossibile da prevedere. Tutte queste, sono cose che vorrei tanto pensare.

Ma tante volte è stato addirittura il contrario: spesso sono state le dimostrazioni di forza a portare la pace. Spesso sono stati i peggiori uomini, ex-terroristi come Begin, a fare passi da gigante; e da entrambe le parti. L’Egitto non avrebbe mai riconosciuto Israele senza la disfatta – e le devastazioni e i morti e i profughi – del ’67. Israele non avrebbe mai accettato di rinunciare alla conquista del Sinai, quantomeno a Sharm el-Sheik, se non fosse stata per la dimostrazione – nel ’73 – che gli arabi non sarebbero stati disorganizzati per sempre. Quando Israele si ritirò da Gaza, sulle macerie delle sinagoghe ci furono canti, balli, Allah Akbar: non era la prima mano tesa dopo tanti anni, era la prova della debolezza israeliana, il primo passo verso la salvifica distruzione dell’intruso.

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Oggi, dopo questo eccidio, la pace è più lontana di ieri? L’odio per Israele è maggiore di ieri? Beato chi lo pensa.

In Palestina c’è un odio per Israele e per gli ebrei che non so descrivere, che si respira quotidianamente: che non è ingigantito dalle crudeltà dell’esercito – come potrebbe essere peggiore di com’è? Tassisti, i tassisti più cordiali al mondo, si congratulano con un mio amico tedesco perché “Hitler era tedesco!”. Pregiudizî peggiori, che mi vergogno a riferire alle persone che tengono a me – in Italia – per non sentirmi dire «ma che ci sei andato a fare?». Non conosco un palestinese – o forse soltanto uno – che mi abbia detto che accetterebbe l’esistenza di uno stato chiamato Israele.

E la cosa è tanto più assurda perché in tutti gli altri campi ho incontrato un’umanità quasi sacrale, persone che mi vogliono – davvero – bene, nonostante non condividano nulla di quello che penso, credo, non credo, mangio, mi vesto, vado in bici.
Il trionfo dell’umanità che io amo, e professo. Which I worship.

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Ma, mi dico da solo, questo che c’entra?

Sento sempre soltanto quelle argomentazioni, nella voce dei benintenzionati: ma non si può pensare che l’unica ragione per non abbandonarsi alla ferocia sia una considerazione strategica, che sul tavolo delle decisioni conti soltanto la tattica di bandiera.
C’è una bella differenza fra uno stato-etico che decide sulla giustizia di ogni azione, e uno stato che decida di non abdicare all’etica, nell’applicare le decisioni della maggioranza.

Quello che i malvolenterosi chiamano idealismo, le persone di volontà buona lo chiamano politica.

La democrazia non si può arrendere a essere soltanto il trionfo della maggioranza, di un’opinione pubblica indifferente e egoista, come oggi quella israeliana, che avrebbe richesto azioni persino più incisive. Il concetto filosofico di democrazia, da almeno vent’anni, comprende un’attenzione all’altro, ai diritti umani, allo straniero, per il diverso: se lo andiamo – giustamente – ripetendo per l’Iran, per l’Iraq, vale anche per Israele.

Bisogna riconoscere che non abbiamo una risposta alla domanda “cos’altro può fare, Israele?”. E avere la forza di dire che Israele non deve fare niente. Non deve fare quello che ha fatto ieri, e visto che nessuno ha un’alternativa credibile, moltissime volte, non deve fare nulla. Che a un lancio di razzi non ci deve essere risposta: non perché questo inasprirebbe il conflitto, ma tanto di più perché è sbagliato.

Israele è molto più potente, e questo non è un dato indifferente: ha l’onere e la responsabilità del potere. Perciò deve cominciare ad assomigliare a quell’oasi di libertà e di giustizia che millanta di essere. Deve considerare i morti altrui come propri, valutare l’uccisione di un estremista mussulmano come verrebbe valutata quella di un estremista ebreo (è vero, questi ultimi sono molti meno: embè?). Quello di oggi dovrebbe essere un giorno di lutto per la morte di 200 connazionali.

Ed è questa malafede, quella che hanno reiterato tutti i governi israeliani, l’enorme scarto che passa fra l’essere così, e l’essere “i buoni”.

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E so che ho scontentato tutti.

Venerdì 26 dicembre

Il pallone è la più bella cosa – Diario dalla Palestina 113

Una cosa che ho portato dall’Italia è un sacchettone con tutte le maglie da calcio che ho comprato negli anni: molte, si vede, sono della Fiorentina o hanno a che fare con la Fiorentina, mentre altre vengono da viaggi di parenti o amici che mi portavano indietro una maglia della squadra locale. Mi ricordavo quanto i bambini, specie i maschi, si fossero divertiti una volta che avevo attaccato una targhetta sulla loro schiena con un nome di un calciatore italiano per loro impronunciabile: c’era Quagliarella, c’era Zaccardo, c’era Ambrosini, e così via.

Così ho pensato che sì, avere le maglie d’ordinanza sarebbe stato molto meglio, e con mia somma sorpresa le femmine sono state persino più voraci ad accaparrarsene: siamo andati a giocare nel giardino di un convento, posto in cima alla collina di Beit Jalla, che si chiama Cremisan, dove producono anche il (pessimo) vino palestinese più conosciuto:

Si va in taxi, un po’ “schiacciati”:

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L’uscita dal taxi è particolarmente festosa:

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Mentre la distribuzione delle maglie è, altrettanto particolarmente, concitata:

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Con le maglie indosso si fa un giro del giardino:

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Ma ora si è pronti per giocare, ecco una squadra, con regolare foto di gruppo:

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Ma poi il dramma – il pallone scavalca la recinzione e crolla di terrazzamento in terrazzamento, giù in fondo in fondo.

Il sottoscritto si offre per andare a recuperare il pallone, intanto tutti i bambini seguono la spedizione arrampicati sulla recinzione:

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L’operazione riesce! Ecco il tanto bramato pallone:

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E una bellissima foto di Rowan:

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E… Ratatouille?

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Giovedì 25 dicembre

Buon compleanno! – Diario dalla Palestina 112

Come succede in tutti i paesini d’origine dei personaggi celebri, arrivato il giorno del compleanno del VIP in questione, sono tutti a festeggiare: succede a Corigliano per Gattuso, a Pacentro per Madonna, e a Betlemme… per Gesù Cristo!

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Mercoledì 24 dicembre / sera

La messa di mezzanotte – Diario dalla Palestina 111

Folla abnorme, Abu Mazen, troppi uomini sull’altare, nessuna donna:

La chiesa:

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L’arrivo dell’officiante:

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L’organo:

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La folla che non è riuscita a entrare in chiesa:

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Mercoledì 24 dicembre / mattina

La marcia – Diario dalla Palestina 110

Oggi Betlemme è una città blindata, c’è un soldato per ogni incrocio, anche il più piccolo. Blindata e ripulita, di manifesti dei martiri se ne distinguono pochi, e ho visto un paio di bandiere con Arafat ammainate; del solitamente onnipresente Saddam neanche uno. Sulle strade più celebri sono comparsi un sacco di sigilli USAID, che oltre a certificare un investimento americano (che però fuori dalle feste è circoscritto a una sola struttura), dovrebbe rassicurare i turisti, credo.

Stamattina c’è stata la marcia degli scout. In una società così ordinata (nel senso di ordinamento, non di ordine) come quella palestinese tutti i cristiani fanno il cursus honorum cristiano: battesimo, scuola cristiana, scout, comunione, cresima, etc. C’erano anche vari dei miei bambini, o di quelli a cui ho fatto lezione d’italiano, ma c’erano anche tanti bambini da scuole cristiane (quindi non vedrete donne velate) di tutta la Palestina: chissà da quanto tempo preparavano l’avvenimento – per certo, passando nei pressi delle scuole in questi giorni sentivi il rullare dei tamburi…

Intanto un bel video, mentre passava la marcia sulla piazza della mangiatoia, è giunto il momento della preghiera del muezzin, e dagli altoparlanti della moschea lì davanti, sono cominciati a uscire gli “Allah akbar”, ed è come se si sfidassero a chi faceva più rumore:


Poi alcune foto:

I neri, greci:

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Le bimbe tamburano:

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Secondo me hanno anche freddo:

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Ci sono tutte le confessioni, con vari cortei da varie città; e poi ci sono pochini gli armeni, con la bandiera armena un po’ ovunque:

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Varie bandiere:

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Altri tamburi:

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Per una volta sono gli uomini a portare il “velo”, e non le donne:

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Qualcuno meno fine lo definirebbe il “lato b” della marcia:

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Loro sono mussulmane, le uniche: approfittano dell’occasione mediatica per mostrare le foto dei propri mariti o figli morti. Susciterebbero tutta la mia compassione, se non avessi visto le stesse foto – in occasioni meno “occidentali” – con il mitra in pugno:

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E guardate chi si vede:

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Logica stringente

Nel frattempo la Siria ha obiettato alla prima risoluzione dell’ONU in materia di diritti degli omosessuali che, se approvata, “farebbe aumentare i casi di pedofilia”.

Martedì 23 dicembre

Per me è arabo – Diario dalla Palestina 109

Non ci crederete, ma fra i miei soliti mille fogliacci che porto a casa, hanno iniziato a comparire anche geroglifici tipo ضعثسفخ (no, non è una parola di senso compiuto, è “questo” scritto con la tastiera araba”). È difficilissimo. Ma peggio di quello che potreste aspettarvi, molto peggio. Avrei talmente tanti esempi da farvi, che non so quale scegliere.

E poi, c’è quella storia del fatto che tutti qui hanno nomi in arabo, ma – specie i cristiani – si fanno chiamare con l’equivalente italiano del loro nome in Arabo: quindi Meriem si fa chiamare Maria (o Mary dagli angloparlanti), Yusuf si fa chiamare Giuseppe (o Joseph), e così via. È un accorgimento utile a semplificare la vita degli stranieri, che troverebbero molto ostici alcuni nomi arabi. Per fortuna non ho ancora trovato un “Aissa” che si faccia chiamare Gesù.
Ecco, per la prima volta sono riuscito a instaurare il procedimento inverso: finalmente una persona mi chiama Hanna, abbreviazione di Johanna, che sarebbe “Giovanni” in arabo.

p.s. Domani per Betlemme è IL grande giorno (se si comprende in domani anche l’arco che va dalle 24 alle 02.00 del 25), purtroppo data la poca internnetticità non posso fare liveblogging, ma cercherò di raccontare tutto.

È fuffa?

Volevo scrivere: ma come fanno a non rendersi conto della loro cretineria quelli che scrivono, in fondo a un post o in fondo a un commento “meditate gente, meditate”; Magari senza neanche conoscerne l’origine ironica e pubblicitaria?

Poi, dal mio osservatorio lontano, stavo cercando di riportarmi in pari con quello che succede dall’altra parte del Mediterraneo o dell’Atlantico leggendo un po’ di blog, e leggo – linkato da Francesco – un post, risibile nei contenuti, di Gabriella Carlucci che finisce proprio così!

Però poi, vedo che anche Francesco, pochissimo più sotto, termina un post con “tutto il resto è fuffa”, che se non è meditategente, siamo lì. Sarà perché condizionato da quel pizzico di sciatteria linguistica che ho trovato quel post molto scolastico; e visto che poche volte mi trovo in disaccordo con lui sulla politica, e pochissime volte l’uno o l’altro non cambia idea per vicendevole contributo, provo a spiegare il perché.

Dico molto scolastico perché dice, da una parte, cose ovvie: gli elettori di destra non sono geneticamente più portati a delinquere. Ma dall’altra, trascura di approfondire l’argomento: certo che nessuno si rallegra, se il proprio politico di riferimento è un corrotto, ma ci sono diverse sensibilità al tema che Francesco omette. Tendenze diciamo, ovviamente storiche e contestualizzate, come dice lui, ma comunque presenti.

Come quando qualcuno obietta che no, non è vero che i romeni rubino di più degli italiani. Faccio questo esempio perché sapete come la mia posizione sull’immigrazione sia più a sinistra (o più liberale, libero scambio di merci o persone) di chiunque, ma è vero che – date le condizioni storiche, sociali, etc – attualmente i rumeni, in Italia, sono più portati al furto.

Allo stesso modo, sì, andando in giro per mercati ho sentito elettori dire: «tanto tutti rubano» e sì, incidentalmente, erano molto più elettori di destra che di sinistra. Io non credo al feticcio della legalità né a un fenotipo di elettore berlusconiano, ci sono persone per bene, liberali convinti (che faticano un po’ ad aprire gli occhi), ne conosco. Neppure credo al rispetto della legge in quanto legge (questo sì una cosa di destra) ma so che nella grandissima maggioranza dei casi l’osservanza della legge, è bene.

È una cosa endemicamente di sinistra? No. Chi vota a sinistra è moralmente superiore? No. Però è vero che – con tutte le eccezioni del caso, senza nessuno psicodramma se dovessi scoprire l’opposto –  se dovessi decidere fra votare Rifondazione Comunista (che sapete tutti quanto non sia il mio partito ideale) o Forza Italia, sarei poi meno stupito di un’indagine (e di una condanna) ai danni del secondo che ai danni del primo. Così come, sono certo, lo sarebbe meno Francesco. Ripeto, è solo una tendenza.

Un suo commentatore dice: “a me non interessa che Churchill fosse onesto, è quello che ci ha salvato”. Beh, a me sì, e questo non mi vieta di considerarlo “quello che ci ha salvato”.

Se il mio partito si dichiarasse non “il partito degli onesti”, ma “uno dei partiti degli onesti” io ne sarei contento, non perché questo costituirebbe una garanzia, ma perché alzerebbe l’orizzonte d’attesa: ed è questo che predichiamo, no?

Alla prima assemblea nazionale dei Mille venne il momento di pagare la sala – eravamo rimasti in pochissimi, accanto alla cassa soltanto io e Marco Simoni – e qualcuno suggerì di trovare un escamotage per non pagare le tasse sull’affitto della sala, eravamo un movimento appena nato, e quindi non avevamo mica le risorse che avevano altri partiti, con ben altri finanziatori: «non siamo mica Forza Italia!».
Ricordo bene l’argomento, scherzoso ma serio, con cui Marco rifiutò: «appunto».