Ri-dato questo post a distanza di due mesi: è oggi il giorno in cui non bisogna dimenticare.
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Il 17 marzo del 2011, il colonnello Gheddafi – dopo diverse settimane di rivolte soppresse nel sangue, di bombardamenti sulle città, di torture e stupri – stava per lanciare l’attacco finale su Bengasi, la capitale della ribellione.
Nel suo discorso alla nazione, Gheddafi aveva promesso la sua vendetta finale, il “momento della verità”, consumato “vicolo per vicolo”. I suoi aerei avevano già cominciato a sorvolare Bengasi, le milizie stavano seguendo. Poco tempo prima, il figlio Saif Al Islam aveva parlato di fiumi di sangue.
Coloro che per tutti – fino a lì – erano stati la “gioventù araba”, i fratelli e le sorelle di quelli della Tunisia e dell’Egitto, le “forze pro-democrazia” come erano definite da tutti i media, avevano chiesto disperatamente da tempo l’intervento della comunità internazionale per fermare i massacri. La portavoce di quella gente aveva detto: “l’Occidente ha perso la sua credibilità” “Non dimenticheremo chi ci ha difeso e chi ci ha tradito”. Così, pochi giorni prima, migliaia e migliaia di donne avevano manifestato – un atto coraggioso: per molte era la prima volta che scendevano in piazza – chiedendo disperatamente aiuto al mondo con slogan chiari come: “il nostro sangue vale meno del petrolio?”.
Quella stessa identica sera, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva passato una risoluzione che comandava la difesa “con ogni mezzo” della gente in Libia. Al momento del passaggio della risoluzione la folla di Bengasi era esplosa in un boato di gioia e liberazione, di sopravvivenza.
Per fortuna. È successo. Una volta tanto l’umanità, il mondo, ha dimostrato di essere un qualcosa di bello.
Ma poteva anche non succedere. E c’è anche chi non voleva che succedesse, oggi più di ieri, come se tutti si fossero dimenticati di quella gente, a Bengasi, sul punto di essere trucidata. Chissà se se lo domandano: e se non fosse successo?
Ora staremmo piangendo un massacro di proporzioni enormi. La più longeva dittatura del mondo sarebbe ancora lì, a seviziare degli esseri umani. E ci staremmo lamentando del cinismo dell’Occidente, giustamente, che per non turbare uno Stato integrato nel mercato petrolifero come la Libia di Gheddafi, aveva permesso un’altra carneficina. D’altronde – come poteva essere diversamente? – un intervento in Libia avrebbe portato al crollo dei profitti di tutte le compagnie petrolifere europee. Tanti di noi, io fra questi, si sarebbero vergognati ancora una volta di far parte della specie umana, come in Ruanda, come in Darfur.
E invece è successo. In Libia ora scrivono “grazie di tutto, che Dio vi benedica”. Loro non possono non domandarselo, quello che sarebbe successo.



