Il chiasso emotivo

Esattamente un anno fa ho incontrato per la prima volta Andrea Zanni. Per coincidenza, quello diventò un giorno molto importante per la ragione ovvia che capirete, ma anche perché Andrea mi insegnò qualcosa su di me.

In quindici anni di relazione “su internet” ci eravamo scritti, parlati, affrontati, consigliati e tutte le cose che fanno due amici. Avevamo frequentato gli stessi angoli del mondo, in tempi diversi, e fatto dei piccoli progetti assieme. C’eravamo anche spericolatamente esposti le rispettive emotività nonostante (o forse anche perché) non ci conoscessimo _bene_.

Ci sono questi rapporti, con persone lontane, che pensi siano di grande stima, ma poi ci ripensi e sono anche di grande affetto. Con Andrea c’era anche un’altra cosa. Che nelle poche lunghe telefonate che c’eravamo fatti negli anni, ci eravamo un po’ ritrovati, ritrovati a pensarci simili, una somiglianza interiore, su come reagiamo alla vita e al mondo che non va nel verso giusto.

Eppure io Andrea, in tutto quel tempo, non l’avevo mai visto. E, un anno fa, il 19 luglio, c’eravamo incastrati per vederci per la prima volta. Io atterravo a Bologna, lui ci passava. Avevamo deciso di incontrarci alla stazione per un’oretta prima che entrambi andassimo nelle rispettive direzioni.

Io venivo da Skopje, dove erano tre mesi che stavamo facendo la guerra, la guerra feroce, per farci ridare il corpo di Fatmata, dopo che l’avevano ammazzata. Fra richieste di corruzione, minacce, giri di ambasciate, efficienza, malvagità, razzismi, e tante delle cose più emotivamente sfiancanti che mi sia mai capitato di combattere. Era stata una battaglia quotidiana, rozza, e io avevo preso questo volo per Bologna, per un impegno che avevo da tempo, all’ultimo giorno possibile. Speravo che per quel giovedì 20 luglio tutto sarebbe stato finito e risolto, che il corpo di Fatmata sarebbe partito, e io l’avrei raggiunto a Istanbul per accompagnarlo in Sierra Leone.

Purtroppo, in questa faccenda, ero io a dover fare tante cose. Un po’ perché sono quello che parla italiano (sì, siamo passati attraverso un consolato in Italia), e sono il rappresentante legale di Second Tree, cosa che in qualunque inferno burocratico conta stupidamente tanto. E poi c’era Abu Bakar che non poteva andare al funerale. Se fosse andato, non l’avrebbero fatto ritornare per il processo per l’uccisione della moglie, e lui voleva esserci. Quindi aveva chiesto a uno di noi di andare. Del team di Second Tree eravamo in tre a conoscere bene la famiglia, e le altre due persone non se la sentivano di accompagnare il corpo di Fatmata.

Arriva quel giorno, in cui devo partire per Bologna, e di tutti i certificati, le verifiche, i lasciapassare diplomatici, le approvazioni dei ministeri, ne mancavano ancora 3. Su una quarantina, che dovevamo ottenere, ne mancano ancora tre. Faccio diversi giri per altri uffici, in extremis. Risolviamo le ultime due cose. Ne manca una, accidenti. Manca ancora quel dannato certificato che dice che il corpo non ha malattie per lo Stato serbo (perché né quello macedone, né il fatto che sia stata fatta l’autopsia che lo dice vanno bene). Eppure tutto era pronto, continuano a ritardarlo perché non gli abbiamo pagato la mazzetta. Vado all’aeroporto, faccio l’ultimo giro di telefonate. Non c’è ancora il via libera. Devo montare sull’aereo. Spengo il telefono. In volo convivo con questa angoscia, che mi rincorre ogni volta che provo a pensare a qualcos’altro. È un volo breve, riaccendo il telefono. Leggo. È andata. L’ultima cosa è andata. Oddio, ce l’abbiamo fatta. Chiamo Abu. Chiamo l’agenzia funebre in Serbia. Scrivo a quella in Sierra Leone. Chiamo Aaron e Caroline, che accompagneranno il corpo alla frontiera assieme ad Abu. Intanto scendo dall’aereo. Scrivo al consolato. Chiamo Bintia e parlo con la famiglia: è andata, Fatmata tornerà a casa. Cerco di coordinare tutto quello che dovrà succedere senza di me. Chiamo o scrivo alle tante persone buone che ci hanno aiutato. Sto prendendo il trenino dall’aeroporto alla stazione. Faccio di nuovo mente locale. Mi sono dimenticato qualcosa? Ah, accidenti, devo chiamare l’istituto forense. Ah no, l’ho fatto. E la fattura per il trasporto? Niente, a quello ci pensa Carolina, non c’è bisogno che controlli. Controllo lo stesso. Non c’era bisogno. Richiamo Abu. Intanto sono arrivato alla stazione, dove devo incontrare Andrea, per la prima volta, in quindici anni. Non c’ho pensato per un secondo. Attacco il telefono con Abu, l’ultima cosa che gli chiedo è “how do you feel?”, come ti senti? Lui mi risponde, mi dice delle cose che so. Poi mi chiede. E tu, come stai? Io gli dico: “guarda, sono arrivato, devo incontrare un amico. Devo andare. Ti chiamo dopo”.

È Andrea che mi chiede come sto, dopo che l’ho abbracciato. Io rispondo che non lo so. Mi dice delle cose, dolci probabilmente. Sa cosa è successo. Io, però non sono lì con lui. Mi dice delle altre cose. Rispondo. Non sto capendo molto, ci sono tutti quei mesi in testa, e quel corpo che ho visto all’obitorio che finalmente tornerà a casa. Andiamo a prenderci una birra, ma io non sono lì, evidentemente. Andrea continua a dirmi cose, è chiaro che mi vuole bene. Ma a parte quello non mi ricordo nulla. A un certo momento, in un flash di lucidità, scuoto la testa, lo guardo, gli dico “Andrea, scusa, non sto sentendo nulla di quello che stai dicendo”. Poi mi alzo. Lui si alza. Lo abbraccio. Scoppio a piangere nel suo abbraccio. Non so quanto piango. 30 secondi? Un minuto? due minuti? Cinque minuti? Non me ne rendo conto. Quei mesi di odio per l’odio del mondo si sciolgono in quelle lacrime.

Quella sera Andrea mi dice: sai, Giovanni, in quel momento io ho capito una cosa. Che a un certo punto della nostra vita, noi due, che siamo così emotivamente simili, abbiamo deciso di prendere due strade diverse e opposte, entrambi per spirito di sopravvivenza. Io ho deciso di chiudere fuori l’emotività altrui, forse anche un po’ la mia, e soprattutto la sofferenza del mondo; tu invece hai deciso di accoglierla, tutta, di prendere quella che tu chiami la tua “emotività ipertrofica” e farne la chiave di tutto. Tu Giovanni, sei proprio come ti pensavo, ma a questa cosa non c’avevo pensato: che il tuo tratto distintivo e riconoscibile, questa sensibilità, ma più precisamente quella paura che tu non hai e altri hanno del sentire, è il tuo filtro per stare al mondo. Hai reso la tua disponibilità-ai-sentimenti-di-tutti, e il frastuono emotivo che ne deriva, il modo per sommergere, coprire e assordare, quel dolore.

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