Laura

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Ieri sera è stata una bella serata. Ero andato in pizzeria con un amico, e mi avevano detto che c’era da aspettare dieci minuti, così ci siamo messi su di una panchina lì accanto. È arrivata Laura, e m’ha riconosciuto. Non solo, mi ha anche salutato calorosamente, e così ha salutato il mio amico.

Laura era una delle donne che erano ospitate al tendone dei barboni (senzatetto, per me, è un po’ come “operatore ecologico”) organizzato – durante i mesi freddi – dalla Protezione Civile, nel quale ho lavorato, fra le mie varie peregrinazioni, appena prima della partenza per la Palestina. Sono stati 5 mesi intensissimi e che mi hanno segnato, nel modo più sentito. Una volta mi deciderò a mettere quei pensieri in ordine, e raccontarli. Di certo ho imparato il valore sacrale della riduzione del danno: lì pochissime persone riuscivano a uscire dalla condizione di barboni, si contavano sulle dita di una mano quelli ai quali si riusciva a costruire un “progetto” (si chiamava così l’inserimento in un contesto lavorativo), perciò per moltissimi l’obiettivo più ambizioso era – detto brutalmente – farli sopravvivere all’inverno.

Perciò quando capito per Termini butto un occhio per vedere se riconosco qualche faccia conosciuta, se non altro per sapere che sono ancora vivi. E capita di incrociare qualche sguardo, anche senza dirsi nulla. Potete immaginare la gioia quando Laura – senza neanche un cartone di vino in mano! – è venuta a raccontarmi che ora lavora come babysitter di alcune bambine, che dorme lì nella casa dove lavora e quando ha il giorno libero va a dormire da un’amica (si vede che non ha detto ai suoi nuovi datori di lavoro che una casa non ce l’ha), che è felice e che vuole un sacco bene a quei due bambini, e soprattutto che gliene vogliono a lei.

Davvero una nota lieta.

9 risposte a “Laura”

  1. “…e soprattutto che gliene vogliono a lei”.
    Giovanni, mi hai commosso un po’ (tanto).
    Adoro come scrivi, stavolta non mi faccio scappare l’occasione per dirtelo.

  2. @ questavita:
    A me dà fastidio che i razzisti ci freghino le parole, che sia per dire operatore ecologico o per dire “di colore”.

    Anzi, come dicevo, bisogna fregare le parole ai razzisti e anestetizzarle Рcio̬ fare il procedimento opposto: vale per frocio, per negro, e anche per barbone.

    Nel mio piccolo ci provo.

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