Parlo con chiunque, venerdì

Che sarebbe domani. Alla fine sono andato alla questura centrale e mi hanno spiegato che è abbastanza facile avere il permesso per mettere due sedie e parlare con chiunque di qualunque cosa, ma il problema è che spessissimo le piazze del centro sono occupate da varî tipi di manifestazioni, ultimamente c’è il Carnevale di Roma ed è tutto occupato da e per due settimane.

Così ho deciso che il posto migliore, dove avrebbero fatto meno problemi, fosse l’università: lì son sicuramente più tolleranti, e di spazio ce n’è a volontà. Ho pensato di andare al pratone della Sapienza e di andarci verso l’ora di pranzo, le 13.00 o giù di lì così da poter approfittare del pallido sole invernale, e comunque rimanere per un po’, magari finché fa buio. Ho pensato che fosse meglio domani perché il venerdì mi sembra un giorno buono per la frequentazione dell’università, e non dovrebbe piovere.

Mi ha contattato un giornalista del TG1 che sta facendo un servizio su questo tipo di iniziative. Effettivamente non so se ci sia un “tipo”, so che faranno lo stesso per “Free hugs”, quelli che abbracciano gratis, gli uomini libro, quelli che leggono i libri alla gente, e così via. Mi ha chiesto se può venire a registrare qualche immagine anche della cosa che farò io. Io ho pensato che non ci sia nulla di male a riprendere quello che faccio, se lo faccio. Qualcuno dirà che riprendere con le telecamere snatura l’iniziativa. Forse ha ragione, ma forse no. In ogni caso non credo che staranno molto.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

from: V. Fantechi
to: G. Fontana
date: Tue, Feb 9, 2010 at 1:01 PM
subject: rettifica

Ti chiedo una rettifica sul blog così concepita. – mia nonna mi chiede di pubblicare questa rettifica: «nonno Vittorio mi avrebbe apprezzato ed amato moltissimo perchè era capace di riconoscere il buono anche laddove certi atteggiamenti e qualche idea non collimassero con i suoi. L’aver rinnegato senza ripensamenti la sua infatuazione giovanile per Mussolini lo dimostra. Mi ha anche, come previsto, precisato che l’albero non era il nespolo ma era ed è il noce, risaputamente lento a crescere e fruttificare, e molto longevo».

Posso parlare?

Ma se io alla prima domenica di sole volessi tornare, per un’altra volta, a parlare con chiunque di qualunque cosa, perché mi diverto e per vedere l’effetto che fa, c’è qualcuno che sa come potrei avere l’autorizzazione dal comune per stare lì senza rischiare di essere cacciato dalla polizia come l’altra volta?

Sia Luca Pioli che Giulio B mi avevano detto che bastava equipararlo a una fittizia iniziativa politica e che non ci sarebbero stati problemi, però, invece – quando gli ho chiesto meglio – dopo essersi informati meglio mi hanno spiegato che non è così facile.

Qualcuno sa come aiutarmi?

Momenti che rovinano un’infanzia

Visto che siamo in tema di malattie letterarie racconto una cosa: c’è una regola assurda, che sanno (e interessa) solo ai fissati come me, per la quale in italiano “da solo” si dovrebbe pronunciare dassolo. Esattamente come davvero si pronuncia davvero, o va bene, attaccato si pronuncia vabbene.
Lo so, è una regola per ostinati intestarditi nerd al cubo, ma c’è chi le va dietro. Fra questi va dietro ci sono io.
(per chi volesse entrare nel club si chiama “raddoppiamento fonosintattico”)
Nessuno ci fa più caso, e da quando è nata Mediaset, o Fininvest, e quindi il centro linguistico si è un po’ spostato a Milano l’attenzione per queste cose – che a Milano sono tutte sballate (e difatti lì pronunciano vabene e non vabbene), quindi insomma – è stata completamente cancellata. Più che una battaglia coi mulini a vento è una non battaglia, perché è talmente già persa che è davvero raro che – perfino i rompipalle come me – facciano riferimento a questa cosa.

Però c’è un fatto che mi porto dentro da quando ero bambino e che ha turbato la mia crescita: alle elementari quando dicevo dassolo – a quel tempo lo facevo senza consapevolezza, e dicevo anche “te” al posto di “tu” – gli altri bambini mi prendevano in giro un sacco. Io dicevo loro che avevo ragione, però – a Roma – ero in drammatica minoranza. C’era un mio compagno delle elementari a cui ero affezionato, si chiamava Filippo Lupi, non lo sento da più di dieci anni, che con amorevole piglio ogni volta provava a aiutarmi a dire dasolo, e io gli dicevo «non ci riesco» (te lo confesso, Filippo, mentivo!).

Alla fine me n’ero quasi convinto pure io di stare sbagliando, ma il dramma violento avvenne quando in un tragitto da scuola a scuola calcio, in macchina con un mio compagno di classe, Fabio Pizzino, questi mi chiese «perché dici dassolo invece di dasolo?». Al che io, con la sicumera senza argomenti del bambino di 7 anni, risposi: «perché si dice dassolo». Ecco, in quell’istante la madre  di Fabio disse: «no, si dice da solo». Il momento più drammatico della mia infanzia. In quell’attimo tutte le mie certezze crollarono, e la mia bambinezza si avviò verso una cupa adolescenza senza più la gioia del sapere che tutto quel che dicevo era giusto.

Quando, all’università, ho scoperto che – invece – è giust dire dassolo, la mia testa è subito volata a quell’incontro lì: andrei a casa Pizzino – se abitano ancora dove abitavano tanti anni fa, e ci facevano i Nutella Party – alle 3 di notte a citofonare e urlare nel citofono «hai capito??? Si dice dassolo! Si dice dassolo! Avevo ragione io!!!», rapirei tutti i componenti della famiglia fino a quando la madre non rilasciasse un comunicato a tutte le agenzie di stampa che reciti “aveva ragione lui. Si dice dassolo». Cancellerei tutte le scritte ioettetremetrisopralcielo di cui è segnato il tracciato dalla loro casa a lavoro per scriverci solo “da solo” “da solo” “da solo”, per dieci chilometri e senza soluzione di continuità.

Sapete che c’è, una volta lo faccio davvero, senza rapimenti però: vado lì, all’ora del tè, citofono. Ciao sono Giovanni Fontana, sì, quel Giovanni Fontana, no ecco, sì è tanto tempo. Lo so. Ecco sì, volevo salire. Oh ciao non siete cambiati per nulla, ecco, sì, che piacere vedervi, che faccio nella vita? No, cioè sì, sentite io sono venuto, ecco, per dirvi una cosa. Per me è una cosa davvero importante, sì dunque: quella volta avevo ragione io. Ecco, l’ho detto. Ci vediamo fra altri dieci anni. Ciao, statemi bene.

Assaggiare la benzina

Io mi son sempre chiesto, fin da bambino, come sia assaggiare la benzina. Quell’odore buonissimo, come solo quello delle cantine vuote, che veniva voglia di assaggiarlo (e la benzina potresti, almeno in teoria, effettivamente assaggiarla, mentre “il vuoto” è più difficile da assaggiare, se non sei Montale).

Ecco, mia sorella mi ha fatto assaggiare il caffè francese: è disgustoso, e ha un retrogusto di idrocarburo ammuffito. Secondo me ha lo stesso sapore di una tanica di benzina bevuta alla goccia.

Concorso: rispondi all’amica dei tuoi sogni!

Questa è bella.

Vi sarà capitato, al tempo in cui esistevano quei marchignegni chiamati telefoni, che qualcuno vi chiamasse e dicesse: «ma chi è che parla?». Classico, esistevano queste persone: hai chiamato tu il MIO numero, dimmelo tu chi sei!

Ecco, mi è successo l’equivalente col blog. Dunque, nella colonna qui a sinistra c’è un servizio, al quale sono abbonate una sessantina di persone, con cui si può iscrivere al mio blog ricevendo i miei post per email e non con il feed reader. Il fatto è che perché le mail contenenti le cose che ho scritto sul blog quel giorno arrivino c’è bisongo di due passaggi: nel primo si mette la propria mail e si inserisce un codice, nel secondo si clicca su un link contenuto nella mail per confermare al sistema che è stato proprio quell’indirizzo a iscriversi (altrimenti io potrei prendere l’indirizzo mail di Obama, e iscriverlo al mio blog).

Se uno non conferma la mail, gli aggiornamenti non arrivano. Così ogni due o tre mesi per fare un po’ di pulizia vado a controllare se c’è qualcuno che non ha “verificato” (si dice così in inglese) il proprio indirizzo mail e cancellarlo dalla lista (perché tanto fino a quel momento non avrà ricevuto nulla). Di solito mando loro un’email avvertendoli della cancellazione.

Qualche giorno fa mi è successa una cosa strepitosa: vado a controllare e ci sono 4 persone che si erano iscritte al blog e  non hanno verificato l’indirizzo; mando l’email di cancellazione a tutte, e le cancello. Dopo qualche giorno mi arriva un’email di risposta che mi chiede:

intanto volevo chiedertui chi sei perchè io non so se sei giovanni della mia classe o un’altro (sic) giovanni

ciao

rispondimi prestissimo entro le sei e mezza

Io guardo l’indirizzo email di questa persona, e ne deduco nome e cognome: faccio mente locale e mi rendo conto che no, non sono mai stato in classe con nessuna ragazza con quel nome e cognome.
Allora, complice il fatto che non avevo fatto a tempo a rispondere entro la sua perentoria scadenza le rispondo:

Purtroppo ho letto solo ora, comunque non stavo in classe con nessuna xxxx yyyyy.

La sua risposta si fa attendere un po’, ma poi giunge inesorabile:

Allora chi sei?

Come chi sono?!? Ti sei iscritta al mio blog, dove c’è scritto il mio nome e cognome, presumibilmente avrai letto qualcosa di ciò che scrivo, e chiedi a me chi sono? Ma chi sei tu!

È indetto il concorso che scadrà fra 48h: cosa risponderle?

  • Il giovane Holden.
  • Bond. James Bond.
  • Uno a cui piace la Schweppes.
  • L’amika del tuo fida.
  • Vorrei tanto saperlo anch’io: ti prego, aiutami a trovare me stesso.
  • Vanna Marchi.
  • E va bene. Mi hai scoperto.
  • Free Willy.
  • Napoletone.
  • Madonna.
  • La Madonna.
  • Taribo West.
  • Marco Rossi (ne conoscerà uno)
  • Il Prof. Rossi. (più rischioso, ma ghiotto)
  • updating
  • Il simpa della compa
  • Stanislao Moulinsky
  • Ettore Majorana
  • Ma dai certo che sono io il Giovanni della tua classe come hai fatto a non riconoscermi? ti volevo dire che vado a vivere in Australia e sto organizzando una rimpatriata con tutti, per te va bene? sei rimasta in contatto con qualcuno, così mi aiuti a fare le telefonate?
  • Chi ti piacerebbe che fossi?
  • Dai che lo sai, non far finta.
  • Il lato oscuro della Forza
  • A volte non riusciamo a fidarci memmeno di chi abbiamo vicino da sempre.
  • Kaspar Hauser
  • Altre proposte nei commenti (provvedo ad aggiornare il post)

Un bambino felice

Lo so che per moltissimi di voi questo evento non ha alcun significato, e faticate anche a dargliene uno. Ma oggi è successa una cosa che ha dato un senso alla mia vita, quantomeno alla mia vita su Facebook:

abdujaparov

Condor!

Sarà che un commiato è patetico per forza, o che io non so più scrivere?

Io sono angosciato da una cosa, ed è una cosa che mi tormenta: perdere tempo. Intendiamoci: la concezione che ho io dello sciupare il tempo è molto peculiare – ad esempio giocare a Pro Evolution Soccer con gli amici non è, nei fatti, perdere tempo (mentre giocarci da solo un po’ sì).

Una cosa che, invece, fa perdere tantissimo tempo sono i tragitti. I tragitti, questi sabotatori. Non lo sopporto proprio, pensare di spendere un’ora – ogni giorno – solo nei tragitti è una cosa che mi fa imbufalire, penso sempre ai mille usi che potrei farne, meglio (tipo giocare a PES).
E siccome ho sempre abitato lontanissimo dal centro, a Roma, e quindi ogni giorno è un travaglio: allora ho cercato di escogitare un dispositivo, fin da quando ero al liceo. Quello a cui sono venuto a capo, negli anni, è questo: tutti giorni mi carico il lettore cd/mp3/ipod con un corso di qualche lingua o delle conferenze interessanti – così mi sembra di perdere, meno, quei minuti –  e con Condor.

Ci sono questi corsi audio di lingua: ascolti, parli, ripeti. Non fanno granché, ma ogni volta che vado da qualche parte imparo qualcosina di francese, arabo, o due parole di altre lingue astruse. Invece, al ritorno, Condor.
Condor è una trasmissione che va in onda su Radio 2, e la conducono Luca Sofri e Matteo Bordone. Per l’occasione facciamo uno strappo alla regola aurea che mi son dato – non riferirsi solo col nome, a uno a cui non diresti “stronzo” senza imbarazzo – e li chiameremo Luca e Matteo.

Luca racconta dell’attualità sempre nel modo divertente e azzeccato, e Matteo riesce ogni volta a trovare il capriccio giusto per prenderlo in giro in qualche modo. È uno spasso. Raccontano un sacco di cose interessanti, e – ve lo confesso – qualche volta nelle chiacchiere con gli amici l’ho spacciate per mie: e tutti pensavano “ah, quante notizie interessanti trova Giovanni”, e in realtà l’avevano trovate loro.

Quindi io, da qualche anno, al ritorno da qualunque parte ascolto una bella puntata di Condor. Ogni tanto poi, non ditelo alla mia coscienza, faccio uno strappo alla regola e mi vizio: ne ascolto due, sia all’andata che al ritorno, e chissenefrega di imparare lingue!
Non è che pensi che ascoltare la trasmissione contribuisca alla mia crescita, o altre cose così trombone (ma un po’ sì), cioè diciamo che è un modo per perdere il tempo che perderei, ma meglio.

Insomma, è una mia vera fissazione, come altre – le capitali, la dizione, il ciclismo – ma meno pubblicizzata. Son pochi a saperne la portata, forse perché me ne vergogno un po’: dal Condor 2.0, da quando c’è anche Matteo ho ascoltato TUTTE le puntate, non ne ho persa neanche una. Magari le ascolto con due settimane di ritardo, ma le ascolto sempre. Mica lo so se c’è uno maniaco come me, su ‘sta cosa.

E poi a me, oh sarà che è solo a me, fa ridere tantissimo. Matteo che fa Elvio – chissà, perché mi assomiglia? – mi fa scoppiare in risate grasse. E un po’ in tutte le puntate c’è qualcosa che non mi fa mica sogghignare, ma proprio ridere come nessuno può non notare. Mi ricordo che, in Palestina, era un problema. Perché magari mi succedeva durante le file ai check-point, e la gente pensava che ridessi di loro: quasi nessuno ascolta con le cuffiette, e  tutti dànno per scontato che sia musica.

E perché, allora, lo racconto ora? Perché lo chiudono. Essì. Questa è l’ultima settimana in cui va in onda. Quindi, ecco: ascoltatelo. Condor ha anche un blog, ma il mio consiglio è di ascoltarlo. Così da sapere cosa ci perdiamo.
Dice che fa pochi ascolti, che lo seguono poche donne, ed è un po’ snob. Poi ci son quegli altri, di cui mi fido di più, che dicono che non è vero. Boh.
Non ho mica difficoltà a credere che alla gente piacciano cose diverse da quelle che piacciono a me, anzi, che il mio senso dell’umorismo resti isolato dalla comunità umana mi è noto.

Però, ecco. Funziona proprio bene! Come fa l’universo a non rendersene conto? Mi ricordo che per un certo periodo di tempo ho pensato che quello che volevo fare da grande era Condor: cercare le notizie dal mondo, e raccontarle mentre mi diverto. Meglio del collaudatore di materassi!
Poi mi son reso conto che, proprio, non sarei stato in grado. Quella mezza dozzina di volte che ho dato una mano alla trasmissione su Radio Radicale l’ho capito – alla fine di ogni puntata pensavo: «Che fetecchia che sono. Cavolo, sono troppo più bravi di me».

Dice, e allora protestiamo! Ma come? Qualche tempo fa ho rotto il mio fioretto anti-gruppi su facebook, e mi sono pigramente iscritto qui. Magari se domani 56 milioni di persone scaricano il podcast non lo tolgono, ma la vedo dura.

Accidenti quanto l’ho fatta lunga. La posso dire una cosa smancerosa? Dài, la dico: io son sicuro che fra vent’anni dirò «ti ricordi quando ascoltavamo Condor?!?» proprio con la nostalgia dei vecchi.
Vabbè, niente, lo tolgono. E quindi da gennaio sarò senza Condor. Quasi v’invidio, che non l’avete mai sentito, e potete ascoltare tutte le puntate arretrate.

Chissà, sarà la volta buona che riesco a perdere tempo per davvero.

E tutti gli altri: Valeria Grandi la nostra redazione, Ilaria Mazzarotta la regia, Massimo Piffa Piffaretti (William Castiglioni) il nostro tecnico
E tutti gli altri: "Ilaria Mazzarotta la nostra redazione, Valeria Grandi la regia, Massimo 'Piffa' Piffaretti/William Castiglioni il nostro tecnico"

Bene a farsi

Avevo promesso un racconto della serata a Città di Castello, all’associazione Il Fondino, che aveva invitato me, e le altre persone di cui racconterò a parlare delle nostre iniziative. L’evento – che si chiamava “bene a sapersi” – aveva ospitato delle lectio poco magistralis, e anzi molto presenti e vive, di Ettore Scola e Vincenzo Cerami; per l’occasione aveva cambiato il nome in “bene a farsi”, che già come titolo era – come dire – ben fatto.

Intanto che bravi, i ragazzi che hanno organizzato tutto: non è facile trovare tanta gente così bella, così spigliata, così operosa. E diciamocelo, anche così cazzona. Evviva!

Cosa ho fatto io? Ho raccontato della scemata di Piazza del Popolo, cercando di spiegare perché la trovassi la cosa più naturale del mondo. Poi, introdotta dal mio proposito per l’anno nuovo – che sarebbe quello di fare il “testimone che Geova non c’è”, ovvero andare a casa dei testimoni di Geova la domenica mattina con la Bibbia sottolineata da me e i libri di Russel, Dawkins, Hitchens, Harris per convincerli che Dio non esiste – ho fatto una bella, e sentita, apologia del proselitismo.
Perché quello che voglio fare, di andare dai testimoni di Geova per convertirli, non è mica una vendetta: è il riconoscimento che hanno ragione loro! Che la loro spinta, la loro decisione di voler portare gli altri a fare del bene è altruista. Solo che la risposta è dentro di loro, epperò è sbagliata.

Era stato chiesto, a ciascuno di noi, di esprimere un pensiero a chiosa della nostra esperienza: il mio è stato questo. Tutti mi avevano fatto i complimenti per come avevo saputo ascoltare le persone: ecco, ascoltare le persone è una cosa facile, invece la cosa eccezionale di quella giornata era stata che le persone volevano sentire il mio parere, e volevano darmi il loro. Cioè, in una parola, volevano convincermi della bontà delle loro ragioni, che è la cosa più altruista che c’è.

Ho spiegato che l’idea per cui la propria idea sia degna, e sensata, e fedele, solo se rimane immutabile e inintaccabile dalle opinioni altrui, e che chi cambia idea sia una traditore, è un’idea sciocca e che non contribuisce al progresso dell’umanità. Che cercare di convincere gli altri, e volere che gli altri convincano te, è l’unico dispositivo che abbiamo per progredire, a poco a poco, tutti. E che, se gli altri non avessero cercato – nel tempo – di convincermi delle loro idee, ora sarei una persona molto peggiore di quello che sono.

Insomma ho fatto il saltimbanco, al cospetto e come intermezzo di tante cose più belle e strutturate.
Quello mi riesce bene ogni volta, comunque, e come mi diceva sempre un caro amico: in tutta la corte, il giullare era l’unico che poteva insultare il re.

Siccome ho già scritto troppo, gli altri tre partecipanti, e le loro idee, le racconto in un altro post.
Uno per ciascuna idea, ché se lo meritano!

Oh

Ma qui c’è tanta gente seria che fa tante cose belle!

Domani vi racconto.