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Ci sono quelli che come homepage hanno la propria email, e quelli che hanno un sito di notizie. Per i secondi è facile, da oggi ci mettete http://www.ilpost.it/ e siete a posto. Se poi volete vedere qualche boxino morboso c’è sempre Repubblica.it.
Per i primi è un po’ più complicato. Bisogna abituare il proprio cervello – che è molto meno sveglio del computer – ad acquisire il tic di andare su un’altra pagina per sapere se è successo qualcosa di interessante nel mondo.

Quindi sì, ecco, è nato un nuovo giornale. Però solo online. Si chiama Il Post. Lo fanno tre persone, lui lui e lui (ma in redazione ci sono anche tre “lei”), che sono al top del mio feedreader. Di quelli che, insomma, trovano sempre le cose che ci sono da sapere in giro per il mondo, e che ti viene sempre da pensare: cavolo, sicuramente avrà letto qualche articolo interessante e non l’ha messo sul blog. Ecco, ora non potranno farlo più, perché ci devono fare un giornale sopra, su quelle cose lì.

Ancora più sollevante, si impegneranno al massimo per non metterci cose inutili. Insomma, il concetto che dovrebbe passare è: se voi leggete Il Post, sapete tutto quello che c’è da sapere, e non sapete molto di ciò che è inutile sapere, tipo, ecco sì “ira degli animalisti: maltratta il gatto su twitter”, leggo ora altrove.

Se ci cliccate sopra, andate a vedere com’è:

Ah, a latere delle notizie ci saranno anche diversi blog, tenuti da persone che vale la pena di leggere: in particolare, devo dire, che questo Professor Du Lac che tiene un Corso di Alfabetizzazione Sentimentale Obbligatoria mi sconfinfera un sacco.

Sono una celebrità!

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Ho scoperto di avere un fake su Facebook! Non è il mio profilo. È uno che ha preso la mia foto, ha creato un account col mio nome e cognome e chissà che ci fa. Però dice di essere sposato, e ci tiene a specificare che gli “piacciono le donne”.

Anzi, c’è mica uno di voi che vuole chiedergli l’amicizia per vedere cosa combina? (il mio vero account di Facebook è questo, ma non lo uso molto, salvo aver impostato il caricamento automatico dei miei post sul blog e su Friendfeed)

Fare qualcosa: obiezione di coscienza all’obiezione di coscienza?

Questa faccenda della farmacia sull’Isola Tiberina che non vende profilattici per «motivi religiosi» mi fa proprio andare fuori dai gangheri. Perché punta su quel concetto peloso di obiezione di coscienza che ebbi già modo di contestare, sia in un’ottica esterna alla questione (allora io faccio obiezione di coscienza ai divieti di sosta!) sia in un’ottica – e più mi preme – interna (se pensi che qualcosa sia sbagliato dovresti cercare di convincere gli altri: il fatto che tu, personalmente, non pratichi la tal cosa dovrebbe essere davvero irrilevante per la tua, vera, coscienza del mondo).

Ho pensato che bisogna fare qualcosa. Chessò, la prima cosa venutami in mente è andare lì martedì (edit: facciamo a fine settimana) – è il primo feriale che viene – mettersi davanti alla farmacia e dire a tutti coloro che stanno entrando: «sa che questa farmacia non vende profilattici per motivi religiosi? È ancora sicuro di volere comprare qui? O vuole fare obiezione di coscienza anche lei?».

Senza nessun tipo di coercizione: chi vuole entrare ugualmente, o ha bisogno di una medicina, deve poterlo fare, e ci mancherebbe. Ma solo per spiegare a chi pensa di fare acquisti lì qual è la posizione di quei farmacisti sui profilattici: ovvero che è più importante la loro untuosa concezione del sesso, rispetto alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Che conta di più tenere pulita la propria coscienza, che rendere un servizio sanitario ai cittadini. Hai visto mai che qualche cittadino, saputolo, voglia fare obiezione di coscienza all’obiezione di coscienza.

Che ne pensate? Magari se si è più d’uno ci si può dare dei cambi, o si può portare una videocamera qualora venisse fuori qualcosa di divertente da mettere poi sul blog. Insomma, se qualcuno ha qualche idea, sviluppiamola assieme.

Attacchini, io vi odio!

Io li odio, li odio con tutta la parte più a pelle di me.

Non c’è possibilità di sfuggirne, girando per Roma: in un pomeriggio ne avrò visti quattro o cinque, indisturbati, quasi indolenti, lì a ricoprire carta di altra carta. Ci sono alcuni posti dove c’è uno spessore di cartacce sovrapposte di qualcosa come mezzo metro. Non esagero. Attaccheranno dieci manifesti, uno sopra all’altro, ogni giorno. C’è un ricambio in tempo reale, nel corso delle ore.

Ieri dovevo sbrigare varie commissioni e ho praticamente girato tutta Roma, e a ogni quartiere in cui passavo – a ogni isolato di più – sentivo montare dentro di me un malessere che poi diventava rabbia e odio mirato. Mirato proprio a voi, attacchini di manifesti abusivi.

Lo so che il bersaglio grosso non siete voi, che quel qualcuno che vi paga per farlo è probabilmente peggiore di voi, che ci sono – in fondo – centinaia di lavori più disonesti, e che probabilmente siete dei poveracci che non avete trovato altro da fare per campare. Però ci deve essere un punto oltre il quale uno risponde delle proprie azioni, una misura di responsabilità individuale che distingue chi sarebbe disposto a farlo e chi no. Voi sì, e quindi – qui – me la prendo con voi.

Vi ho visto, più di una volta: la vostra macchinina col bagagliaio aperto, le quattro frecce, uno spazzolone e un secchio blu, invariabilmente blu (prendetelo verde, o viola, una buona volta! Non avete manco la fantasia di cambiare il colore del secchio!). Lì ad attaccare in qualunque più recondito anfratto, in ogni angolo a metri e metri di altezza, dei pezzacci di carta collosa. Non ho parlato dell’ambiente, di tutta la carta sprecata. Di tutta la fatica enorme che bisogna fare per togliere una cosa che impiegate cinque secondi a incollare. Ma non è solo questo.

No, io lo so perché vi odio così tanto: perché ogni volta che vi vedo scendere dalla vostra macchinina e, in pochi attimi, ricoprire una città di faccioni orrendi, senza neanche quella furtività che mostri che una abbozzata coscienza dello scempio che state facendo almeno la possedete, beh io mi sento impotente. E colpevole.

Sono in macchina, lì, e non so che fare. Devo escogitare qualcosa. Che faccio? Urlo: «smettetela!»?. Chiedo per favore di evitare? Al limite quelli si spostano di qualche metro e continuano, più lontano dal limite mi fanno una pernacchia. D’altra parte cosa? Chiamare la polizia? Per i manifesti? Magari sì, ma non verrebbero mai. Non ho proprio idea, però stare lì a guardare senza fare nulla mi lascia proprio un senso di connivenza. La prossima volta, ho pensato, faccio finta di fare una foto e vado via. Non che abbia nessun effetto eh, né che possa valere niente una foto del genere. Ma la prossima volta punto un cellulare, e faccio finta di far loro una fotografia, curandomi che loro mi vedano. Magari si mettono paura, magari pensano che – finalmente – c’è davvero qualcuno che sta cercando di intervenire. Chessò, almeno capiscono di non essere invisibili. Magari la volta successiva ci pensano qualche decimo di secondo di più, prima di rifarlo.

Che poi la cosa sarebbe facilissima. Nessuna tolleranza. Manifesto abusivo? Multa. Manifesto abusivo? Multa. Manifesto abusivo? Multa. Nient’altro da aggiungere? Niente multa. Provate a pensare cosa succederebbe se lo facesse un marchio. Provate a pensare un fenomeno di queste dimensioni al di fuori della politica, una pubblicità di qualunque altra cosa: se McDonald’s, per dire, tappezzasse muri, pareti, cartelloni, fermate dell’autobus, vetrine, con i propri manifesti? Finirebbero denunciati e multati fino al torsolo dell’ultimo manifesto incollato nell’angolo più remoto dell’abusività.

Invece se c’è di mezzo votantonio siamo tutti più tolleranti. Poi dice che c’è l’antipolitica.

Quando le rivoluzioni funzionavano

Ho scoperto una cosa che mi ha fatto felice. C’era un tempo in cui le rivoluzioni funzionavano! Un tempo in cui il sistema si poteva sovvertire, e le cose non sarebbero più state le stesse.

Era il tempo in cui andavo all’asilo. La mia scuola materna si chiamava Greenwood Garden: era un asilo in cui si parlava solo in inglese. Ovviamente moltissimi bambini non sapevano una parola d’inglese, e quindi c’era una notevole certa sulla questione. Però ogni volta che un bambino si esprimeva in italiano, le maestre – con tutta la loro dose di affabilità – lo invitavano a provare a farlo in inglese. Cosicché, poi, coloro che sapevano dire quelle due parole in inglese, ma non lo facevano, venivano rimproverati – sempre, ovviamente, con l’amorevolezza della maestra dell’asilo.

Soltanto che questi rimproveri facevano nascere, nei bambini, o almeno in quelli che conoscevo io, il gusto del proibito. Se parlare in italiano era vietato, allora c’era un certo fascino nell’andare contro quella legge! Così l’esprimersi, proditoriamente e non per incapacità, in italiano aveva assunto un connotato di sfida all’ordine costituito che generava l’ilarità di tutti i bambini.
A quel tempo io ero un capopopolo. Ora mi son perso, a 7 anni ero già vecchio: ma al tempo dell’asilo, ve lo dico, non ce n’era per nessuno. Un Martin Luther King in punta di ciuccio. Come direbbe un eroe di guerra: ne porto ancora le cicatrici (davvero!).

E insomma, il Greenwood Garden era una scuola bellissima: c’era un giardino stupendo, un sacco di eventi – già si festeggiava Halloween, sarà per quello che non sono diventato leghista! – e un cavallo di plastica rosso lunghissimo che è rimasto nell’immaginario di chiunque abbia frequentato quel posto.

Però c’era anche una regola terribile: dopo pranzo si doveva dormire. Venivano stesi dei tatami per terra e tutti i bambini erano costretti a fare un’ora e mezzo di sonno. Potete immaginare quanto per il vostro piccolo rivoluzionario quella costrizione fosse del tutto insopportabile. Così, insieme al mio compagno di lotte politiche Danilo, avevamo iniziato a fare la lotta all’ordine costituito. Sdraiati al buio da una parte all’altra del salone dove dormivamo, mentre tutti erano in silenzio, io davo il là: ad alta voce, in italiano, invocavo «NASOOOOO…», e dall’altra parte Danilo rispondeva «….con le CACCOLE!». C’erano le caccole, e c’era il parlare in italiano. Il massimo. Tutti i bambini si mettevano a ridere, e non dormivano per altri dieci minuti quando, a quel punto, e dopo un sonoro rimprovero, Danilo ripartiva: «Naso…» e io: «…con le caccole!».

L’operazione nasoconlecaccole era andata avanti per giorni e giorni, trascinando a quel punto anche altri bambini che si cimentavano nell’esclamazione dei dettagli di quella parte anatomica. Questo trattamento ci era valso – ovviamente, oltre alla valorosa ammirazione degli altri bimbi (nonché della mia fidanzatina, Molly) – delle sonore lavate di capo nella temutissima Stanza di Donna, la temutissima direttrice.
Ma la repressione dei poteri forti non levigò l’ardore ribelle dei vostri eroi che continuarono imperterriti a risvegliare le dormienti coscienze dei compagni di lotta al suon dei nasiconlecaccole, che dovettero arrendersi al progresso e promulgare un editto riparatore.

Qualche settimana dopo fu creato il “not sleeping group”, un manipolo di pioneri dell’avanzamento sociale a cui fu garantito il diritto a non stare un’ora e mezzo al buio senza dormire, ma ad andare a giocare in giardino. Avevo sempre pensato che quel provvedimento fosse durato un poco, finché c’erano questi scalmanati, e che poi fosse stato revocato come una carnevalesca parentesi libertaria appena il manipolo fosse uscito dall’asilo.

E invece. Invece ho scoperto l’altro giorno, incontrando un’amica più piccola che aveva frequentato la stessa materna, che anche due anni dopo c’era un not sleeping group, e che quell’opzione di scelta era stata, addirittura, istutozionalizzata.

Ora so che potrò dire di essere servito a qualcosa, in questo mondo.

Radio Contromano, reprise

Radio Contromano è sempre accesa

Sono entrato nell’account che avevo creato per Paolo, radiocontromano@gmail.com, e ho visto quanta roba gli è stata mandata in questi giorni! Ho visto anche che quasi tutte le email erano segnate come lette, e ciò significa che Paolo l’ha anche iniziate a scaricare e ascoltarsele.

L’ho anche sentito, brevemente, e mi ha detto che c’è un altro rischio, ora: che Paolo non torni indietro per stanchezza, ma per abbracciare ciascuno di coloro che gli hanno mandato dei raccontini, delle barzellette, delle filastrocche, e chissà cos’altro.

Ho anche dato un’occhiata alle prime che erano arrivate, e accidenti – che bello! Io avevo evitato di suggerire canzoni, un po’ perché sono meno personali, e un po’ perché – per motivi di sicurezza in strada – è meglio che Paolo usi sempre soltanto una cuffia.
Però, accidenti, anche quelli che hanno mandato delle canzoni, che bravi!
Le prime tre cose che sono arrivate erano due dei Sigur Ros – il mio gruppo straniero preferito – e di De Gregori – il mio cantante italiano preferito. Sembra fatto apposta! Di De Gregori Compagni di Viaggio, che tutti-certamente-sapranno-da-una-vita – questa la capiscono in due! – essere una specie di cover di Simple twist of fate. E poi i Sigur Ros.

Io sono uno strano, su ‘sta cosa. Io i concerti non li sopporto. Mi annoio: vedo ‘sta gente che canta, anche se mi piace, e mi domando «ma scusa, lo potevo sentire a casa senza tutto ‘sto casino?». E poi ai concerti si ascolta e basta, mentre io – con la musica – devo sempre fare qualcos’altro. Ecco, l’eccezione sono i Sigur Ros: son stato a tre concerti, e mi son piaciuti tutti (su un concerto in particolare, quello di Ferrara, ci sarebbe un sacco da raccontare).

Dei Sigur Ros non parlo più per quella specie di sciocco sentimento di rivalsa che dice: «l’ho scoperti prima io!». Poi, certo, c’è sempre uno che l’ha scoperti prima di te, ma io ricordo una delle prime estati degli anni 2000 andare in giro al mare a chiedere se la gente conosceva i Sigur Ros: così, per divertirsi, e un po’ per scommessa con un amico… che, alla fine, almenouno l’avrei trovato! Perché io c’ho un’altra fisima, non so perché, la prima volta che ascolto un disco non mi piace mai. Lo devo riascoltare e riascoltare, mi deve entrare nella testa e nel tempo, e allora mi piace. Agaetis byrjun è stato l’unico album che non ha seguito la trafila: al primo ascolto mi è subito piaciuto, mi ha folgorato. Così son stato tutta l’estate ad andare in giro a chiedere alla gente se conosceva i Sigur Ros, avrò chiesto a centinaia di persone, le fermavo per strada e chiedevo loro «non è che conosci i Sigur Ros?» no? «Male!». Di tutte le centinaia di persone soltanto una, mi ricordo che si chiamava Francesco: mi consigliò, allora, Finally we are no one dei Mùm. Ora i Sigur Ros li conoscono tutti – li copiano anche a Sanremo – son contento, e quindi non ne parlo più.

Oddio, una volta ne parlai: quando feci ai miei bambini in Palestina la lezione su Hoppipolla – proprio la canzone mandata a Paolo – con tanto di visita all’ospizio, e visione del video. Fu una bella giornata, quella. Una delle poche speranzose.

Vabbè, insomma, ho parlato di tutt’altro: era per ricordarvi – e ricordarlo a me – di continuare a mandare registrazioni, ché Cambridge è ancora lontana – ma ogni giorno un po’ meno.

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Incontro con una leghista

Qualche sera fa ho fatto un incontro particolare. Sapete? Ho sempre pensato che qualunque partito, anche i più lontani dalle mie idee, avessero qualche buon motivo per essere votati. Questo non voleva dire che potessi dargli il mio voto, ma che trovassi una qualche dignità nel voto in qualunque direzione ideale. L’unico partito che ha sempre fatto eccezione è la Lega Nord. Non trovo una sola, degna, ragione per votare la Lega che non sia l’egoismo da posizione acquisita (sono del nord, via quelli del sud che sono più poveri; sono italiano, via i non italiani che sono più poveri; etc).

Tale percezione era stata anche fiancheggiata dal fatto che di leghisti ne avessi sempre incontrati pochi, abitando nella Roma ladrona. Conoscete tutti la mia naturale disposizione a discutere di qualunque cosa, così potrete immaginare con quale spinta mi sia tuffato sull’occasione offertami da un’amica comune di parlare con una leghista colta e “per bene”.

C’erano, poi, altre persone. M, piuttosto di sinistra con una venatura di cattolicesimo «Gesù è il miglior filosofo eccetera». V, di una sinistra più riflessiva ma scivolante verso il dipietrismo «Travaglio è come Cassandra». E P, un liberale puro e a oltranza, a cui avevo sentito difendere Berlusconi più di quanto mi piacesse. [Ovviamente qualunque descrizione tradisce la complessità di ciascun individuo, ma è utile ridurre a pochi termini per capirsi]. Insomma, un parterre ben assortito. E poi c’era lei, organica alla Lega, che lavora per il partito, oltre a scrivere per la Padania.

Ovviamente non mi aspettavo una conversazione amabile, le cose che dice la Lega su immigrati e stranieri sembrano fatte apposta per non farmi essere amabile, ma speravo che in un qualche punto del castello d’inferriate, confini inviolabilidi e terre sacre, ci fosse un piccolo spazio per insinuare un dubbio, una contraddizione.

Invece  lei era perfettamente coerente con tutto il suo impianto logico, fino ad arrivare alla brutalità delle naturali conseguenze di quella sua filosofia (proprio in senso tecnico), a cui mai pensavo potesse arrivare. In questo senso, almeno, la sua posizione sugli immigrati era abbastanza comprensibile: se ci sono utili, bene, altrimenti restinoaccàsa. Si noti subito il noi e loro sottointeso in qualunque discorso. La sua idea, classica del comunitarismo, era che qualunque cultura avesse valore al proprio interno. Quindi no al cuscus e sì alla polenta non perché la polenta sia più buona (una posizione che avrebbe senso! Però, mi dispiace, è più buono il cuscus), ma solo perché questa è la nostra tradizione. Quindi se in Marocco mangiano solo il cuscus, a dispetto di quelli a cui piace la polenta, fanno bene. Se degli italiani vogliono andare a cucinare il sushi in Giappone, è giusto che gli sia vietato.

In tutto questo M (sinistroide) era abbastanza silenzioso, salvo intervenire le volte che  le baggianate leghiste gli sembrassero troppo grosse. V (dipietrista), si poneva con modi da paciere, cercando di contestualizzare ed edulcorare le cose che diceva la leghista, più in quanto amica comune che per effettiva convinzione. Il più combattivo, assieme a me, era P (liberale), che al compimento dato al sistema ideologico leghista è sbottato: «questo è esattamente come la pensa Gino Strada».

Perché è vero, la cosa che più mi ha colpito di tutta la discussione, è quanto fosse chiaramente identica la posizione leghista e quella che – ora – inspiegabilmente tiene una buona parte di sinistra massimalista. Tutto il suo discorso era incentrato sul “chi siamo noi per giudicare le usanze altrui?” (che sottointendeva quindi che questi altrui dovessero lasciare in pace noi sulle nostre usanze). La risposta «un essere umano» non le era sufficiente, perché – anche se non esplicitamente – secondo lei esistevano diverse umanità, e ogni gruppo etnico vive a compartimenti stagni.

È capitato di parlare della mia esperienza in Burkina Faso anti-MGF, la sua frase celebre è stata «io non farei mai una campagna contro l’infibulazione in Africa». Perché anche lì – chi sono io? – quella è la loro tradizione, e finché resta fuori dai nostri confini non è nostro diritto (figuriamoci se è nostro dovere, come invece sostengo io) intervenire. Rispetto a questo principio di non ingerenza, e a quello ottocentesco della sovranità nazionale, si è inoltrata fino a dove il suo integralismo la spingesse: qualunque tipo di intervento dal “di fuori” le sembrava sbagliato. In Rwanda, in Darfùr, in Bosnia, anche se sparavano alla gente in fila per il pane, torturavano le donne, facevano pulizia entica, beh, non erano fatti nostri. Solo di fronte al Nazismo, ai sei milioni di morti, al fatto che – secondo il suo principio – gli americani non sarebbero dovuti sbarcare in Normandia perché lo sterminio degli ebrei era il risultato-del-percorso-storico tedesco (questa l’espressione che usava per ciascun altro eccidio. la persecuzione degli omosessuali in Iran? Il risultato del percorso storico iraniano) ha avuto qualche esitazione, a dimostrazione che anche l’indifferenza più disgustosa ha qualche esitazione di fronte al Male.

Mi servirà questa discussione, la ricorderò a tutti ogni volta che qualcuno mi dirà – di fronte alle peggiori ingiustizie – che “quella è la loro cultura”, in qualità di attenuante anziché di aggravante. Non so, ho come la speranza che essere associati alla precisa filosofia della Lega possa essere un buon deterrente per coloro che, a sinistra e in buona fede, stentano a capire come il mondo sia uno solo e non c’è nessuna ragione per “rispettare” le usanze che vanno contro ai più basilari principî dell’intangibilità della persona, dei diritti umani, dell’autodeterminazione delle idee e delle preferenze sessuali.

Alla fine della serata, dopo aver ascoltato (e subìto) tutti questi doppî standard, di diritti che a noi spettano per chissà quale conquista dei nostri bisnonni, e agli altri no perché hanno la sfortuna di essere nati su di un suolo non occidentale, io –  calmo ma risoluto – le ho detto: «Se a te interessa soltanto di come Silvia è trattata a Milano, ma non ti interessa delle vessazioni che subisce Aisha in Marocco, questo fa di te, semplicemente, una persona peggiore». Lei si è alzata e se n’è andata. Poi ha mandato un sms all’amica comune con scritto “non ti preoccupare, la nostra amicizia non è in discussione”.
Un mio amico ha commentato: «allora potevi impegnarti di più».

Resoconto senza foto

Sono partito che nevicava ancora, ci ho messo 2 (due) ore ad arrivare in centro con una Roma in condizioni cataclismatiche. Quando sono arrivato lì non nevicava più, e la neve era praticamente andata tutta via.

Devo dire che mi aspettavo che le persone fossero più spaventate dal freddo, invece no. Ho iniziato a parlare con Piero, un personaggio strano. In realtà non si chiamava mica Piero. Ripeto, era un personaggio strano. Gli avevo chiesto di farsi una foto, per metterla sul blog. Mi ha detto di no. Gli ho detto, dài, almeno facciamo una foto al busto, alla mano, a quello che ti pare, così ce l’ho per ricordo. No, dice: sono avvocato, ti faccio causa! Ora, vabbè, per una foto? Insomma, gli ho chiesto «come ti chiami?», neanche quello mi ha voluto dire. Gli ho detto di inventarsi un nome, almeno, che almeno così potevo ricordarmelo in qualche modo. Mi ha detto Giampiero, facciamo Piero, ho detto io. Chissà perché aveva voglia di dirmi il mestiere che faceva, e non il suo nome. Lui però non era scorbutico, e sembrava molto contento di parlare con me – d’altronde l’aveva deciso lui!

Io gli ho detto che dovrebbe fidarsi un po’ più delle persone. È vero che delle volte così si rimane scottati. Ma meglio un paio di scottature all’anno, che stare tutto l’anno a vedere tutti attraverso dei cupi occhiali da sole soltanto per non scottarsi.  Comunque abbiamo parlato di Antonella – anche lei nome inventato – che è la sua ex fidanzata, era stata con lui per 6 mesi. Poi mi ha raccontato una storia tetra in cui lei si è allontanata, e lui è rimasto lì. Ma proprio, esattamente, lì. Però mi è sembrato che né lei fosse esattamente quello che voleva lui, né lui fosse esattamente quello che voleva lei. E che quindi la sua rincorsa a lei – che di solito, invece, suggerisco sempre – potesse portare buoni risultati. Mi ha chiesto un consiglio definitivo, e gli ho detto una cosa che a lui è piaciuta molto, anche se non era intesa così filosoficamente: che un autobus, una volta perso, non puoi riprenderlo. Però puoi corrergli dietro un saaaacco di tempo.

Dopodiché è andato via, avevamo parlato per un bel po’, forse venti minuti. Si erano affacciate altre persone, ma non sono intervenute. Ecco, una cosa che ho notato questa volta è che le persone erano più rispettose delle discussioni degli altri. L’altra volta anche se c’era già qualcuno a parlare, in postazione, altri si affacciavano. Questa volta invece tutti ad aspettare a distanza. Quando mi son messo a parlare con Gabriele sono passati due o tre gruppi di persone, si mettevano lì e aspettavano. Uno era un gruppo di ragazzi che stava raccogliendo i soldi per i Cento Giorni. I non-romani non sapranno cosa sono: a cento giorni dall’esame di maturità si va in giro per Roma con un salvadanaio a chiedere delle monete ai passanti per finanziare questo breve viaggio (in cui, ovviamente, si salta scuola) a cui partecipa tutta la classe. L’obiettivo è quello di riuscire a fare l’intera vacanza – che di solito ha budget molto ristretti – a spese del popolo.

Gabriele, dunque. Intanto anche quel poco di neve che c’era era andata via, così ho messo il nuovo cartello nello zaino, e sono tornato alla modalità parlatore standard (anche se avevo ancora indosso la tuta completamente bianca e i Moon Boot). Gabriele è venuto espressamente per chiedermi un consiglio su che strada prendere nella sua vita attuale: lavoro, principalmente, ma si legava a tante altre cose, amore, religione. Poi, già che eravamo entrati in tema ho deciso di regalargli un libro, questo libro, spero che lo legga. Le strade erano 3, perché una – la quarta – l’abbiamo esclusa subito. Abbiamo escluso anche la terza, che forse era quella che più si aspettava che caldeggiassi, e forse era venuto per farsi spingere a, ovvero quella di mollare tutto e fare del volontariato. Gli ho detto che il volontariato lo deve fare solo se lo sente al 100% e non ha dubbi. Se ora è un momento in cui la vita gli sorride non c’è ragione di mollare tutto per una cosa di cui non è convintissimo. Momenti grigi, purtroppo, ce ne saranno. E con essi l’occasione di mollare tutto. A un certo punto ho detto a Gabriele che una cosa che mi aveva detto era “un po’ falsa”, e lui mi ha risposto «se è ‘un po” falsa significa che è anche un po’ vera». Ho dovuto dargli ragione, e mi è piaciuto.

Ha ricominciato a piovere, poi, e a diluviare. Così siamo stati costretti a sbaraccare sul più bello. Già che non avevamo finito di parlare, con Gabriele, gli ho proposto di venire andare a mangiare qualcosa e continuare la chiacchierata, e ne è valsa la pena.

Il colmo è che dopo qualche tempo era tornato il sole, ma noi eravamo già andati via. Mi è dispiaciuto talmente tanto stare così poco, che ho deciso che ci torno domani, sabato, dopo le 14 ché prima ho da fare, sempre a Piazza del Popolo.

Fare questa cosa, prima che tutto il contorno che si è creato poi – liberatorio, filosofico, aperto, coreofrafico – è divertante, tremendamente divertente. Ed è un modo molto bello per conoscere la gente.
A domani, con qualche foto in più.

Non è un Gatto, è un Matto!

Non sarà certo un’insperata nevicata a fermarci!

Matto delle nevi
Cambio di destinazione: Piazza del Popolo. Con la neve!
Voglio proprio vedere che la polizia mi cacci in una giornata come questa!