Donne e bambini

Quando dico che la priorità, nel mondo, prima di qualunque altra cosa, è la condizione delle donne nel mondo mussulmano, comincio proprio da qui. Quando dico che accettare che quella sia “la loro cultura” è un’affermazione razzista, è questo che intendo. Bisogna sradicare questo indottrinamento: non so come si può fare, ma è sicuramente la cosa più importante da fare, ora, in questo mondo. I bambini non appartengono ai genitori. Una bambina non può essere colpevole perché nasce in Egitto anziché in Italia.

Possiamo dire che questo padre non voglia bene alla propria figlia di tre anni? Sì, possiamo dirlo. Portarla alle lacrime per farle recitare in televisione delle parti del Corano che incitano alla violenza, mentre lei dice piangendo: «per favore non mi far recitare le regole, voglio i lecca lecca».


Memri TV

San Valentino

Tanti auguri. Agli unici innamorati al mondo che non possono permettersi di non sopportare questa festa. Che non hanno il diritto di sogghignare dei lucchetti a Ponte Milvio o farsi venire l’urticaria per le strade tappezzate di cuori di peluche rossi. Di ridere delle scritte per terra, o di considerare kitsch le scatole di cioccolatini a forma di cuore.

In Arabia Saudita festeggiare San Valentino è vietato dalla legge. Ti viene a prendere la Polizia per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Non è uno scherzo, si chiama così. E “chi non si conforma, verrà punito“. Perché amarsi è un’idea occidentale.

A tutti coloro per i quali volersi bene è – necessariamente – un atto rivoluzionario, a loro, buon San Valentino.

Burqa sì, Burqa no

E così sembra che la Francia andrà ad approvare una legge che vieta il Burqa e il Niqab. L’uniforme dei militanti sessuofobi e sessuomani “offende i valori nazionali”. Non è un divieto assoluto, ma qualcosa di più simile a un’obiezione di coscienza: sarà vietato indossare la gabbia di stoffa nei locali pubblici, nei mezzi pubblici, eccetera. Non sarà vietato per strada, sembra, perché la Francia è un paese libero, solamente – sembra – “a casa mia non si fanno queste cose”, come ciascuno di noi, magari, non vorrebbe far entrare in casa una persona che indossa una svastica.

Hijab mia sceltaLa Francia, come altre volte, si dimostra uno Stato. Uno Stato civile nelle fibre, e che afferma fortemente delle idee. Questa è la laicità, nel senso più pieno e genuino del termine. Laicità vuoldire scegliere, non essere imparziali.
Eppure percepisco sempre un sinuoso turbamento per misure come queste, perché essere così tanto “Stato” finisce per incidere la libertà delle persone: come in altri casi, come sulla negazione dell’Olocausto o del Genocidio degli Armeni (entrambi reati d’opinione puniti per legge in Francia).

Io sono un integralista del primo emendamento, e non (solo) perché consideri la libertà sacra, ma perché trovo che la libertà di espressione di certe posizioni contribuisca a screditarle – in un ambiente dove c’è una vera competizione di idee. Penso sia giusto difendere il diritto dei nazisti a dire le loro indegnità, quanto è giusto che io abbia il diritto – anzi, il dovere morale – di dileggiarle. Se viviamo in un mondo in cui nessuno sostiene (più) che le streghe volino sulle scope non è perché abbiamo messo una legge per vietarlo, ma perché abbiamo costruito una società consapevole che è ridicolo pensarlo.

Trovo quindi la motivazione di questa legge orribile. Ciò che “offende i valori nazionali” non deve essere vietato per legge. Ci sono mille cose che offendono me: chi sostiene lo stalinismo, chi dice (o pensa) che sono un cretino, e chi si mette il fondotinta. Però queste offese me le tengo. Come si dice a Roma: se m’incazzo, mi scazzo. Perché altrimenti da qui a stabilire che l’affermazione della legittimità di un’offesa sia appannaggio del destinatario è un passo breve: e così finiamo con le ambasciate date alle fiamme per delle vignette su un uomo vissuto mille e cinquecento anni fa.

Per questa ragione non ho un’alta opinione dell’obiezione di coscienza. Lo trovo – in genere – un espediente: una piccineria, boriosa e al tempo stesso connivente. L’importante non è cosa succede nel mondo – si legge in quel principio – ma quello che faccio io, che la mia coscienza rimanga pulita. Per questo parlai, una volta, di sopravvalutazione della coscienza di ciascuno.

***

burqaSono dunque contrario a questa legge? Non lo so.
Innanzitutto credo che bisogni partire da due presupposti: 1) le motivazioni di questo disegno di legge sono orribili 2) Il Burqa è male.
Il primo punto credo di averlo argomentato a sufficienza fino a ora. Sul secondo c’è poco da aggiungere: chiunque pensi che esistano, in qualche parte del mondo, delle persone che – geneticamente (e quindi non è un concetto inoculato loro) – nascono con la concezione che il corpo nel quale sono nate è uno strumento di peccato è precisamente un razzista. Chiunque consideri giusto che il controllo sessuale dell’uomo sia situato sul corpo della donna, come per la ragazza stuprata perché va in giro in minigonna, è un fascista.

Dunque, per capire meglio come la penso, mi faccio delle domande.

Qual è il pericolo?
Sicuramente quello della ghettizzazione. È molto probabile che una parte, una buona parte, delle donne che ora vanno in giro con il Burqa subirebbero divieti ancora più stringenti da parte dei loro mahram (mariti, fratelli, zii, cognati che le hanno in “gestione”). E non è per nulla facile identificare questi veri e proprî rapimenti, anche perché queste donne – spesso – in Europa hanno solo la famiglia, che è quella che le reclude.

A chi giova?
Sicuramente la cosa più importante non è il fatto in sé, non è quella manciata di donne che – non potendo mettere il Burqa o il Niqab – usciranno un poco più scoperte, bensì il messaggio che si manda. I messaggi sono importantissimi e significativi, e sono sempre troppo sottovalutati. In questo momento, in ogni parte del mondo, ci sono delle persone che stanno combattendo la loro battaglia contro il burqa, una battaglia con sé stesse e con i loro maschi-padroni. Sapere che c’è qualcuno che sta dalla parte giusta è fontamentale, e infonde forza. Tutte coloro che ne sono uscite non smettono mai di raccontare quanto sono importanti questi segnali, così come non smettono mai di rimproverare gli atteggiamenti troppo accomodanti su cui ogni tanto ci impigriamo.

Ci sono altre ragioni per essere contrarî a questa legge?
A parte la questione della libertà e quella della ghettizzazione, con tutti i suoi rivoli, direi di no: soprattutto bisogna guardarsi dai Tariq Ramadan. Quelli che così-non-si-favorisce-il-dialogo-con-l’Islam ma che al tempo stesso l’Islam non è questo. Delle due l’una: se l’Islam è questo – il Burqa e la segregazione – non c’è nessun dialogo da fare ma solamente un’ideologia da sconfiggere. Se, invece, l’Islam non è questo – come spesso sentiamo dire – allora non c’è nessuna ragione per cui l’ostilità al Burqa dovrebbe sfavorire il dialogo.

Mi sono chiarito le idee? Mica tanto. Mi sembra di essere in disaccordo con gli uni e in disaccordo con gli altri.

Voi che ne pensate?

Intolleranti con gli intolleranti

Nablus è una cittadina della Palestina che vive in uno stato di quasi costante coprifuoco: a ogni via d’uscita dalla valle in cui Nablus è situata c’è un check-point.

Non è un caso: Nablus è considerata la città della resistenza Palestinese, quella che combatte(va) anche quando entra(va)no i carri armati israeliani, nonché luogo di provenienza di diversi attentatori suicidi.
La risposta israeliana è evidentemente mirata a qualcosa che va oltre la sicurezza: c’è – poco nascosto – un fine punitivo; il messaggio che deve passare è “noi siamo i più forti: se voi fate i bravi vi permettiamo di andare in giro quasi quanto vi pare come a Betlemme, altrimenti fate la fine di Nablus”.
La cosa feroce è che, per molti versi, questa logica è efficace.

Anche se con esiti diversi, è lo stesso concetto dell’embargo a Gaza, e la medesima strategia che ha sempre mosso tutti gli schieramenti nella storia del conflitto arabo-israeliano.

Su Nablus avevo già raccontato qualcosa di più pittoresco quando ero stato lì.

Yasuf moschea Quello che è successo qualche tempo fa è che – non solo cani in gabbia – una banda di coloni israeliani ha iniziato a fare agguati agli abitanti di alcuni villaggi palestinesi nei pressi di Nablus, il cui più violento è culminato nell’assalto alla moschea del piccolo paesino di Yasuf con il rogo di diversi testi sacri, e l’impressione di alcuni graffiti come «vi bruceremo tutti».

La condanna per questo atto era arrivata da tutto il mondo, e un’organizzazione di pacifisti israeliani aveva ricomprato dei corani che un rabbino aveva poi portato al villaggio come segno di rifiuto per quella manifestazione d’intolleranza. Pochi giorni dopo era stato arrestato Meir Kahane, nipote dell’omonimo rabbino integralista che aveva fondato il Kach, partito politico di ultra-destra poi messo al bando quale organizzazione terroristica da Usa, UE e Israele stesso.

Ieri una squadra di più di cento uomini dello Shin Bet, la sicurezza israeliana, è entrata all’alba nella colonia israeliana di Yitzhar arrestando dieci uomini sospettati di aver preso parte o organizzato l’agguato.

Se c’è una speranza per quella terrà là, per quel conflitto là, è in queste cose: nell’essere intollerante con i proprî intolleranti. Quello che Israele ha sempre – a ragione – accusato i palestinesi di non fare, e che Israele ha sempre fatto troppo poco. Ben più di qualsiasi gesto disensivo che vede sfumare la propria portata simbolica nell’inevitabile rappresentazione delle squadre: se un rabbino si incarica di andare a scusarsi per ciò che ha fatto un estremista ebreo, sta – nonostante le migliori intenzioni – inevitabilmente marcando il legame che c’è fra lui e l’altro e la cesura che lo divide da quello che dovrebbe essere più vicino a lui, ma è dell’altra “squadra”.

Bisognerebbe – invece – che, ogni giorno, entrambe le parti fossero inflessibili con gli estremisti che a loro afferirebbero soltanto in teoria. Senza i cameratismi spesso presenti anche fra chi, nella sostanza, non ne condivide gli atti.
Bisognerebbe – invece – che ciascun individuo di ciascuna parte in causa considerasse i fanatici, non compagni-che-sbagliano, ma una cosa quasi banale: nemici.

Intanto, da quelle zone lì

  • Ricordate di quando l’esercito israeliano crivellò di colpi la mia bicicletta? Ora, mi segnala Giorgio,  se la sono presa con un Mac.
  • Le donne in Iraq, mi segnala Max, ricominciano a badare alle frivolezze, e questo vuoldire che gli attentati fanno un po’ meno paura.
  • Una delle cose che più mi terrorizza, fa davvero accaponare la pelle, è immaginare di essere vittima di una lapidazione. L’idea stessa di avere il cranio fratturato da pietre mi fa rabbrividire anche ora, mentre lo sto scrivendo. In Somalia, un uomo è stato ucciso a pietrate dalle milizie Hizbul Islam per intercorsi sessuali illeciti.  La foto l’ho caricata qui: non l’ho messa immediatamente visibile perché è davvero truculenta. Ma ogni tanto, io credo, bisogna guardare in faccia l’orrore.

La storia è degli sconfitti?

Qualche anno fa mio nonno venne da me, in televisione andava un film sui cow-boy, a dirmi – con il tono di chi dice una verità al tempo stesso occultata e tanto vera – che «gli indiani non erano i cattivi».
«Sì, vero», risposi.
«No, ma non hai capito, sono gli americani che hanno fatto un bel massacro».
«Eh, certo», ancora io.
E lui: «ma come, lo sapevi?».
Ne parlammo un po’ e ci rendemmo conto che quella per lui – cresciuto con i film di James Dean – era una tesi ardita e quasi revisionista, per me – per un misto di non so che: canzoni di De André, telefilm, cose lette sui giornali – era una tesi praticamente assodata: anzi, era l’unica tesi in campo. Perché – mi sono trovato a domandarmi – qualcuno aveva mai sostenuto che gli americani avessero fatto qualcosa di apprezzabile nello sterminare la quasi totalità della popolazione di nativi americani?
E, effettivamente, la risposta è sì: un tempo quella storia l’avevano scritta i vincitori. Gli indiani erano quelli cattivi che volevano ammazzare i cow-boy, e i cow-boy erano quelli buoni che difendevano la brava gente.
Una tesi che, oggi, non credo sostenga nessun bambino delle elementari.

La macchinaOgni tanto ragiono su come cambi la coscienza collettiva: mi sembra, quasi, che ultimamente – in Occidente – sia diffuso un ipercorrettismo logico che scaturisce da quel luogo comune – che la storia la fanno i vincitori. Mi sembra che, oggi più di sempre, sia tanto diffuso quello che in inglese si chiama “white guilt”, e che in italiano non ha una traduzione perfetta: ovvero un senso di colpa collettivo, che definirei paternalista.

Intendiamoci, non è che non pensi che l’Occidente abbia fatto cose terribili – in tutti i campi, nel passato, e anche nel presente – ma mi sembra che un po’ distorciamo la nostra autovalutazione, quasi a sentirci così più buoni – aperti e autocritici: le donne sono sottomesse nei paesi islamici per le occupazioni e le operazioni militari dell’Occidente, l’Africa langue per lo sfruttamento da parte dell’occidente nel passato, Saddam Hussein ha gassato i curdi perché armato dagli americani.
E però in Arabia Saudita non ha mai messo piede un soldato occidentale, la maggior parte degli stati africani era più ricca della Cina trent’anni fa, e nei 35 anni di dittatura baathista dell’Iraq gli americani hanno fornito l’1% (uno percento) delle armi al regime.
È come se uno stronzo non potesse essere africano, asiatico, o con la pelle più scura di un viso pallido.

Non che l’Occidente abbia fatto solo cose buone, ma anzi, la gran parte delle colpe, e sono responsabilità gravissime – il Ruanda più recentemente il Darfùr, ma anche lo stesso Iraq -, vanno ascritte all’Occidente sotto al titolo che ora sembra essere la magica ricetta per risolverli: «facciamoci i fatti nostri».

Tutto questo mi è ritornato in mente perché ho letto un articolo in cui si dice che  – tutto sommato – Montezuma era come Saddam Hussein, e insomma, lo sterminio spagnolo non ha fatto tanto peggio, anzi: e il primo pensiero è stato “Sì, vabbè, che cretinata”. Ma il secondo è stato “Ma…”.

A immagine e somiglianza del Male

È molto tempo, da quando ero in Palestina, che tengo questa foto sul desktop: non l’ho mai tolta, non l’ho mai spostata, non l’ho mai commentata, l’ho sempre tenuta lì. Non ricordo neanche più dove l’avevo trovata, a suo tempo: immagino sia presa in una capitale europea, direi Londra. Forse ai tempi della guerra a Gaza.
Più la guardo e più mi viene in mente che questa sia, per mille motivi, la raffigurazione del male. Loro malgrado, malgrado le persone ritratte nella foto: sono tanto restio a usare formule arroganti come “non sanno quello che fanno”, ma in questo caso mi sembra proprio di dovermi permettere quella quantità di presunzione.

Una lezione agli ebrei

La scritta recita: “gli ebrei non hanno imparato (la lezione): hanno bisogno della [svastica] più di prima”.
Ci sono così tanti elementi da cui essere agghiacciati, in questa immagine, che non è la scritta stessa il fattore più terrificante, ma l’insieme inscindibile del tutto.
C’è quella donna, probabilmente la madre della bambina, tanto velata, a cui non è permesso di mostrare neppure il naso. C’è quell’uomo, lì dietro, che va verso casa con la spesa, quasi a dare alla situazione un tocco di normalità. C’è lo zelo precisionista, con cui chi ha disegnato il cartello ha aggiunto le tre frecce, probabilmente a scritta ultimata. C’è l’uso di una bambina così piccola in una manifestazione di tale disprezzo. C’è la mano che fotografa, una fra le tante, lo “spettacolo”. C’è il disprezzo con cui è stata calcata la parola “they”, loro. Ma la cosa più feroce è l’abbigliamento di quella bimba, come – attraverso quegli stracci – le venga inculcato il suo ruolo di femmina inferiore, sin dalla sua tanto vicina venuta al mondo: io non so fare distinzioni di sorta nel ribrezzo scaturente da quella educazione. L’instillazione dell’antisemitismo e l’inoculamento di quell’ordinamento religioso e patriarcale sono tutt’uno.
C’è qualcuno che, armato di bisturi, sarebbe in grado di censurare l’antisemitismo senza nutrire sdegno per la “culturale” costipazione di quelle donne?