La questione della giustizia

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Per fortuna Christopher Hitchens è ancora il più lucido:

Non sono uno di quelli che crede – come, invece, Obama sostiene – che una soluzione alla questione di uno Stato palestinese metterebbe fine al risentimento mussulmano nei confronti degli Stati Uniti; fra parentesi, se Obama lo pensa davvero la sua letargia e impotenza nei confronti del continuo gioco sporco di Netanyahu è ancora più colpevole. I fanatici islamisti hanno la loro agenda, e – come nel caso di Hamas e dei suoi sponsor iraniani – hanno già dimostrato che nient’altro che la distruzione d’Israele e la cancellazione dell’influenza americana nella regione li soddisferebbe.

No, la questione è quella che la giustizia – e una terra per i palestinesi – è una causa buona e necessaria in sé stessa. È anche una responsabilità squisitamente legale e morale degli Stati Uniti che hanno dichiarato un sacco di volte quello dei due Stati come il loro obiettivo.

Minare la pace

Sulle alture del Golan ci sono dei campi minati, delimitati solamente da filo spinato e da cartelli come questo:

Quando ci passai, mi domandai se non fosse pericoloso per i (pochi) abitanti della zona: lo è. Un ragazzino israeliano, dopo aver perso parte di una gamba su di una di queste mine, è diventato promotore di una campagna per lo sminamento:

E calcia sulla Barriera…

Jospeh Hasboun è un palestinese con un grande ingegno e senso degli affari – qui una piccola intervista che gli avevo fatto per l’Unità. Al tempo si era inventato di dipingere il menù del suo ristorante sul Muro che divide Gerusalemme da Betlemme, poi visto il successo aveva aperto un bar e sul Muro ci aveva appeso anche quello del bar.

Ora, per i Mondiali, se n’è inventata un’altra delle sue:

Irrealpolitik

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Ci avreste scommesso, eh? C’è solo una cosa peggio di quello che succede in Israele e Palestina, ed è leggere le reazioni a ciò che succede in Israele e Palestina (sì, lo so, e c’è solo una cosa peggio delle reazioni a ciò che succede in Palestina, quelli che iniziano un periodo con “c’è solo una cosa peggio…”). In curva sud abbiamo “l’esercito israeliano dimostra di essere senza scrupoli”, in curva nord “i (pro)Palestinesi sono degli invasati fuori dal mondo”. Senza minimamente pensare che possano avere ragione entrambi – caso strano, visto che di solito hanno torto, entrambi.

Perché le due cose – che (molti dei) pro-palestinesi siano degli invasati, e che l’esercito israeliano sia quello con meno scrupoli in Occidente – non sono in contraddizione, anzi sono la perfetta descrizione di quello che succede in Medio Oriente. Da mezzo secolo.

Però se il cinismo e l’efferatezza mi sdegna – in un senso, è ciò che di negativo c’è del mondo – la follia mi lascia davvero esterrefatto. Quando ero in Palestina tutte le persone con cui parlavo mi dicevano che non c’era nessuna speranza per la pace, che non gli verrà mai concesso uno Stato palestinese, neanche sul 5% dell’originaria Palestina, neanche un solo quartiere di Ramallah. Allora domandavo: quindi, giusto o sbagliato che sia, la green line, i territorî del ’67 ti andrebbero bene? La risposta era sempre la stessa: «beh, ovviamente, no».

E, guardate, è l’immagine di quello che è successo ieri: bisogna avere davvero pochi scrupoli per ammazzare dieci persone – e mandarne 46 all’ospedale – che sai avere soltanto armi improvvisate. Ma bisogna essere davvero dei pazzi per attaccare con delle spranghe, con dei cric, con dei coltelli, con delle sedie, magari con qualche molotov autoconfezionata, uno degli eserciti più potenti del mondo, e uno che sei consapevole farsi non troppi scrupoli. Perché lo sai che va a finire così. Non può che andare a finire così. Lo sai che non puoi vincere, e allora non pensare a quanto puoi fare male a loro, pensa a quanto puoi non fare male a te.

Non ne usciremo mai

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Su quello che è successo stanotte a Gaza non ho davvero nulla da dire: solo che è la perfetta metafora del conflitto arabo-israeliano.

We shall overcome

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Qualche tempo fa feci un post – contro il burqa e perciò contro Daniela Stantanchè – per ricordare a me per primo che il problema è, effettivamente, la sinistra che è diventata uguale alla destra e difende i regimi islamici nel nome di concetti identitarî e dalle tinte fascisteggianti come il rispetto per le culture, ma non bisognarsi dimenticare il pericolo della destra più classica che maschera come proprie le battaglie giuste, nel mondo, mutuando da sé stessa quegli stessi concetti comunitaristi: ognuno ha ragione a casa propria.

È forse comprensibile avere più a cuore le aporie dei benintenzionati che trascurano i pericoli insiti nell’ideologia islamica, ma non bisogna dimenticare che ci sono anche i malintenzionati, quelli che fanno della propria ideologia religiosa – alternativa, ma non troppo lontana, dall’Islam – il cavallo con cui fare questa battaglia.

Fra questi, in Inghilterra spicca Melanie Phillips, accesa critica dell’Islam, ma contraria ai matrimonî gay, sostenitrice dell’insegnamento del creazionismo, e tutto il pedigree del populista destrorso moderno. Ovviamente Phillips sostiene che c’è bisogno di accartocciarsi sulla propria propria società, e sulla propria fede – lei è ebrea, ma è il medesimo discorso che fa Raztinger con il Cristianesimo – e sostiene che il secolarismo di sinistra è il principale nemico della società liberale perché inevitabile propugnatore di multiculturalismo e del relativismo culturale inteso come annichilimento di qualunque valutazione etica, anziché come promozione dello scetticismo illuminista.

A una presentazione di un libro le hanno chiesto come mai se – come lei sostiene – il secolarismo di sinistra e l’ateismo hanno indebolito l’Occidente promuovendo il relativismo morale, persone come Christopher Hitchens, Nick Cohen e Oliver Kamm sono in prima linea nella lotta contro l’appeasement verso l’Islam radicale. Lei ha risposto le solite sciocchezze à la Calderoli sulla Nostra-Cultura-Da-Difendere.

Ho trovato ficcante, invece, quello che le risponde Cohen:

Cos’è che impaurisce di più i clericofascisti? Cosa tirerà giù i Mullah in Iran e la famiglia reale saudita, Hamas e i Fratelli Mussulmani? Non sarà la diffusione del Cristianesimo nel Medio Oriente a farlo, ma la richiesta di democrazia, la libertà di parola, la libertà dalla persecuzione religiosa, e – più di ogni altra cosa – l’emancipazione delle donne.

In altre parole saranno le mie idee, a vincere la battaglia, non le sue.

La medesima conclusione che avevo espresso nel post che avevo citato sopra. Qui, invece, la risposta di Kamm

Il traforo di Gaza

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Un bel po’ di tempo fa, quando il tema era caldo per via dell’intervento israeliano si fece un gran parlare dei tunnel sotterranei che collegano la Striscia all’Egitto. Slate spiegò anche quali fossero i dieci modi per chiuderli, un’attività alla quel gli israeliani non sembrano essere molto interessati. Il controllo delle merci imposto da Israele, una sorta di embargo soft, ha gettato la gran parte del commercio a Gaza verso queste soluzioni alternative. I tunnel sono gestiti, in tutto e per tutto, dallo Stato (cioè da Hamas) che legifera, assicura, garantisce, e prende percentuali su ciascun affare.

Non dovete, però, immaginare cose come i buchi fatti dagli evasori nei film, sono cave gigantesche attraverso le quali – oltre alle armi – vengono trasportate merci di ogni genere. Anche le automobili:

Ancora su Emergency

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Le invettive del Giornale e di Libero ai tre di Emergency sono della peggior specie: tipiche accuse che vengono fatte nelle dittature ai dissidenti. Ingrati! Sputate nel piatto dove mangiate – il modo di dire più idiota. Solo nei regimi non si sputa nel piatto dove si mangia: perché criticare il piatto in cui si mangia è l’unico modo per migliorarlo, per trovare tutte le cose che non vanno, e cercare di metterle a posto.

Io penso che ognuno possa – e debba – dire ciò che vuole, e che tutti gli altri possano – e debbano – contestare tutte le cretinate che uno dice, in piena libertà: ciò che ha detto Marco Garatti è una vaccata colossale, e riflette precisamente quell’equivoco di cui si era parlato:

Noi non facciamo politica – ha detto il chirurgo rispondendo alle accuse fatte all’ong – descriviamo quello che succede. Per noi un attentatore suicida non è peggio o meglio di chi scarica bombe perché entrambi fanno morti. Noi non abbiamo mai preso posizione per una o per l’altra parte.

Ci sono davvero pochi modi per definire una persona che dice una cosa del genere, mi dispiace: scemo, sciocco, di poco senno.

Allora caro Marco, intanto sì, fai esattamente politica. Una dichiarazione di questo genere è, nella sua essenza più piena e completa, politica. E una politica pessima, sbagliata, complice: come ti salta in mente di dire che gli attentatori suicidi sono uguali ai soldati dell’ISAF? Perché fanno entrambi morti? Domani è il 25 aprile – anche i partigiani facevano dei morti, anche l’epidurale, anche i fulmini.

Sostieni che non siano né meglio né peggio, cioè che a parti invertite non cambierebbe nulla, che l’obiettivo della coalizione è uccidere più persone possibile, come lo è quello di Al Qaida. Proviamo a immaginarlo, un attimo, questo scenario: cosa succederebbe se Al Qaida avesse l’esercito più potente del mondo? Intanto, sicuramente, non saremmo qui per raccontarlo. Chiunque abbia il concetto più elementare di libertà, per gli estremisti islamici, è un nemico e deve essere ucciso: chiunque creda che gli omosessuali non devono essere trucidati, e che una donna non debba essere stuprata dal marito, fatto fuori. C’è qualche dubbio che l’organizzazione che ha ucciso 3000 persone a New York, ne avrebbe uccise 5000 se avesse potuto? Non c’è.

Invece proviamo a immaginare la tua ipotesi – Osama Bin Laden interviene con il suo esercito negli Stati Uniti: nel corso dell’occupazione militare gli americani votano per eleggere il loro governo, e durante queste elezioni le milizie di Al Qaida vigilano affinché nessuno possa fare del male a chi va a votare. Alle donne è data la possibilità di non mettere il burqa, operazione alla quale il Mullah Omar e il suo esercito guardano di buon occhio. Allo stesso modo gli omosessuali non vengono uccisi a sassate. È in vigore la più ampia libertà religiosa, Bin Laden e il suo gabinetto fanno pressioni perché la laicità sia garantita. Delle volte questi sforzi non riescono, la mentalità degli americani è un po’ arretrata e la democrazia paga questo difetto. Ma il problema più serio nel Paese sono Obama e il suo esercito: ogni giorno nei mercati di Los Angeles e Filadelfia i soldati di Obama, imbottiti di tritolo bulloni e veleno per topi, si fanno esplodere cercando di far morire il maggior numero di persone possibile. La stragrande maggioranza delle vittime sono dei loro connazionali, che hanno come unica colpa quella di essere andati al mercato. Il giorno precedente le elezioni Barack Obama rilascia un comunicato in cui minaccia di tagliare le mani tutti coloro che si azzarderanno ad andare a votare: il giorno successivo diversi squadroni della morte dei Marines lanciano colpi di mortaio contro le file davanti ai seggi. Ogni qualche mese – e mentre progetta stragi di civili nelle capitali di tutta Europa – Obama rilascia un video in cui intima a tutto il mondo di sottomettersi alla forma più medievale di Cristianesimo, minacciando di morte tutti coloro che non accettano la conversione.

Come ci si può non rendere conto di quanto tutto ciò sia ridicolo?

Il problema è che, sono certo, se un giorno mi trovassi davvero a discutere con Garatti – o Strada – di queste cose, loro mi accuserebbero di “tifare” per gli americani, di essere pagato da qualcuno o indottrinato dalla tv: lo stesso tipo di delegittimazioni del pensiero che fanno, con loro, Libero e Il Giornale.

Grazie a Saverio

La falsa religione della pace in Medioriente

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Capita spesso che qualcuno mi chieda delle opinioni sul conflitto arabo-israeliano, sarà per i mesi passati in Palestina, sarà perché ne parlo spesso. Le mie risposte deludono sempre l’interlocutore, perché – ottimista e ciecamente progressista come sono – questi si aspetta qualcosa di diverso dal mio disincanto. Invece, purtroppo, la mia soluzione è che non c’è soluzione. Più precisamente che la soluzione c’è, la sanno tutti qual è – 95% dei territorî del ’67, Gerusalemme Est, 100.000 profughi, eccetera – ma non la vuole nessuno. È anche inutile discutere se sia giusta o sbagliata, tanto chiunque sa che quella è l’unica pace disponibile: fra 5 anni, fra 100, domani o mai. Il problema è che entrambe le parti vogliono “mai”.

Oggi ho letto un articolo di Foreign Policy, davvero completo – e perciò non brevissimo – che riassume tutte le ragioni per cui la pace è un’illusione. Il titolo The False Religion of Mideast Peace (And why I’m no longer a believer) descrive perfettamente la sostanza vera e gravosa dell’articolo: credere nella pace è diventata una fede, basata più su un wishful thinking che su dei dati veri e proprî. Essere profeti di sventure è la cosa più facile del mondo, mi guardo bene dal farlo, ma ogni tanto le sventure ci sono, e c’è davvero poco da fare:

And I continued to do so, all the way through the 1990s, the only decade in the last half of the 20th century in which there was no major Arab-Israeli war. Instead, this was the decade of the Madrid conference, the Oslo accords, the Israel-Jordan peace treaty, regional accords on economic issues, and a historic bid in the final year of the Clinton administration to negotiate peace agreements between Israel, Syria, and the Palestinians. But for a variety of reasons, not the least of which was the Arab, Palestinian, Israeli (and American) unwillingness to recognize what price each side would have to pay to achieve those agreements, the decade ended badly, leaving the pursuit of peace bloody, battered, and broken. Perhaps the most serious casualty was the loss of hope that negotiations could actually get the Arabs and Israelis what they wanted.

And that has been the story line ever since: more process than peace.

Siccome stiamo parlando di Israele e Palestina vi segnalo altre cose che non meritavano un post ma che mi ero appuntato in passato:

  • Un bell’articolo di Ha’aretz che spiega perché la soluzione dello stato unico non è neanche da applicare: c’è già. Descrive bene l’abulia dell’Israele di oggi, che – in ogni caso – quella soluzione non accetterà mai.
  • Un travelog di Robert Fisk fra Israele e Palestina: Fisk è ottimo quando critica gli israeliani, ed è decisamente troppo (notoriamente) indulgente nel giustificare – quasi su base etnica, e quindi razzista – i palestinesi.
  • Un video particolarmente emblematico – fa rabbia da quanto lo è – del perché israeliani e (ancora di più) palestinesi non si parleranno mai.

Gaza: scudi(s)umani

Due soldati israeliani sono stati incriminati per aver usato un bambino di 9 anni come scudo umano durante la guerra a Gaza. La notizia negativa è quello che è successo, quella positiva è che sia una stessa corte israeliana a portarli a processo.

Sempre a Gaza, ieri, la Jihad Isamica ha manifestato mostrando lo stesso amore per le nuove generazioni. E qui, di positivo, non c’è nulla: