West Bank story

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C’è un cortometraggio molto carino su Israele e Palestina interpretato in chiave di fast food. Si chiama West Bank Story, facendo il verso a West Side Story, ed è rifatto a mo’ di musical. Gli isralieni hanno Kosher King (KK, da Burger King) e i palestinesi Hummus Hut (HH, da Pizza Hut) e c’è tutta la storia di quel conflitto rifatto in chiave canzonatoria: gli israeliani che costruiscono dei macchinarî super-efficienti per battere la concorrenza, ma lo fanno oltrepassando il territorio palestinese (le colonie), i palestinesi che lo manomettono lanciandogli un sasso contro (l’intifada), gli israeliani che decidono di costruire un muro fra i due fast food, etc etc.

Dura 20 minuti, e lo potete vedere interamente (e gratis) qui: è fatto davvero bene, curato nei particolari che si notano sullo sfondo della storia, oltre che molto divertente (questa scena mi fa ridere ogni volta che la rivedo). Per chi conosce un po’ quelle aree è davvero un must.

Tutto ciò, e soprattutto il fatto che non ne avessi mai parlato sul blog, mi è ritornato in mente quando sono passato da Borough Market qualche tempo fa e ho fatto questa foto ai due banchetti rivali, l’uno accanto all’altro: quello delle salsicce salsicciose e di tutte le cose più carnifere del mondo gestito da un signorone della provincia tedesca, e quello dei vegetariani allegri e rivoluzionarî, gestito da due ragazzotti molto freak. Sembrano convivere amabilmente, anche perché – una cosa è certa – di concorrenza non se ne fanno troppa.

Nel frattempo, a Gaza

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Una mia amica sta lavorando in Palestina per un’ONG internazionale e ogni tanto mi racconta come vanno le cose, visto che oramai manco da più di un anno. In più, essendo una femmina, mi racconta delle vessazioni subite dalle donne – il tema che più mi stava a cuore – da una prospettiva più inserita. Sempre la stessa storia, naturalmente: camminare per strada significa subire occhiate, commenti osceni, qualche volta vere aggressioni. A quelli della solita sciocchezza sul “ma anche in Italia” bisognerebbe portarceli, per vedere quanto la situazione sia drammaticamente più terribile. E, naturalmente, è sempre colpa delle donne: se non indossi un anello vuol dire che non sei sposata, colpa tua che non l’hai fatto se ti molestano. Se in un taxi collettivo sali accanto al guidatore, quello si sente autorizzato a provare a palparti, e naturalmente la colpa sarà tua: «ti sei seduta davanti?!?».

In questi giorni la mia amica è a Gaza, e mi ha raccontato di com’è la vita nella Striscia abbandonata ad Hamas: le ispezioni all’entrata, per fare fuori alcol e maiale, la possibilità di essere arrestati e pestati se si cammina con una donna non “propria”. Appunto: la situazione ancora peggiore per le donne, i racconti delle ragazze sposatesi giovanissime per poi essere rinchiuse nel Niqab dai mariti. Tante storie a cui, da donna, può avere accesso e che nei miei confronti filtravano soltanto dopo diversi mesi di confidenza.

Inoltre mi ha raccontato, lontano dall’attenzione e dagli annunci di questo ennesimo – inutile – processo di pace da cui Gaza è esclusa, del clima di minacce e ricatto che la leadership politica di Hamas impone alle organizzazioni che lavorano lì. Niente di diverso da una dittatura, a cui le ONG non fanno altro che rispondere con l’appeasement. L’ultima ONG a essere chiusa è stata Sharek, per la mancata segregazione sessuale – la stessa ragione per cui venne chiusa Emergency dai talebani – e il rifiuto di far entrare membri di Hamas nel direttivo. Era un’organizzazione che lavorava con 65.000 bambini palestinesi, ma per i dogmatisti religiosi è chiaramente più importante l’oppressione delle donne, attraverso l’applicazione della legge islamica. Un giorno ci dovremo sedere a tavolino per metterci d’accordo su cosa voglia dire volere bene alle altre persone. Perché se “volere bene” ha anche un barlume di significato che trascenda l’ora e qui, quello che succede alle donne palestinesi – e, in genere, a molte donne nel mondo mussulmano – non lo è.

Tutte le altre organizzazioni sono ridotte al silenzio, una denuncia equivale a ricevere lo stesso trattamento e dover chiudere baracca e burattini. Così tutti stanno zitti, nessuno parla, chi può si rifugia nella definizione di “humanitarian” anziché “human rights”, e quelli che ne pagheranno il conto saranno i posteri; noi, che fra vent’anni dovremo confrontarci con una generazione cresciuta a pane (poco) e odio per le donne (tanto).

Occupazione?

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Di barzellette sugli israeliani ne avevo sentite un sacco – specie in Palestina – però per la maggior parte erano sciocche, antipatiche, o direttamente antisemite. Questa, invece, mi ha fatto proprio ridere. Naturalmente, anche qui, qualcuno s’arrabbierà.

Un israeliano prende il volo Tel Aviv-Londra e arriva in Gran Bretagna per visitare alcuni suoi parenti che vivono in Inghilterra, così appena sceso dall’aereo, si mette in fila alla dogana. Quando arriva il suo turno mostra il proprio documento al funzionario, che lo guarda, controlla la foto e gli comincia a chiedere le proprie informazioni personali per controllare che coincidano con quelle scritte sul documento.

«Allora, nome?»

«Shlomo Ben Haim»

«Data di nascita?»

«25 febbraio 1972»

«Occupazione?»

«nono, soltanto turismo…»

La guerra delle cifre

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Oggi WikiLeaks ha pubblicato i diarî di guerra dall’Iraq, in cui si rende conto del numero di persone che sono morte a causa dell’intervento americano, sono 109 mila e includono molti civili. Tutti hanno parlato di una cifra enorme (ed è una cifra enorme), ma nessuno ha provato a mettere le cose nel proprio contesto: in Iraq sono morte 109 mila persone dal marzo del 2003, siamo a ottobre 2010, equivale a dire 1.197 persone che hanno perso la vita ogni mese.

La quantità totale delle vittime di Saddam Hussein non si saprà mai: alcuni dicono mezzo milione, altri dicono due milioni, Wikipedia dice 800 mila. In più ci sono le vittime della guerra dichiarata contro l’Iran, le cui stime vanno dal mezzo milione al milione e mezzo. 1.800.000 persone, essendo prudenti, in meno di 24 anni di dittatura, che sono 6.339 al mese. Quasi sei volte tante.

L’arresto del bambino palestinese inventato dai media italiani

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Dico spesso che il tifo da squadra nelle questioni del Medio Oriente è quasi più deprimente dello stesso Medio Oriente. Mi dimentico di dire che la copertura mediatica del Medio Oriente è perfino peggio – Repubblica oggi:

Uno strafalcione così gigantesco – fasullo in ogni singola parola – non l’avevo mai visto: “Arrestato il bimbo palestinese che era stato investito dal colono. Mufid Mansur, 8 anni, è stato prelevato dalla sua casa di Gerusalemme Est. Impedito al padre di accompagnarlo. L’uomo che l’ha travolto con l’auto rilasciato subito.” Ci credete che non c’è un solo dato veritiero? Andiamo con ordine:

Arrestato il bimbo palestinese che era stato investito dal colono

Notizia inventata, non è stato arrestato.

Mufid Mansur

Mufid Mansur non esiste. Il ragazzino si chiama Imran Mansour

8 anni

Non ha 8 anni, ne ha 11.

È stato prelevato dalla sua casa di Gerusalemme Est

Falso.

Impedito al padre di accompagnarlo

Due versioni, entrambe incompatibili con questa: Ma’an cita un testimone che riferisce di un interrogatorio a un altro bambino senza la presenza della famiglia, Palestine News Network dice invece che sono stati interrogati i genitori al posto del bambino.

L’uomo che l’ha travolto è stato rilasciato subito

Non è vero. È stato interrogato e poi liberato su cauzione: le indagini su di lui continuano.

***

Come sono andate veramente le cose?

Il video potete vederlo da voi, e risale a qualche giorno fa: ho però l’impressione che – come al solito – confermerà i pregiudizî dei tifosi delle due squadre su quanto siano gli altri i veri farabutti. Una cosa che ho notato io è la quantità di telecamere e macchine fotografiche presenti sul luogo in attesa dell’evento, e di come per diversi secondi nessuno faccia nulla per soccorrere il bambino investito.

Il filmato fa il giro del mondo, e viene visto anche dagli israeliani che identificano i ragazzini che hanno partecipato all’agguato. Fra questi ce n’è uno – di otto anni – che si chiama Umram Mufid Mansur, un nome simile a quello del ragazzino investito: alcune fonti molto schierate li associano per la forza evocativa che ha, così, la notizia.

In tutto il mondo, gli unici a bersela senza fare neanche un abbozzo di controllo, sono gli italiani: prima l’Adnkronos, poi Repubblica, Messaggero, Quotidiano Nazionale, etc. I risultati su Google per Mufid Mansur provengono tutti dall’Italia (tranne un paio, in francese, che citano Repubblica come fonte). Basta cercare il nome corretto e i risultati, questa volta in tutte le lingue, non trovano traccia di alcun arresto per il ragazzino investito.

***

Aggiornamento del 17/10: è uscita un’agenzia dell’AFP (che io ho trovato citata solo qui, ma presto sarà più diffusa) che racconta che uno dei due bambini che erano stati investiti da Beeri è stato portato ieri (sabato), accompagnato dal padre, in commissariato per essere interrogato “for questioning” a proposito del lancio di pietre.

Ognuno si farà la propria opinione sulla legittimità di questa iniziativa, e probabilmente questa opinione ricalcherà gli schieramenti di cui sappiamo: quello che mi preme sottolineare è come la stampa italiana abbia scritto di un evento che non era mai avvenuto, sbagliando identità ed età della persona a cui si riferivano, e citando particolari fasulli (il mancato accompagnamento da parte del padre – si è poi appurato il contrario anche per l’altro bambino – e la liberazione di Beeri, che è invece stato rilasciato su cauzione).

Devo dire che, a giudicare da tutte le reazioni che ho visto a questa notizia e poi alla sua smentita, sono rimasto scioccato dalla quantità di persone – a onore del vero, su entrambi i fronti – che invece di domandarsi, e voler appurare, quale fosse la verità, hanno ragionato solo col cui prodest?

Perché sono contrario alla legge francese che vieta il burqa

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Qualche tempo fa, al tempo della prima discussione su questa legge, avevo espresso tutti i miei dubbî sulla questione, senza però dare una risposta definitiva su come risolvessi la complessità dell’arcano – Francesco, al contrario e complementarmente, aveva portato a compimento quel ragionamento. Tuttavia, se mi avessero domandato di dover tracciare una linea, costretto dalla necessità di un voto, probabilmente mi sarei detto favorevole alla legge che vietasse il burqa. Ho cambiato idea.

Nel post precedente a questo spiegavo perché trovassi avventato, ed efferato, il paragone fra velinismo e burqa, ma avevo anche aggiunto – spiegando troppo sommariamente – che considero la legge francese sbagliata: alcuni, fra cui qui nei commenti, me ne hanno chiesto conto; mi è sembrato un partecipe tu quoque!. Io che scrivo in ogni tribuna che i diritti delle donne e degli omosessuali nel mondo, e soprattutto i diritti delle donne nell’Islam sono la vera emergenza mondiale, mi dico contrario a una legge che vieta il Burqa, uno dei maggiori simboli di oppressione di una donna. Provo a dare un respiro più ampio al mio pensiero.

Conservo alcune delle considerazioni, anche forti, che facevo sul significato del burqa:

Innanzitutto credo che bisogni partire da due presupposti: 1) le motivazioni di questo disegno di legge sono orribili 2) Il Burqa è male. (…) Sul secondo punto c’è poco da aggiungere: chiunque pensi che esistano, in qualche parte del mondo, delle persone che – geneticamente (e quindi non è un concetto inoculato loro) – nascono con la concezione che il corpo nel quale sono nate è uno strumento di peccato è precisamente un razzista. Chiunque consideri giusto che il controllo sessuale dell’uomo sia situato sul corpo della donna, come per la ragazza stuprata perché va in giro in minigonna, è un fascista.

Condivido, naturalmente – e come tutti –, l’introduzione  e l’asprezza delle pene per chi costringa una donna a indossare il burqa, e tutti gli aspetti positivi che riconoscevo a questo tipo di normativa:

Sicuramente la cosa più importante non è il fatto in sé, non è quella manciata di donne che – non potendo mettere il Burqa o il Niqab – usciranno un poco più scoperte, bensì il messaggio che si manda. I messaggi sono importantissimi e significativi, e sono sempre troppo sottovalutati. In questo momento, in ogni parte del mondo, ci sono delle persone che stanno combattendo la loro battaglia contro il burqa, una battaglia con sé stesse e con i loro maschi-padroni. Sapere che c’è qualcuno che sta dalla parte giusta è fontamentale, e infonde forza. Tutte coloro che ne sono uscite non smettono mai di raccontare quanto sono importanti questi segnali, così come non smettono mai di rimproverare gli atteggiamenti troppo accomodanti su cui ogni tanto ci impigriamo.

Naturalmente, qui, non entro nel merito delle questioni di sicurezza: se ci sono motivi per una legge che impone il viso scoperto è giusto che questa vada rispettata, e non ho un’opinione precisa in merito, ma è chiaro che una legge di quel tipo sarebbe surrettizia rispetto al fine di eliminare il burqa.

Francesco era giunto a queste conclusioni scrivendo:

(i rischi della legge) hanno molto a che fare con la natura prescrittiva e forzata del provvedimento, e sarebbero molto ridimensionati se la politica e i governi condannassero pubblicamente l’utilizzo del burqa, senza ipocrisie terzomondiste o razziste, ma fermandosi un passo prima dal renderlo illegale, e si impegnassero invece a testa bassa nella lotta al tradizionalismo, ai pregiudizi, alla violenza, alla sottomissione e alla segregazione delle donne.

Mi è tornato in mente oggi, quando provavo a spiegare le mie motivazioni a fblo che articolava la sua approvazione di questa legge in opposizione all’idea che “ognuno rispetti le proprie tradizioni”. Ci ho riflettuto, e penso che anche in questo caso non si possa venir meno all’osservanza del vero spartiacque fra ciò che lo Stato può impedire, il male agli altri (e perciò è giusto vietare il burqa fino a 18 anni), e ciò che non può impedire, il male a sé stessi.

Naturalmente è diverso lottare, come chiunque mi legga farebbe, per combattere quell’usanza e invece legiferare che sia vietato metterla in pratica. Uno Stato liberale ha il diritto, e – rispetto a casi orrendi come il burqa e le mutilazioni genitali femminili – anche il dovere, di disincentivare nei modi più forti queste pratiche, ma non valicando i limiti dell’autodeterminazione della persona. Come dicevamo, uno Stato liberale è liberale anche se permette le cose più stupide (come bruciare il Corano) o dannose per sé stessi (come indossare il burqa).

Dopodiché, armiamoci e bagagli per cercare tutti insieme di convincere più donne possibile – e, è particolarmente importante, tutelarle e metterle nella condizione di poterlo fare – a dismettere quello stumento di oppressione.

Burqa e veline non c’entrano nulla

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Giulia Innocenzi, alla quale mi legano diverse frequentazioni comuni che me ne hanno sempre parlato in termini molto positivi, e perciò – credo – anche una vicinanza su molte cose che pensiamo, ha scritto una sciocchezza: “partiamo dal velinismo prima che dal burqa“. Non solo fa un’equivalenza fasulla, ed efferata, fra due fenomeni la cui gravità è di una sproporzione spaventosa, ma articola l’idea per cui la priorità vada data al principio ragionevolmente meno impellente.

Naturalmente il velinismo, che è perfettamente riassunto nell’atteggiamento da millantatore in punta di cazzo del Presidente del Consiglio, è un fenomeno preoccupante, ma c’è un dato evidente: conosco tante persone che non si (s)vestono come veline. Possono farlo. Nessuno le ammazza, le picchia a sangue, le persegue per legge, le costringe in casa (anzi, semmai succede l’opposto) per essersi vestite troppo. Le donne costrette a portare il burqa – o anche l’hijab – invece non hanno scelta: se non lo fanno vengono uccise, massacrate e rinchiuse, nella migliore delle ipotesi (!) violentate – del resto è proprio questa la ragione per cui il Corano (33;59, 33;55) e numerosi Hadith sostengono che le donne debbono coprirsi: preceisamente per non aizzare il desiderio sessuale dell’uomo, e subire molestie (riecheggia qualcosa questa teoria della donna troppo svestita e quindi responsabile del proprio stupro, eh?).

Ciò, naturalmente, non vuol dire che non ci siano alcune donne che fin da bambine sono state così indottrinate  a considerare il proprio corpo come strumento del Diavolo, come succedeva fino a qualche tempo tempo fa in Italia, da voler mettere il Burqa di volontà propria, né che bisogni toglierglielo per legge. Anzi, io sono contrario al divieto del Burqa come in Francia, come ho detto in altre occasioni sono un “integralista del Primo Emendamento”, trovo la libertà d’espressione insindacabile (naturalmente, diverso è il discorso per una minorenne). Un’osservazione da fare, però, è che chiunque sia a favore dell’obiezione di coscienza come concetto – idea che io, invece, non sopporto – potrebbe trovare buone ragioni per essere a favore della legge: lo Stato francese fa obiezione di coscienza rispetto a una cosa che non ritiene giusta, ovvero il burqa.

Bisogna smettere di gonfiare questo benaltrismo sciocco per cui “noi-non-siamo-meglio-degli-altri”, e quindi ce ne laviamo le mani: intanto noi chi? Altri chi? Io considero giusta e importante dare l’adozione agli omosessuali, non mi sembra che la società in cui vivo – quel noi – sia molto favorevole alla prospettiva. Ma poi: da quando in qua le idee son giuste o sbagliate a seconda di chi le dice? Da quando in qua un’idea giusta, detta da uno che ha altri tipi di magagne, diventa un’idea sbagliata? Allora, se domani il Papa si alza e dice che bisogna eliminare la fame nel mondo, eliminare la fame nel mondo diventa sbagliato?

Noi – io, voi, tutti, ciascuno per sé – dobbiamo cercare di fare sì che gli altri, che sono quelli che ci stanno accanto ma anche quelli che ci saranno, siano meglio di quello che siamo noi. Non cerchiamo di farli assomigliare alla nostra società attuale, se non per le cose che ci piacciono, ma a una società migliore di questa.

Il post sul ministro sparito dal sito del Foglio

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Giulio Meotti è un giornalista del Foglio che mi è capitato spesso di leggere, parla delle cose che interessano a me – Israele e Palestina, Occidente, Islam, etc – e mi è sempre sembrato arguto e ironico, oltre che non disonesto – anche se chiaramente troppo appiattito sulle posizioni della destra israeliana.

Il 23 agosto ha scritto un post sul proprio blog ospitato dal Foglio in cui faceva, sostanzialmente, l’apologia dell’ex-ministro tedesco Thilo Sarrazin autore di un libro in cui parlava dell’enorme rischio costituito dall’immigrazione mussulmana, e dell’islamizzazione della società europea. Sarrazin aveva scritto cose anche sensate, ma poco politically correct come: “Non desidero che il paese dei miei nipoti e pronipoti diventi in gran parte musulmano (…) dove le donne portano il velo e il ritmo della giornata è scandito dai muezzin”. Meotti ironizzava sulla certa crocifissione mediatica e giudiziaria che sarebbe seguita alla faccenda, e concludeva il pezzo con: «Evviva, ci arrendiamo!», citando Broder.

Il 27 agosto Meotti aveva scritto anche un articolo sul cartaceo del Foglio in cui raccontava la questione della pubblicazione del libro, in cui raccontava le opinioni dell’ex-ministro e parlava della polemica che era nata all’interno del suo partito, e in genere in Germania.

Successivamente, però, Sarrazin ha saltato lo squalo: se n’è uscito con delle dichiarazioni ignoranti sulla presenza di un gene diverso in alcuni popoli fra cui gli ebrei; di qui l’accusa di antisemitismo, e la richiesta di dimissioni dal direttorio di Bundesbank da parte di Angela Merkel. La cosa deve avere creato molto imbarazzo in Meotti che è amico d’Israele e molto interessato alle questioni ebraiche, che si è reso conto – immagino – di avere fatto un accostamento inopportuno. Però, invece di scrivere per spiegare il proprio errore, ha deciso di far sparire il post (che però si può trovare nella cache di google) facendo finta che nulla sia successo.

Ora, intendiamoci, è pienamente legittimo distinguere fra antisemitismo – nella più comune accezione del termine, quella dell’intolleranza nei confronti di un’etnia – e anti-islamismo, quando qui s’intenda la critica a un sistema di pensiero – come, ragionando laicamente, sono tutte le religioni – che non si condivide. Il razzismo è contestare le caratteristiche innate di una persona, mentre mettere in dubbio le sue idee – come si fa per il socialismo o il liberalismo – è un atto necessario e altruista. E non c’è niente di male neppure nell’aver scritto qualcosa di cui poi ci si pente, è successo tante volte anche a me. Sarebbe stato più onesto, però, scrivere «ho toppato», e non cercare di cancellare traccia del proprio autoammesso errore: questa è una di quelle cose che, la prossima volta che leggerò un articolo di Meotti, mi faranno domandare «ma è tutto vero?».

grazie a Luca F

Come sarà la pace fra Israele e Palestina

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Avrete letto tutti che fra una settimana ricominceranno i colloqui diretti fra Israele e Palestina per arrivare a una pace. Tutte le persone sono scettiche, e fanno bene a esserlo, ma lo sono per la ragione sbagliata: tutti dicono che sarà difficile trovare la pace fra Israele e Palestina, la verità è che come sarà quella pace lo si sa già, tutti sanno come sarà – che la facciano il prossimo mese o fra due secoli –, ma nessuno la vuole.

In tante occasioni, quando si parlava di Israele e Palestina, è venuta fuori questo discorso, e in molti mi hanno domandato quali fossero questi punti: ho sempre risposto in modo più disordinato di quanto volessi. Con il pretesto dell’ennesimo nuovo inizio delle trattative ho rimesso in ordine le cose, e ci ho scritto un articolone sul Post. Diciamo che, se non le sapessi, sarebbero le cose che vorrei sapere su Israele e Palestina.

Vàntatene

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La Farnesina si affretta a dire che i soldati italiani non sono coinvolti. Appunto. Io, appena letta la notizia, ho pensato: ma cosa fa l’Unifil? Sono da 4 anni, anzi da 30, lì e non fanno nulla. Nulla. Quello che dovrebbero fare è esattamente evitare ciò che è successo oggi. Non “non essere coinvolti”. Tutto il contrario.