Toh, chi si vede

Il Papa è in Terra Santa, quello che non vedrà, ovvero com’è il check-point da cui passerà – e da cui sono passato tante volte – la mattina alle cinque:

Io ho sempre preferito questo Papa a quell’altro, perché Wojtila era molto più un politico, ambiguo, baciadittatori sanguinarî.
Ratzinger, invece, un onesto reazionario.

Onore

Onore è la parola più bandita di questo blog, cerco di usarla il meno possibile, e la considero una parola fascisteggiante. Quale sia la radice di questo mio pensiero è molto chiaro, in Medio Oriente.

Un paio di settimane fa Nahid Abu T’eima, una donna palestinese, aveva scritto una lettera ad Abu Mazen in cui chiedeva al Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese di impegnarsi contro i delitti d’onore.  La lettera è intitolata inequivocabilmente “Presidente, il suo silenzio sulle donne palestinesi uccise è complicità”. Fra l’altro è molto positivo che questa lettera sia genuinamente palestinese, l’agenzia Ma’an news, e non un tassello della partita a scacchi mediatica che c’è sempre, su questi temi, in Palestina. Qui la campagna, la trovate anche in italiano su  Scettico, e ne riporto qui uno stralcio:

Mi rivolgo a voi, presidente Abbas, poiché lei é responsabile, e vi sarà chiesta una spiegazione quanto alle ragioni per le quali decine di donne sono uccise da membri della loro famiglia ogni anno.Voi Potete porre fine a questi crimini “d’onore” con un colpo di penna e dire alle nostre famiglie che non c’è onore nell’assassinio.

Signor Presidente,ne abbiamo abbastanza di essere il carburante. Ne abbiamo abbastanza di gente che uccide le nostre mogli e si glorifica di porre fine alla vergogna di una famiglia. Ne abbiamo abbastanza che nessuno si interroga sulla vacuità di queste vanterie. Ne abbiamo abbastanza di giustificazioni con “l’onore“.

E mi è venuto in mente un passaggio di un libro letto di recente, proprio sull’onore e su quanto volere il bene si possa misurare, eccome. Un concetto che, talvolta, è più facile da far capire lì che qui:

Given the requisite beliefs about “honor,” a man will be desperate to kill his daughter upon learning that she was raped. The same angel of compassion can be expected to visit her brothers as well.  (…) A girl of any age who gets raped has brought shame upon her family. Luckily, this shame is not indelible and can be readily expunged with her blood. (…) The girl either has her throat cut, or she is dowsed with gasoline and set on fire, or she is shot. The jail sentences for these men, if they are prosecuted at all, are invariably short. Many are considered heroes in their communities. What can we say about this behavior? Can we say that Middle Eastern men who are murderously obsessed with female sexual purity actually love their wives, daughters, and sisters less than American or European men do? Of course, we can.

Bisogna avere pazienza

Sul Guardian c’è un articolo di Michael Tomasky che parte dalla questione della sostituzione di un giudice della Corte Suprema – quell’istituzione tanto importante, quanto quasi immodificabile – negli USA, ma dice una cosa molto importante su tutte le lotte per i diritti, quelli dei neri, quelli delle donne, quelli degli omosessuali: queste cose – le varie conquiste – non sono successe accidentalmente, mentre tutto il resto della società aspettava pazientemente.

No, ogni battaglia è stata combattuta con tutte le armi, spesso contro la maggioranza dell’opinione pubblica, e spesso con forme di Affirmative Action (discriminazione positiva). Battaglie e provvedimenti senza le quali, ora, non saremmo a quel punto.

Quando dicono che “bisogna avere pazienza, le donne mussulmane un giorno avranno tutti i diritti che abbiamo noi, anche in Occidente ci sono voluti secoli” (trad. i mussulmani sono geneticamente inferiori), è necessario rispondere che no. Il nostro progresso, in Occidente, non è avvenuto per caso, ma quelle grandi battaglie sono state non solo utili, ma imprescindibili.

Progress on equality didn’t just happen. Choices count.
Il progresso nell’equità dei diritti non è, semplicemente, capitato. Le scelte contano.

Compleanni sionisti

Oggi è il sessant’unesimo compleanno di Israele, ovviamente ci sono celebrazioni e feste, mentre in Palestina ricordano la Nakba – la catastrofe.

Senza alcun tipo di pregiudizî, poi figuriamoci, il mio mondo ideale è un mondo con le frontiere spalancate (anzi senza frontiere), quindi sono favorevolissimo all’immigrazione. Ma in un articolo intitolato “Sono una sionista e ne sono orgogliosa”, Sara Miller – a proposito dei giovani israeliani che non capiscono il sionismo – scrive:

[they] cannot understand why someone from an evidently prosperous country, with a culture-rich and progressive society and which is relatively terrorism free, would choose to throw it all over, leave their family and friends and move to a country so riddled with internal problems and violence.

Eh! Manco io.

E se al lecca lecca piacessero le mosche?

Più ci penso e più mi fa rabbia pensarci, come dice una delle donne più coraggiose del nostro tempo, quanto la nostra società – in tutte le sue sezioni – abbia sviluppati degli anticorpi verso il senso di colpa, un’indifferenza ad ampio spettro nei confronti della condizione delle donne nei paesi arabi, ma anche in tante altre parti del mondo:

L’Italia ha mandato truppe in Afghanistan: donne e uomini dovrebbero dire ‘Vogliamo giusti­zia per quelle donne’. Se guardiamo al­l’esempio del Sudafrica, prima dell’aboli­zione dell’apartheid, c’era un’enorme indi­gnazione in Occidente: ai bambini veniva insegnato a scuola che la segregazione raz­ziale è un male, la gente mandava soldi, ve­stiti e risorse all’Anc, le organizzazioni per i diritti civili europee e americane faceva­no pressioni sui governi e proteste senza fine. Niente del genere sta accadendo per le donne musulmane, né per le cinesi, le indiane o le donne del Sud del mondo».

Un’indifferenza generale che nel corso dell’ultimo secolo era difficile riscontrare: ognuno aveva le sue cause. Si stava dalla parte dell’America, e quindi si sosteneva Solidarnosc, oppure dalla parte dell’URSS e quindi si sosteneva il Salvador Allende. Ognuno però, aveva il proprio spazio sindacalizzato di difesa.

Oggi delle donne mussulmane non frega niente a nessuno. Le femministe, che un tempo erano l’avanguardia su questi temi, hanno perso – risucchiate dai loro distinguo ad excludendi (mi verrebbe da dire che il femminismo ha vinto nonostante le femministe degli ultimi quarant’anni) e ora brancolano nei meandri del terzomondismo, dimenticate una volta per tutte le lotte per le quali avevano combattuto.
La prossima volta che assisto a una celebrazione del fu femminismo e dei reggiseni bruciati, vado lì e dico: «ma perché l’avete fatto? In fondo la deliberata sottomissione della donna era la cultura dell’Italia di quel tempo».

Molta gente de sinistra, fa un ragionamento tanto simile a quello delle femministe storiche, magari sentendosi legittimato da quel malinteso senso di reclamata proprietà delle ingiustizie: se non ci pensano le femministe, perché dovremmo farlo noi?

La destra, che era sempre stata indietro su questi temi, ha cominciato a interessarsene in modo piccino e bigotto, spesso evocando un altro identitarismo (cristiano, occidentale o checchessìa), e comunque sempre gettando l’occhio  al ritorno elettorale – ehi leghista, lo sai che le persone veramente tenute in ostaggio dall’islamismo sono mussulmane a loro volta? Che la vera emergenza è per loro e non per la tua polenta? – più che all’effettiva vita di queste persone.

A tutti, comunque, interessa al massimo ciò che succede all’interno dei propri confini: basta andare un po’ più a est di Trieste, o a sud di Pantelleria perché i soprusi non siano più percepiti come tali.
Ve lo siete provato a domandare? Quante volte avete sentito un politico parlare di diritti delle donne fuori dai propri confini? Di donne mussulmane non in relazione alla difficile-integrazione-con-la-cultura-italiana? Mi viene in mente un solo nome: Emma Bonino, eccezione che rende più luminescente il vuoto attorno.

Siamo in un mondo in cui, negli ultimi dieci anni – e facciamo questo gioco: lasciamo da parte i nostri, in gran parte giusti, «è in malafede!» – gli unici a proclamare la necessità di difendere i diritti delle donne sono stati Rumsfeld, Bush e epigoni. Forse c’è qualcosa che non va.

*

Mi domando come non scatti qualcosa, in tutti queste persone, quando vedono cose come questa. È una campagna iraniana (la scritta è in farsi) a favore dell’hijab, il velo. Come fa a non levarsi un’onda di quella tanto abusata parola, indignazione, per tutto quanto di disgustoso c’è di sotteso a questo messaggio?

Per gli ingenui, omnia munda mundis, gli uomini sarebbero le mosche e le donne il lecca lecca:

hajab-propaganda-1

Tappezziamo anche noi, le nostre città, di questi mainfesti, magari si svegliano. Inventiamoci qualcosa, andiamo tutti in giro con un velo, istituiamo il giorno in cui tutti gli uomini devono stare a fare i casalinghi, decidiamo che le delegazioni diplomatiche che vanno a visitare i paesi dove le donne sono discriminate siano composti di sole donne. Qualcuno di più fantasioso di me si faccia venire in mente qualcosa.

Possibile che ci siano magliette, slogan, gruppi, comitati per tutte le cause più minute, e non ce ne siano per la vita sbigottentemente ingiusta che vivono un numero impressionante di esseri umani?

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Votatemi

Luca, un mesetto fa, ha squarciato la mia serenità chiedendomi: «ma tu alle europee cosa voti?».
Ho pensato: “ah già”. Quindi ho iniziato, riportato alla cruda realtà, a pensarci. E stasera m’è saltata in mente quest’idea.

Un fatto che m’ha sempre dato fastidio era come il campo elettorale fosse l’unico (insieme a quello religioso) dove chiunque, anche non sapendone veramente nulla, sentiva la propria opinione sufficiente, la propria competenza ragguardevole, i consigli di chi ne sapeva di più non necessari. In genere l’approccio dogmatico che vado criticando da qualche mese a questa parte. Ovviamente ci sono opinioni personali su cui uno fonda questi principi che poi lo portano a votare in un certo senso, ma ho sempre avuto l’impressione che le cose andassero nel senso opposto.

Siccome ultimamente (dove per ultimamente si intendono gli ultimi 9 mesi) sono stato molto lontano dalla politica, volevo applicare a me stesso quel teorema, e cioè: chi devo votare?

Io vi spiego quello che penso, così, con le mie poche nozioni: poi voi mi dite cosa sbaglio, cosa dovrei fare, se c’è questa cosa che non ho considerato eccetera:

radicaliIo, così, senza nessun suggerimento, voterei i radicali.
Hanno sempre fatto tante cazzate (ma anche tante cose buone), però sempre in buona fede.
Poi, ora come ora, la cosa che mi ossessiona di più è la religione: meno ce n’è, e melgio è. Fare un salto in Medio Oriente a dimostrazione. Più in genere penso che i miei buoni amici credenti farebbero del bene anche se non credessero in Dio; mentre i miei nemici (Bin Laden, I coloni di Hebron, Ahmadinejad) credenti, sarebbero molto meno portati a fare del male se non credessero in Dio. Insomma, la so tutta la storia del voto buttato, ma almeno voto tranquillo. [il simbolo non è questo, ma questo mi piaceva di più]

pdIdealmente (molto idealmente) sarebbe il mio partito: in genere sono rimasto deluso (che novità eh?) dal PD, e nella circoscrizione centro non posso neanche dare la preferenza a Scalfarotto o alla nuova arrivata Serracchiani, ventate d’aria fresca, ma soprattutto le persone alla forma delle quali doveva essere costruito il PD perché non mi deludesse.  Laicità, europeismo, buone abitudini. Cose tremendamente minoritarie in tanto del resto del PD. Ovviamente non sono l’amante (scemo) deluso: non spero nella disfatta, ma anzi più voti prende più sono contento. Insomma, se mi date dei buoni argomenti mi convincete a rimetterci la croce.

idv Lo metto perché un sacco di gente, per bene, che conosco sta per votarli: quindi son io che non capisco. Ma no, questi credo proprio che sia difficile convincermi a votarli. Diciamo che un partito che ha sull’immigrazione – tema su cui io penso la cosa più ovvia: io ho più diritto a questa terra perché ho avuto il culo di nascerci? naaa – le posizioni della Lega, non può essere il mio partito. Il nome fa schifo (Valori, dopo “onore” la parola più reazionaria dell’intero vocabolario italiano),le candidature sono sempre più berlusconizzate (e le Tonino’s angels, e la tipa dell’Alitalia [era pure del Grande Fratello o mi sbaglio con qualcos’altro? etc.] e i magistrati) hanno un’idea di giustizia medievale: se devo votare un partito di destra – ma soprattutto iperconservatore – vabbè, ho capito, la smetto.
Poi, figuriamoci, non potrei mai votare un partito il cui leader non parla italiano.

sinistra-e-liberta A naso mi starebbero simpatici, già poi il fatto che a sinistra si torni a usare la parola “libertà” mi farebbe piacere. Poi considero i Verdi il partito dalle più grandi potenzialità non sfruttate, che ovviamente è un bene ed è un male. Che un vero partito dei Verdi, progressista, lontano dalla sindrome NIMBY sarebbe un patrimonio per l’Italia, come in molti altri paesi europei. Però, effettivamente, le persone sono sempre le stesse, quelle che hanno fatto di tutto perché i Verdi non fossero quella cosa lì.  Vendola m’è sempre piaciuto, molto: anche quando non condividevo tante delle cose che diceva. E pure Boselli che tutti hanno sempre criticato, ok, capisco il perché, macchissene. Poi un paio di persone che se ne intendono m’hanno detto che non c’è da fidarsi, con argomenti anche ben argomentati. Però, insomma, spiegatemi.

rif-comuni Partiamo da una considerazione: io sono convinto che dentro a Rifondazione Comunista ci fossero delle persone per bene, che davvero in buona fede, pensassero di non fare il proprio, ma di migliorare il mondo così. In Sicilia c’era gente, anticomunista d’ispirazione, che votava lì perché sapeva che erano gli unici che non rubavano. E quindi va bene. Ma come faccio a votare un partito che sta sempre, sempre, dalla parte sbagliata? Quando c’è un dittatore, c’è sempre da scontare qualcosa al dittatore. I diritti delle donne, e degli omosessuali sono importanti, ma solo in Italia. E poi come ci si fa a (ri)alleare col partito più stalinista che c’è: i Comunisti Italiani. Quelliche erano contro la (giusta) guerra in Jugoslavia, però si astennero perché il Partito-dettò-la-linea (la scritta, all’università “Rizzo pelato, servo della NATO” fu grandiosa: c’è sempre uno più puro, no?). Grandi fan di cuba, e vero partito omofobo a sinistra “i diritti degli omosessuali non sono una priorità”. Insomma, la vedo veramente dura convincermi a.

berlusconi

Ma scusa, quindi: tu non la voteresti una destra moderna, liberale e libertaria, quello che è – ovunque – la destra in Europa sui diritti civili, coppie di fatto, laicità? Sì, potrei anche. Appunto.

Esclusi anche questi.

*

Mi sembra, quindi, che le scelte verosimili si riducano a tre: ma non mi stupirebbe scoprire che ci siano altre liste che potrebbe avere un senso votare, e che io non conosco per niente.
Cosa non ho capito? Cosa ho trascurato? Cosa ignoro?

Viva Israele

Oggi Ahmadinejad è andato all’ONU e ha definito Israele come paese “razzista”.

La gran parte dei delegati si è immediatamente alzata, e ha lasciato l’aula fra applausi scroscianti. Altri sono entrati in sala vestiti da pagliacci. È stata una scena quasi commovente, e qualunque umiliazione che quel cane maschilista e omofobo subisca, fa sentire meglio, come quella – ormai celebre – della generale risata degli studenti della Columbia University quando affermò che «in Iran non esistono omosessuali».

Basterebbe pensare alla condizione delle donne in Iran, sarebbe sufficiente uno qualsiasi dei racconti di come vive la sua vita da fondamentalista religioso, per far schierare qualunque persona per bene, di riflesso – anche senza pensarci – dalla parte opposta.
Ed è ancora più facile schierarsi dalla parte opposta quando la parte opposta è Israele, vittima indomita degli urlacci atomici e delle promesse di distruzione da parte di quel signore lì.

Però non dimentichiamoci una cosa: Israele è un paese razzista. Probabilmente – certamente – è meno razzista di tanti altri stati del mondo che ricevono un centesimo – anzi non ne ricevono – delle critiche rivolte a Israele; ma questo non toglie che molte cose, alcuni provvedimenti, alcune leggi, alcune abitudini, vigenti in Israele siano definibili, e non possano sfuggire a nessuna delle tante accezioni con cui usiamo la parola “razzista”.
Perché un ebreo russo ha il diritto di andare a vivere in Israele e un induista no? Questo è o non è un fondamento razziale? Perché nei quartieri arabi non vengono rifatte le strade, non si può ricevere la posta, non arriva il certificato elettorale, e in quelli ebrei sì? Per una ragione specifica, che fonda queste e tante altre piccole discriminazioni che potrei elencare: perché gli uni sono arabi, gli altri ebrei.
Perché, come ebbi a dire con una definizione che raccolse una qualche fortuna, Israele – com’è ora – non è lo Stato degli ebrei, ma lo Stato per gli ebrei.

Ci sono tante ragioni che possono spiegare questi fatti, ma si può spiegare tutto, questo non lo giustifica: la decennale ossessione israeliana, ovvero l’ebraizzazione d’Israele è o non è fondativamente, endemicamente, un concetto razzista? Oltre che un concetto infame.
Di solito sento rispondere: «eh, ma un ebreo in Palestina vivrebbe molto peggio di come vivono gli arabi-israeliani». Bene, e dunque? Il fatto che un ipotetico Stato palestinese sarebbe altrettanto, o più, razzista, sconta di qualcosa l’ingiustizia israeliana? Questo è tifo, non è pensare.

Capisco bene che Ahmadinejad, sia in malafede e strumentalizzi la potenza evocativa di quell’espressione. Capisco anche, come ho già detto, quanto infastidisca lo squilibrio argomentativo, l’incoerenza sincronica (che è il principio di non contraddizione, non il non cambiare idea) di tanti censori d’Israele e dell’Occidente.

Capisco ancora di più l’obiezione – che immagino – di tanti benintenzionati: “non conviene” dirlo.
Però io vorrei che la smettessimo, e magari cominciassimo a combattere le immense menzogne in malafede, non con delle piccole menzogne in buona fede (che poi dov’è che il mezzo diventa fine?), ma con la genuina, semplice – perfino noiosa – nonimplicante verità.

L’orgoglio d’essere altrove

Alberto mi segnala questa riflessione sul terrorismo islamico, e su quello che fu il terrorismo negli anni ’80.
Secondo me quello di cui ci si dimentica sempre è che la stragrande maggioranza delle vittime del terrorismo islamico, è composta di mussulmani a loro volta.

M’è piaciuta in particolare la frase che dà il titolo a questo post, perché – quale che fosse il significato inteso dallo scrivente – codifica in poche parole quello che normalmente sostanzia quell’argomento per cui ogni cultura ha valore in sé, anche quella più lontana dai nostri valori.

p.s. Non sono nostri.