Ciò che fonda la filosofia neo-con è un’indefettibile fiducia nell’individuo e nella libertà, nella democrazia e nella libera scelta delle persone. Questo se si vuole credere che i neo-con siano stati in buona fede, che l’attacco all’Iraq (e all’Afghanistan) fossero mossi dal genuino intento di esportare la democrazia, e non da considerazioni macroeconomiche.
A chi contestava che le elezioni in Iraq avrebbero fatto vincere gli estremisti sciiti, posizione definita con disprezzo “realista”, veniva sempre opposto l’argomento del meno peggio: beh, meglio quello che esce dalle urne, che Saddam Hussein. Effettivamente non ci piove.
Così come quando dalle elezioni usciva un candidato più estremista, come Hamas in Palestina, la risposta era: qual è l’alternativa? Non ha senso criticare la democrazia per una ragione semplice: senza democrazia, c’è la dittatura.
Badate bene che non sono sarcastico: sono assolutamente persuaso che qualunque cosa eleggano gli iracheni sia meglio di Saddam, e che per avere legittimità per criticare la democrazia bisogna proporre un’alternativa.
Il problema è questo: i neo-con dovrebbero quindi essere in prima fila a esultare per quello che sta succedendo in Iran. Qualcun altro potrebbe essere scettico, non loro. E non è così: la grande maggioranza dei neo-con, in America, ha adottato posizioni molto prudenti, spesso di insofferenza quasi aperta a questi tumulti, o all’entusiasmo che gli s’è creato attorno. Sulla stampa israeliana (di destra) ho letto più volte ventilare l’ipotesi che un Iran più moderato sarebbe controproducente per la sicurezza d’Israele perché il governo iraniano cercherebbe di conseguire gli stessi obiettivi, ma senza dichiararli. C’è anche chi dice che sia tutto uno scontro al vertice in seno ai poteri forti iraniani, una resa dei conti fra due fazioni contrapposte – ma non troppo diverse – del clero, o una riassestamento dei ruoli fra i religiosi e i militari: in pratica che non c’entri nulla la volontà popolare (eppure le piazze sono piene).
Insomma, se ne sentono tante, dette in questi giorni, ma la principale è quella secondo cui Moussavi non sarebbe abbastanza diverso da Ahmadinejad. Maccome. Non era esattamente quello che dicevamo per un governo democraticamente eletto in Iraq, che per quanto fosse stato corrotto/religioso/misogino, sarebbe stato certamente un po’ meglio di Saddam?
Capisco l’opportunità di mettere in guardia dal farsi troppe illusioni su Moussavi, l’ho fatto io stesso, ma dire che non cambierebbe nulla, è precisamente quella filosofia disfattista del tanto-peggio-tanto-meglio, che abbiamo sempre contestato in qualunque altro luogo del mondo, a cominciare dall’Iraq, dall’Afghanistan.
E anche ammessi, e tutt’altro che concessi, questi argomenti: in Iran, è oramai accertato, ci sono stati dei brogli evidenzi, e un’elezione truccata. Anche soltanto per una questione di forma. Non dovremmo sostenere con tutte le nostre forze quello che (giustamente) abbiamo sempre evocato come diritto costitutivo e inviolabile dell’individuo, ovvero la certezza di poter esprimere il proprio voto, e che questo voto sia regolarmente contato?
Sarà mica che ora ci si rimangiano tutte queste cose solo perché l’Iran, nel presente momento, è il nemico?
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Per fortuna c’è un neo-con abbastanza schizzato da essere in buona fede e crederci davvero, trovo attraverso una segnalazione dello sfiduciato Enzo, ed è Michael Leeden: lui – uno che è solito dire che il miglior strumento di libertà del XX secolo è stato l’esercito americano – scrive cose da inguaribilmente ottimista, facendo un discorso da vero neo-con, un bel discorso (da leggere tutto), un discorso che finisce così:
Come Obama ha scoperto oggi, l’America verrà accusata d’immischiarsi in nome della libertà, anche se non farà nulla. E l’accusa sarà vera, nel più profondo dei significati, anche se il Dipartimento di Stato farà a garà per smentirla. Noi siamo il simbolo della libertà nel mondo moderno, e tutti coloro che lottano per la libertà contro le tirannie intuitivamente invocheranno il nostro nome e la nostra Costituzione nella loro lotta. Hanno ragione, perché la sola esistenza dell’America minaccia la legittimità dei tiranni.
We meddle because we exist. Interferiamo perché esistiamo.
Io, l’ho detto, non so cosa pensare: spero tanto che abbia ragione lui, e non Enzo e Obama, i quali – per una volta – condividono la stessa opinione.